Il menestrello della nostra adolescenza
di Fernanda Pivano

Nel luglio del '97, ad Aulla, consegnandogli un premio per la canzone "Smisurata preghiera" Fernanda Pivano scrisse affettuosamente un breve testo
L a canzone è tratta da un romanzo di Alvaro Mutis, che io purtroppo non conosco; ma so per esperienza come Fabrizio riesce a "migliorare", a elaborare i testi scelti, come riesce a caricarli di significati un po' misteriosi, sempre legati alla sua antica polemica sociale, al suo problema morale. Qui la polemica è tra il suo eterno nemico "la maggioranza" e i "disobbedienti alle leggi del branco", per i quali invoca l'attenzione del Signore. Il dolce menestrello della nostra adolescenza, che ci ha insegnato a scoprire la differenza tra la vita e la morte, e ora a respingere "lo scandalo metallico" delle armi, nella forza della sua maturità ci offre un blueprint di saggezza nell'indipendenza, nella "direzione contraria". Dicono che Fabrizio è il Bob Dylan italiano; io nel dargli questo premio d'amore più che di potere, vorrei che Bob Dylan venisse chiamato il Fabrizio americano.


Era un ragazzo che come noi...
di Aldo Garzia
Paoli, Lauzi, Tenco, Bindi e il sogno di cambiare il mondo

A Genova, sul finire degli anni '50, c'era un gruppo di ragazzi che pensava di cambiare il mondo usando la musica. Gino Paoli, Bruno Lauzi, Luigi Tenco e Umberto Bindi si ritrovavano nella zona della Foce del quartiere Bocciasse per discutere della canzone francese di Jacques Brel e Georges Brassens.
Tra loro c'era anche Fabrizio De André, l'eccezione del gruppo. Oltre ad essere il più giovane, era pure l'unico che giungeva a Bocciasse dai quartieri bene di Genova (suo padre era un ricco industriale dello zucchero). Forse proprio per questo vizio d'origine sociale tra Paoli, Tenco, Lauzi, Bindi e De André non si consolida mai del tutto un rapporto duraturo d'amicizia. Il giovane Fabrizio era scontroso, introverso, un po' anarchico e irascibile come gli altri ma poteva pur sempre fare ritorno nella casa dorata se lo avesse voluto.
Quando via via arrivò il successo per tutti i componenti del gruppo, anche il destino artistico aveva preso strade diverse. Paoli, Tenco, Lauzi e Bindi avevano scelto di rinnovare la canzone d'amore rivoluzionando metrica e metafore, De André si muoveva su altri sentieri: riscopre le ballate e più degli altri reinventa lo stile di Brel e Brassens (il primo LP è datato '66). Del resto, gli chansonnier francesi erano stati coloro che avevano ridato dignità artistica alla canzone d'autore. In quegli anni De André tradusse "Il gorilla" di Brassens, raccontò gli emarginati della genovese "Via del Campo" e la poco convenzionale "Bocca di Rosa". Poi vennero dischi a tema, come "Tutti morimmo a stento" (ispirato dal poeta maledetto Villon), "La buona novella" (i Vangeli della tradizione orale) o quello che richiamandosi all'antologia di Spoon River passava in rassegna ogni tipo di peccatore ("Non al denaro, né all'amore, né al cielo").
Ecco così che c'è una stessa ispirazione a legare quei primi dischi fino all'ultimo, "Anime salve", dedicato a zingari e transessuali. In quello stile del tutto personale sta pure il segreto della durata del successo, fuori e oltre le mode musicali. Il ricco rampollo di una famiglia genovese ci ha raccontato - prima del sorgere di "Lotta continua" e prima del boom dell'emigrazione clandestina degli anni Novanta - come l'emarginazione fosse la malattia della nostra società opulenta e come a questa appartenessero tutti coloro che non sono in riga con i buoni costumi della società borghese. Lo sguardo amaro e dolce di De André sulle figure di emarginati finiva per deludere chi gli chiedeva di schierarsi politicamente in modo più limpido. Quando, all'inizio degli anni '70, uscì un suo album dedicato al maggio francese del '68 ("Storia di un impiegato"), molti della generazione successiva alla sua si sentirono traditi. Era ancora l'inafferrabile anarchico a prevalere su altre sensibilità, puntando il dito su una buona dose di nichilismo che albergava nei movimenti di rivolta di quegli anni e che noi non riuscivamo a vedere. De André, semplicemente, rifuggiva da comunismi ipotetici e da ideologie che avevano finito per massificare perfino Mao in un perfetto timoniere. Ma di lui vanno ricordate anche bellissime canzoni d'amore ("Barbara", "Fila la lana", "Carlo Martello" scritta con l'altro genovese doc Paolo Villaggio). E non si può neppure dimenticare la struggente melodia dedicata a Tenco, dove si invita a capire pure chi si suicida.
Il rapporto di De André con Genova era di odio e amore (fuggiva dalla borghesia d'origine?). La Sardegna di Tempio Pausania era diventata il suo rifugio. In anni recenti aveva scritto e cantato un pezzo a quattro mani con Francesco Baccini (ex camallo del porto della città della Lanterna). Poi la collaborazione con Ivano Fossati, genovese d'annata, che non ha prodotto un intero cd come avrebbero voluto all'inizio ma solo qualche pezzo d'atmosfera. Eppure il capolavoro musicale e linguistico di De André è legato indissolubilmente a Genova e alla Liguria. "Creuza de ma", dove c'è lo zampino musicale di Mauro Pagani, un disco che non può mancare in ogni buona collezione che si rispetti.

 

E' blasfemo cantare il dio degli esclusi?
di Valeria Viganò

La recente apparizione sull'Osservatore Romano, e anche pre- cedentemente su Famiglia Cristiana, di due articoli sui nostri cantautori e la riscoperta del sacro nelle loro canzoni sposta inevitabilmente la riflessione che avevo in mente di fare sul nuovo disco di Fabrizio De André (in collaborazione con Ivano Fossati) su un versante più specifico. L'interesse della chie- sa per i messaggi contenuti in "Anime Salve" spinge a qualche doverosa specificazione. Anime salve contiene testi che hanno come filo conduttore il diritto a esistere di tutti coloro che vengono considerati minoranze. La solitudine raccontata non è solo filosofica ma ha precise motivazioni sociali che vengono lette da De André ognuna nella sua richiesta particolare di non emarginazione e di solidarietà. Da "Prinçesa" a "Khorakhané" a "Smisurata preghiera", le parole dei due cantautori genovesi,uniti dall'intento di dare voce a chi viene tacitato, trovano l'intensità che unisce la rabbia e i silenzi di un proprio personale tragitto vitale. Le parole sono messe al servizio di chi può parlare poco, perché poco gli è concesso. E anche, come nella canzone omonima del titolo del cd, a chi ha già passato nella vita "giornate furibonde, senza atti d'amore, senza calma di vento" e ha una maturità da aver capito da tempo che non esiste l'eterno ritorno ma l'eterno ripartire. Ed è l'esperienza a insegnare che solo ogni tre ami c'è una stella marina, che l'anima è un inganno perpetrato per sempre, rebus indecifrabile agli occhi di chi si chiede ancora i perché. La lingua che De André sceglie appartiene alle voci evocate, ognuno usa la lingua propria, fatta di idiomi, di dialetti e di un italiano che trova appunto il centro nella presunta sacralità di "Smisurata preghiera". La sacralità presunta viene dall'appello finale a un Signore che in un senso evangelico, spesso obliato dalle gerarchie ecclesiastiche, deve necessariamente dimenticare proprio le gerarchie. Il senso più lato e più laico della preghiera presuppone un rapporto con la realtà che non richiede forzatamente l'appartenenza a una fede, ma parla a qualcosa di più vasto, e se c'è (dubbio presente nel testo) a una presenza superiore alla quale va "ricordato" chi "viaggia in direzione ostinata e contraria". Chi, nonostante il suo andare a fianco (ma non entro) e contro (ma per legittima difesa)le regole prestabilite dalla meschinità della maggioranza perennemente autoassolutoria, consegna alla morte "una goccia di splendore, di umanità, di verità". Chi si chiama fuori, concepisce il suo fuori perché il cerchio chiuso del perbenismo l'ha chiamato così. Questa nascita contraria per appartenenza geografica e culturale, pone il vero problema del futuro. Colui che è altro, è una "svista" da sopportare, "un'anomalia" da correggere, "una distrazione" imperdonabile. De André chiama con questi epiteti la giustezza di una fortuna che solitamente appartiene agli integrati. Per sbaglio, voluto o indotto, il caso può giocare il ruolo di invertitore di rotta. E pregare perché ciò avvenga è il segno diversificatore, il gesto di chi crede, oggi, nel nostro cinico e astuto presente, che nessuno debba soffrire la solitudine imposta da qualsivoglia legge non scritta retta sul predominio morale, economico e comunque salvifico solo nel suo senso più deleterio. Come accade anche in "Agnello di Dio" di De Gregori, le figure simboliche del sacro vengono evocate perché mancanti. Non nella nominazione ma nella loro funzione più autentica di salvezza del mondo,del suo dolore, degli orrori, delle armi, del sangue sparso indifferentemente come ketchup a condire le nostre cene davanti al televisore. La domanda sembra essere : se ha un significato, qual è ? E soprattutto possono essere riconfigurate all'interno di una laicità realmente compassionevole ? Mi pare che le parole dei nostri cantautori indichino di sì.

 

L'ultimo live
Rock On line

Al progetto e alla realizzazione di questo disco dal vivo, Fabrizio De André aveva lavorato quando era già stato colpito, e duramente, dalla malattia. Nonostante la sofferenza, non aveva smesso per un attimo di progettare in qualche modo un seguito e un riscatto ad un tour che lo aveva riportato di fronte a chi continuava ad amarlo per le sue canzoni e che l'aveva visto costretto ad annullare alcune date per problemi di salute. Ora che De André non c'è più, preceduto dalla visione televisiva delle fasi salienti di questo stesso concerto, arriva nei negozi la testimonianza sonora di quello che è stato l'ultimo tour della famiglia De André al gran completo, visto che tanto Cristiano che Luvi - i due figli di Fabrizio nati da diverse unioni - fanno parte della formazione dei musicisti. Il concerto offre uno spaccato molto particolare dell'ultimo tour del cantautore genovese, non indugiando più di tanto - e a differenza del set completo del concerto - sul materiale dell'album "Anime salve", qui rappresentato soltanto da tre brani: liquidata anche la svolta epocale di "Creuza de mä" con l'apertura del concerto, ben presto si torna a viaggiare dietro le quinte dei ricordi, affrontando le canzoni dell'album "La buona novella", la storia del Dio uomo Gesù che viene al mondo. La vicenda umana e divina per eccellenza, che torna - e certo non è un caso - a essere raccontata da De André nel suo ultimo disco, mette in mostra più di qualsiasi altra cosa la qualità somma del cantautore genovese, quella di raccontare il mistero e il divino con occhio semplice e terreno, quasi ironicamente naif e al tempo stesso denso di pietà e amore. Il resto sono classici senza tempo, canzoni che da tempo innumerevole animano le serate intorno alla chitarra di spiaggisti e scout, giovani arrabbiati e studenti incompresi, futuri leader politici e circoli di intellettuali, tutti accomunati dalla capacità di sapersi riconoscere in quello che De André ha cantato e che ancora oggi conserva intatto tutto il suo valore. Si chiude il sipario su "Volta la carta", ennesimo classico di un disco che gli italiani tutti hanno già mandato in cima alle classifiche. Da avere, come del resto tutti i live di De André, e non solo quelli.

 

"Dopo di me Cristiano"
di Alberto Dentice
Da L'Espresso
Vasco Rossi. Baccini. De Gregori. Guccini. Molti si considerano successori
di Fabrizio. Ma forse uno solo ha tutte le carte in regola...

Fabrizio De André, scomparso l'11 gennaio, lascia dietro di sé un vuoto enorme, musicalmente parlando. Lucio Battisti, da questo punto di vista, era un fantasma da almeno 10 anni; Fabrizio, invece, è stato fino all'ultimo un riferimento fondamentale per cantautori di generazioni diverse. Per la sua grande forza poetica, per l'integrità intellettuale e per la coerenza dimostrata in tanti anni. Quella di De André è perciò un'eredità difficile da raccogliere. Dove lo trovate un altro che non si lasci imbrogliare da questa società di consumismo, di protagonismo, di apparenze? Un musicista con l'anima del poeta e che sia al tempo stesso aristocratico e popolare, dolce e incline all'invettiva, coltissimo e comprensibile anche ai bambini, insomma un anarchico che al posto delle bombe abbia scelto di far esplodere tra la gente le sue canzoni?
Artisti così non se ne vedono. Per il semplice motivo che ne nasce uno ogni cent'anni. Però, parlando di possibili eredi ne viene in mente qualcuno che se non tutte, almeno un paio delle sue qualità dimostra di averle. Vasco Rossi, per esempio, possiede carisma e sincerità. Quanto a cultura e impegno civile, però, meglio stendere un velo pietoso. Francesco Baccini reclama, come genovese, una sua vaga discendenza. Ma sembra più una battuta da piano bar, genere in cui per altro Baccini riesce benissimo, che una realtà dotata di un qualche fondamento. Ci sarebbe poi Lorenzo Jovanotti, artista sincero capace di comunicare con parole semplici, come il De André di "Bocca di rosa", ma non abbastanza colto e poco "maledetto". Quanto a carisma e impegno civile il musicista della generazione post-punk che più si avvicina a Fabrizio è Giovanni Lindo Ferretti, dei C.S.I. Ma è troppo schierato.
A raccogliere il testimone non restano quindi che i cantautori della vecchia guardia. Prima di tutti Francesco De Gregori, musicista che De André stimava e con il quale aveva realizzato perfino un album ("Canzoni", 1974): a suo favore qualità poetiche e cultura, gli mancano però quell'umiltà intellettuale e quella musicalità a 360 gradi che hanno reso così speciale De André. Ci sarebbe poi Ivano Fossati, che vanta più di ogni altro delle affinità: è ligure, come De André, come lui non si è piegato al mercato, è un raffinato musicista, tanto è vero che ha firmato con Fabrizio la sua ultima fatica, "Anime salve". Però ha commesso un peccato di cui De André non si sarebbe mai macchiato: ha dato la sua "Canzone popolare" al Pds perché ne facesse l'inno di una sua (sfortunata) campagna elettorale. E infine l'ultimo grande bardo della sinistra, Francesco Guccini: un cantautore che con De André condivide l'impegno civile, capacità affabulatorie e una grande cultura, ma la capacità di rinnovarsi e di aprire nuove strade musicali non sono certo sue prerogative. Chi ricorda il titolo della sua ultima canzone memorabile?
Ma alla fine il legittimo erede, l'unico forse capace di continuare sulla sua strada, potrebbe rivelarsi proprio Cristiano De André, suo figlio, tra l'altro la voce sembra clonata. Lui stesso ammette: .Da mio padre ho preso la coerenza, la musicalità, l'amore per la cultura.. E con modestia aggiunge: un po' meno la "genialità"...

 


Non ditemi poeta sono un cantautore
Le canzoni, il mare, l'isola, la città... Le sue dichiarazioni nel corso del tempo Alcuni passi delle interviste a De André contenute nel video curato da Vincenzo Mollica.

TUTTI MORIMMO A STENTO
"Parla della morte psicologica, morale, mentale che un uomo normale può incontrare durante la vita. Direi che una persona comune (...) si imbatte diverse volte in questo tipo di morte, prima di arrivare a quella vera; così quando tu perdi un lavoro, un amico, muori un po', tanto è vero che devi rinascere dopo".

CREUZA DE MÄ
"Penso che mai come nel caso di Creuza de mä, di questa mulattiera di mare - traduzione volutamente approssimativa per quanto desiderava essere descrittivamente precisa - mai come in questo caso, dicevo, il disco ha assunto una funzione molto ridotta rispetto alle canzoni di cui vive: diciamo pure la posizione che può avere una stringa nei confronti di una scarpa, o addirittura nei confronti di un mocassino. (...) Una volta individuati gli strumenti etnici che in quella che qualcuno ha chiamato "una piccola Odissea" volevano ricondurre all'atmosfera del bacino del Mediterraneo dal Bosforo a Gibilterra, era necessario adattare i suoni di tali strumenti a una lingua che ci scivolasse sopra, che evocasse attraverso fonemi cantati, le stesse atmosfere che gli strumenti evocavano. A noi la lingua più adatta è sembrata il genovese, con i suoi dittonghi, i suoi iati, le sue ricchezze di sostantivi e di aggettivi tronchi che li puoi accorciare o allungare come il grido di un gabbiano".

VIVERE IN SARDEGNA
"Prima di tutto perché le varie etnie sarde malgrado cospicue differenze di lingua e di cultura, hanno in comune il rispetto di valori fondamentali in cui credo anch'io (...) Un altro motivo è l'ambiente: inutile descriverlo, basta guardarsi intorno. Credo che sia uno dei più spettacolari e dei più puliti d'Europa. Un altro motivo per cui desidero stare in Sardegna è il fatto che qui ho pur sempre un'azienda agricola che va in qualche modo seguita, anche perché non posso un domani dire ai miei figli "vi saluto e vi lascio cinquanta canzoni per uno", perché nel mio repertorio non compaiono canzoni come Blue Moon e Stardust né tantomeno Bianco Natale, vale a dire canzoni che dal punto di vista dei diritti d'autore riescono a rendere ricche due o tre generazioni".

IL MARE
"Il mare separa e unisce popoli e continenti. E nel momento in cui li separa stimola il sogno e la fantasia. Nel momento in cui li unisce, vale a dire nel momento dell'intrapresa del viaggio, ti mette in rapporto costante con la realtà. Per quanto riguarda il mio mestiere, direi che la complicità col mare è duplice: c'è una complicità poetica e una giornalistica".

LA PAURA
"Sicuramente della morte. Non tanto la mia, che in ogni caso quando arriverà, se mi darà il tempo di accorgermene, mi farà provare la mia buona dose di paura, quanto la morte che ci sta intorno, lo scarso attaccamento alla vita che noto in molti nostri simili (...) Io ho paura di quello che non capisco, e questo proprio non mi riesce di capirlo".

LE NUVOLE
"Sia il titolo che la chiave di lettura sono stati presi in prestito dall' omonima commedia di Aristofane. Queste nuvole sono da intendersi come quei personaggi ingombranti e incombenti sulla nostra vita economica, politica e sociale, il cui ruolo fondamentale sembra quello di mettersi tra noi e il cielo per nasconderci la luce del sole (...) Sotto questo viavai di cirri, di nembi, di cumuli, si muove il popolo, che per quanto gli è ancora concesso continua a farsi i fatti suoi, e che però non dimostra una grande vocazione alla protesta".

MINA
"Ci vuole un bel coraggio a cantare con Mina, perché la sua voce è un miracolo (...) È come se avesse avuto una memoria prenatale della musica, e questo è un fenomeno tipico della genialità, quello di sapere prima di conoscere, e te ne accorgi quando la senti cantare, perché tutte le sue evoluzioni vocali, le picchiate, i glissati, i grappoli di note in brevissimi intervalli di tempo, le svisature della melodia sono assolutamente spontanei".

CANTAUTORE O POETA?
"Benedetto Croce diceva che fino all'età di 18 anni tutti scrivono poesie. Dai 18 in poi rimangono a sciverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, per pracauzione, preferirei considerarmi un cantautore".

 

"Sei personaggi in cerca di un verso"
di Alessia Trivelli
Una giuria scelta dà voti a De André

E' veramente un poeta Fabrizio De André? E qual è il verso più bello che abbia scritto nelle sue canzoni? Lo abbiamo chiesto ad alcuni esponenti del mondo della cultura.

Sergio Staino, vignettista: "Il verso che preferisco tra le canzoni di De André è: "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior". Non è una frase originale, ma esprime bene la politica del decadentismo populista, nella quale io mi riconosco sin dalla giovinezza. Come tutti i cantautori, anche De André deve essere considerato un poeta. Ma nella nostra cultura è difficile condividere la poesia di chi scrive canzoni: sembra che la musica degradi il verso, in realtà lo fa volare ancora di più. Del resto, nel mondo arabo la poesia viene percepita solo se cantata".

Beppe Severgnini, scrittore: "De André è stato un poeta bravo e fortunato nella sua vita artistica, anche se è morto troppo giovane. La sua merce viaggiava sul veicolo giusto, che è la musica, mentre le pagine spesso hanno meno successo. Delle sue canzoni preferisco questa frase: "Per stupire mezz'ora basta un libro di storia". Tutti noi dovremmo attaccarla al muro".

Alfonso Berardinelli, poeta: "Non credo nella possibilità di equiparare dei testi cantati a quelli scritti solo per essere letti: non so se una canzone possa valere senza la musica che l'accompagna, mentre per i poeti la musicalità è verbale, è nelle parole stesse. Sicuramente l'uso privato della poesia, che una volta accompagnava certi momenti dell'esperienza di una persona, oggi è stato sostituito dalle canzoni. In ogni caso, apprezzo molto De André, in particolare le ultime composizioni in dialetto. Mi sono sembrate straordinarie anche se difficili da capire: sono versi estremamente suggestivi e misteriosi proprio perché incomprensibili; sembrano esprimere strani messaggi musicali e verbali come se arrivassero da un altro mondo. Ma non credo che gli stessi versi letti su una pagina rendano l'idea della musica. De André è stato proprio un poeta della musica, della canzone in quanto musica".

Luciano Canfora, storico: "Trovo che "Re Carlo tornava dalla guerra" sia un eccellente verso di poesia: è perfetto dal punto di vista metrico e prosodico. E giudicare la frase di una canzone come un verso poetico significa già laureare un cantante come poeta".

Goffredo Fofi, critico e scrittore: "I versi che mi piacciono di più vengono da "Smisurata preghiera": "Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco. Non dimenticare il loro volto che dopo tanto sbandare è appena giusto che fortuna li aiuti". De André è sicuramente un poeta, è il nostro Bob Dylan".

Filippo Bettini, poeta: "Quando si parla della poeticità di cantautori, spesso impropriamente e con generalizzazioni, tremo perché mi sembra un discorso male impostato: i testi al di fuori della musica sono difficilmente giudicabili come composizioni letterarie. Ma se c'è un cantautore che ha saputo coniugare musica e poesia è senz'altro De André: le sue parole hanno una notevole rilevanza poetica, sono state sentite, pensate e immaginate poeticamente. Nelle sue canzoni si trovano molti stilemi poetici. Ha avuto la capacità di trasformare l'essenza dei temi più duri e scabrosi in materia di poesia. Un bel verso, visto nel contesto della canzone, "La ballata del Michè", è: "L'avevan perciò condannato, trent'anni in prigione a marcir. Ma adesso che lui s'è impiccato la porta gli devono aprir".

 

De André un anno dopo
di Stefano Pistolini
"Fabrizio, vate d'Italia"

"Bocca di Rosa", "Marinella", "La guerra di Piero". Non solo canzoni, ma vera e propria lirica contemporanea. Fra i tanti omaggi alla memoria del cantautore genovese arriva, in un libro, l'ultima beatificazione Che fine hanno fatto "Marinella", Bocca di Rosa", "Don Raffaé"? L'11 gennaio 2000: È passato un anno dalla morte di Fabrizio De André. E cosa sta succedendo intorno a Fabrizio? Che eredità ha lasciato? Cosa significa ancora per noi?
Molto, si direbbe, tanto sul piano della cultura "alta", quanto nella circolazione più semplice della sua opera, quella animata dai fans vecchi e nuovi.
A testimoniare questo fenomeno basta un'occhiata a Internet: 26 siti interamente dedicati a lui, infarciti di discografie, saggi, foto famose e istantanee scattate ai concerti. Poi una pioggia di messaggi telematici, aumentati a dismisura dal giorno della sua scomparsa: "La vita prosegue malgrado i dolori e le gioie. Un ciao a Fabrizio compagno della mia vita", scrive un certo Adelchi. "De André è stato parte della vita musicale di mia madre e poi mia. Ciao Fabrizio, non ti lasceremo andare", promette una certa Silvia. Una promessa condivisa anche dalla Ricordi, la sua casa discografica, che ha appena proposto "De André in concerto", registrazione della sua ultima tournée (documentata anche dalle telecamere di RaiDue), con sontuose esecuzioni di brani come "Via del Campo" o "Il pescatore".
E molto si muove anche sul piano accademico, con un convegno che proprio nella ricorrenza dell'11 gennaio dedicherà all'Università di Trento, dipartimento di Sociologia, una giornata di studi alla sua opera, col contributo di numerosi studiosi e la partecipazione di Cesare Romana, suo biografo e amico. Del resto la scomparsa di De André è stata un autentico choc generazionale, che ha spinto a riflettere i più noti opinionisti: "Noi ragazzi degli anni Sessanta ci innamorammo dei suoi eroi malvisti, derelitti, risplendenti di solitudine", ha scritto Michele Serra. "Credo che Fabrizio fosse, da solo, un'intera isola sospesa tra i mari della dolcezza e della rabbia", ha aggiunto Stefano Benni. "Dicono che Fabrizio è il Bob Dylan italiano. Io vorrei che Bob Dylan venisse chiamato il Fabrizio americano", ha sostenuto Fernanda Pivano.
Di più: sul versante letterario della rivisitazione di De André, la casa editrice Einaudi manda in libreria "Come un'anomalia", raccolta dei testi delle sue canzoni curata da Roberto Cotroneo, con acclusa videocassetta d'interviste e apparizioni televisive allestita da Vincenzo Mollica. Il libro si apre con un'avvertenza: "Aver sognato con "Amore che vieni amore che vai" non c'entra nulla. Avere scelto le canzoni come colonna sonora della propria vita non è motivo sufficiente perché i testi debbano stare in queste pagine", scrive Cotroneo, "si tratta di ripulire da strascichi emotivi queste strofe, che qui spero possano apparire in tutta la loro lucidità". Un'operazione editoriale che perciò ripropone una questione ricorrente nei confronti dei capisaldi della nostra "pop culture": se è vero che negli ultimi anni il fattore poetico è transitato attraverso le canzoni, non è giunta l'ora di annetterle alla storia della nostra letteratura? Proprio a partire da questo genere di considerazioni è nato il progetto di "Come un'anomalia": "L'idea viene dal rapporto d'amicizia con De André", racconta Vittorio Bo, amministratore delegato della Einaudi. "E il progetto esisteva mentre era ancora in vita. Poi, non appena è mancato, con Dori Ghezzi ci siamo posti il problema di presentare degnamente la sua opera in chiave poetica".
La scelta della collana "Stile Libero", indirizzata a un pubblico giovanile, è nata dall'esigenza di coinvolgere il pubblico degli ultimi arrivati: "Per noi adulti Fabrizio costituisce la colonna sonora degli anni che abbiamo smarrito", sostiene Severino Cesari, coordinatore della collana. "Ma in questo caso ci stava a cuore un atteggiamento d'immediatezza relativo alla sua opera. Perciò abbiamo avuto l'idea della videocassetta. E poi ci interessava che le liriche di Fabrizio fossero considerate come testi d'autore. De André, del resto, aveva una tremenda consapevolezza d'autore: scriveva e riscriveva, passava giorni a ragionare su un sostantivo. E ne discuteva per serate con Dori". Così il cofanetto multimediale sbarca in libreria andando a fare compagnia a iniziative simili che hanno già coinvolto Dario Fo, Marco Paolini, Roberto De Simone: "E anche uno straordinario fumettaro come Andrea Pazienza", conclude Cesari. "Perché l'idea è di restituire legittimità alla letteratura italiana. Ovvero classificare come classici quelli che lo sono, ma che ancora si stenta a definire tali".
Del resto fra le file della nostra critica in tanti la pensano a questo modo. Sandro Modeo del "Corriere della sera", ad esempio: "De André e Battisti sono arte pura. All'interno del loro sistema di riferimento possiedono perfetta coerenza. Il fatto che si siano espressi in canzoni anziché in poesie tout court li rende ancora più calzanti con la storicità dell'arte e coi suoi aspetti antropologici". Un'unitarietà d'intenti che spinge il curatore a definire De André "un intellettuale che scrive testi poetici e che ama la musica". Come del resto non è strano che capiti al giovane figlio della migliore borghesia genovese di fine anni Cinquanta, con buoni studi e una passione per la canzone francese d'autore suggeritagli dal padre: "Io sono un borghese", diceva di se stesso l'artista, "sono nato in un ambiente borghese, ho vissuto a contatto con una società borghese, ho avuto amici borghesi. Canto quindi davvero le malattie della borghesia, anzi, la mia malattia di borghese". La reazione a questo contesto di crescita permea la sua intera produzione, costellata di ribellismo, anarchia, desiderio di provocazione. E anche di costante attenzione, se non attrazione, verso l'universo dei diseredati. I primi passi artistici De André li muove proprio nel cuore di quella irrequietezza intellettuale che traversa la gioventù genovese tra fine anni Cinquanta e primi Sessanta, in una città che produceva innovatori come Luigi Tenco e Gino Paoli. Fabrizio è il ragazzo-bene che detesta il proprio ambiente e passa le notti nei vicoli della città vecchia, assaporando esperienze proibite. Con un amico particolare: "L'esordio in teatro mio e di Fabrizio", racconta Paolo Villaggio, "avvenne proprio insieme: lui era molto piccolo, io avevo otto anni più di lui. Ma Fabrizio già dimostrava il suo straordinario talento. Abbiamo cominciato insieme la nostra lunga attesa in provincia, sognando un futuro trionfale".
Perché contraddicendo i modi schivi della sua vita privata, sul piano artistico De André sarà un artista sempre alla ricerca di collaborazioni e di nuovi compagni di strada coi quali condivide la scrittura musicale e poetica. La lista è lunga: dopo Villaggio, Peo Reverberi, Nicola Piovani, Ivano Fossati, Massimo Bubola, Mauro Pagani, Francesco De Gregori. Storie di collaborazioni intime di cui purtroppo poco si sa, al di là di qualche aneddoto raccontato dagli stessi protagonisti: "Mi alzavo la mattina che Fabrizio dormiva", racconta De Gregori. "Dori mi preparava il caffè e io leggevo i versi che Fabrizio aveva buttato giù la sera prima e che mi lasciava su un tavolo scritti in tutte maiuscole, perché si capisse meglio. Prendevo il foglio e continuavo. Poi lui scendeva, pranzavamo e discutevamo, lui aggiungeva qualche idea e così, una strofa lui e una strofa io, la canzone aveva preso forma". Crescendo, maturando attraverso complesse esperienze artistiche e umane, decollando dopo il grande successo della "Canzone di Marinella", la carriera di De André assume un peso sempre più rilevante nel panorama italiano, punteggiata da album che assumono un significato formativo per intere generazioni: "Tutti morimmo a stento", "Volume III", "Storia di un impiegato".
Fino a una data che segna la nuova svolta nella vita di Fabrizio: 27 agosto 1979, il giorno in cui insieme a Dori viene sequestrato da banditi sardi nella sua fattoria di Tempio Pausania, andando incontro a una prigionia che durerà quattro mesi. Ma il suo ritorno da uomo libero è altrettanto scioccante allorché, nel primo incontro coi media, De André s'accalora a spiegare come "i veri sequestrati fossero loro", i suoi carcerieri, membri d'una razza perdente e dal destino segnato. A riflessioni altrettanto radicali il cantautore affida la sua successiva produzione, che col passare degli anni diviene sempre più rara e sofisticata, avviata alla perfezione formale nel confezionare contenuti complessi, tanto nell'elaborazione che nelle aspirazioni: "Creuza de Ma", "Le nuvole", il conclusivo "Anime salve"
E comunque, a posteriori, non tutti gli addetti ai lavori sono pronti a sottoscrivere l'operazione critica che prova a scorporare il versante lirico della sua produzione dalla controparte musicale. Ad esempio il musicologo Franco Fabbri, tra gli autori della raccolta di saggi "Accordi eretici" (Euresis), interamente dedicata a De André: "Non bisogna mai dimenticare che siamo al cospetto di un importante musicista del Novecento. E che la canzone resta comunque un sistema diverso dalla poesia scritta: è fatta per essere ascoltata e va insieme alla musica. In sostanza poeta e cantautore sono mestieri diversi. E per quanto possa essere importante vedere la canzone come un prodotto letterario, è un'inaccettabile forzatura isolare i testi dalla musica". Fabbri conclude con una notazione: "E non dimentichiamoci mai della voce di De André: ha un ruolo centrale nella sua creatività". Quella voce che "Come un'anomalia" ci fa riascoltare nel video che accompagna il volume, in numerose canzoni e vecchie conversazioni. A partire dal '69 dove un Fabrizio giovane, in cachemire e pantaloni con la riga, spiega come la sua opera si concentri sul pensiero della morte intellettuale. Poi nell'82, capelli più lunghi, volto gonfio, eterna sigaretta, allorché racconta: "Genova: tutte le volte che ti ci trovi fuori capisci che è una città da rimpiangere". Nell'88, quando spiega perché vive in Sardegna: "Le varie etnie sarde, sia pur con le loro differenze, hanno in comune il rispetto di valori fondamentali in cui credo anch'io". Nel '97, mentre racconta come il poeta Alvaro Mutis gli abbia insegnato che "Le difficoltà bisogna affrontarle traversandole". E infine le immagini in cui, intervistato da Mollica su uno scoglio, risponde all'eterna domanda: ti senti più poeta o cantautore? Lui cita Benedetto Croce: "Fino a 18 anni tutti scrivono poesie. Dopo quell'età continuano solo i poeti e i cretini". E conclude: "Precauzionalmente preferisco considerarmi un cantautore". E che sensazione ti dà ritrovarti nei libri scolastici? "Mi imbarazza, perché mi fa piacere". La canzone che più ti somiglia? "Bocca di rosa". E il sogno? "Rincontrare per una volta mio padre".

Leggende metronapoletane
di Peppe Lanzetta
Io, tra Piero e Marinella
Amici fragili
Dalle tue canzoni
saremo per
sempre coinvolti
Da Il Mattino, 29 dicembre 2000

Fabrizio che cosa rimane dei tuoi sessant'anni non compiuti? Tatuaggi sul nostro cuore, ogni tanto ritornano le tue canzoni. Lasciano Boccadasse e arrivano da noi, tuoi cugini, tuoi nipoti, tuoi figli. E rimaniamo ancora senza fiato. Forse per la profezia. E allora in questo nuovo anno immaginiamo di stringerle tutte in una mano, le tue canzoni e le nascondiamo forse per non farle sciupare dal tempo. Ma poi ci ridiamo su perché cosa vuoi che possa fare il tempo alle tue canzoni? Può solo renderle eterne e allora via. Apriamo la nostra mano e "Bocca di rosa" se ne vola per la Marina, poi sale per i Quartieri e si ferma in un basso di Cariati. E "La canzone dell'amore perduto" ritrova i suoi diciott'anni verdi e freschi e una "Maria" per compagnia che ci ripete non ci lasceremo mai mai e poi mai mentre guarda le palme di piazza Vittoria. E "Piero" ha lasciato la sua guerra e se non dormirà più sepolto in un campo di grano verrà a tuffarsi sotto Castel dell'Ovo e poi a nuoto arriverà a Nisida e dal carcere saranno i ragazzi a lanciargli addosso mille papaveri rossi. E "Marinella" non è mai scivolata, si è solo nascosta tra i mille giovani di San Domenico Maggiore e adesso canta il rai algerino, ha molti amici pakistani, ha i piercing nel naso e un loft a Santa Chiara. Rimane "Don Raffaè", il suo caffè, la sua cella, il suo Campari. Lo hanno visto seduto al Gambrinus, era l'ultimo dell'anno. Con lui c'eri anche tu, amico nostro e ridevate mentre su di voi si rifletteva l'ombra del rosso di Kapoor. C'è poco da fare, mio caro amico fragile (e sapessi quanto siamo fragili tutti noi), ma con le tue canzoni, per quanto qualcuno si creda assolto, siamo tutti coinvolti. E ce ne costa lacrime, e sudore, e passione, e amore, questa nostra benedettissima cattiva strada. Grazie anche per questo.

 

Lui e Napoli
Con Murolo e Dylan sulla "cattiva strada"
di Enzo Gragnaniello

Solo qualche settimana fa ho riscoperto il Dylan di "Adventure in Durango" tradotto da De Andrè. Mi era successo di cantare quella canzone davanti a sua maestà Bob, ma solo riproponendola a un incontro che "Monumedia" dedicava ai rapporti tra Fabrizio e la cultura napoletana, non solo musicale, ho capito perché aveva scelto la nostra lingua in quell'occasione: la sentiva vicina alla sua, anzi alle sue lingue: il genovese, il sardo, l' italiano. De Andrè aveva scoperto Napoli e la sua musica probabilmente attraverso Brassens, la cui mamma era napoletana. Poi s'era innamorato, come tutti noi, di Roberto Murolo e della sua antologia discografica da cui attinse per "La nova gelosia" ancor prima di duettare con lui sulle note di "Don Raffaè", la canzone più ironica e feroce che sia mai stata scritta sulla camorra, l'ha ammesso persino Cutolo: sembra impossibile che, con quella musica e quelle liriche, non l'abbia scritta un partenopeo, uno di noi. Ma per lui Napoli era "una patria morale", un luogo di adozione dove abbeverarsi alla cultura di Eduardo e De Sica, Viviani e Pulcinella, dove chiedere a Salemme di tradurre in dialetto la sua "Bocca di rosa" per farla cantare a Peppe Barra. Ho scoperto questo, e altro ancora, a quel convegno in cui ho rispolverato "Avventura a Durango" innamorandomene nuovamente, tanto da decidere di riproporla qualche volta nei miei prossimi concerti. Di solito ai convegni ci si annoia, si dicono e si ascoltano cose barbose, ma quella mattina io mi sono emozionato, mi sono sentito "sulla cattiva strada", ma in ottima compagnia, per esempio vedendo il video inedito in cui Fabrizio e Dori Ghezzi e Murolo prendevano un caffè, ah che bellu cafè, e discutevano di Don Raffaè e del "Guarracino".

Conobbe davvero Bocca di rosa, di lei raccontava:
fu un incontro liberatorio

di Ranieri Polese

MILANO - Bocca di rosa si chiamava Maritza. Era "un'istriana bionda, alta, dalla bellezza fredda, (…) che da quando era arrivata a Genova per togliersi la voglia di Fabrizio e ridimensionarne il mito, si era fatta quasi tutti i suoi amici, senza curarsi di ciò che altri chiamavano reputazione". Così la raccontava lo stesso De André nel suo unico romanzo, Un destino ridicolo, pubblicato da Einaudi nel '96. Il libro, Fabrizio lo aveva scritto insieme con Alessandro Gennari, psicoanalista di Mantova e scrittore (nel '95 da Garzanti era uscito il suo Le ragioni del sangue). Erano diventati amici per caso, nel '75, durante un concerto a Mantova, quando il cantautore chiamò sul palco un ragazzo che stava in prima fila e, invece di cantare, si mise a conversare con lui. "Quel ragazzo ero io" ricorda oggi Gennari.
La Genova del romanzo, quella dei vicoli malfamati, degli uomini di malavita, delle puttane, era quella dei racconti di De André. Apparteneva ai suoi ricordi di gioventù, ed era il mondo delle sue prime canzoni. "Quella Genova che Fabrizio aveva tanto amato" dice Gennari "perché per lui incarnava un'idea cosmopolita. Gli dava l'impressione delle cose che stavano per incominciare". Le cose, invece, non cambiarono, e la scelta fu quella di andare a vivere altrove, in Sardegna. Ma la città gli era rimasta dentro. E con Genova il ricordo di "Bocca di rosa".
"Quello tra Fabrizio e Maritza fu un incontro liberatorio; lui viveva un momento di chiusura e di oppressione, non sopportava più la morale ipocrita, i condizionamenti della famiglia borghese". Si ritrovarono in seguito? "No, mi risulta di no. Bocca di rosa è solo un ricordo, un bel ricordo senza troppe nostalgie".
Era la donna che ti fa diventare grande, quella che ti regala la vera iniziazione: così parla di Maritza Vittorio Bo, amministratore delegato dell'Einaudi, quello che più di ogni altro aveva voluto il libro di De André. "Per me, che sono di Genova, Fabrizio era sempre stato un idolo. Finalmente nell'estate del '92, in Sardegna, andai a trovarlo a Tempio Pausania. E gli chiesi di scrivere qualcosa per l'Einaudi. Lui, mi ricordo, mi disse: non sono uno scrittore, faccio canzoni. Due anni e mezzo dopo mi fece sapere che aveva una storia. Tornai a trovarlo, mi fece conoscere Alessandro Gennari, si parlò del libro. Poi mi chiese notizie di uno scrittore pubblicato dall'Einaudi".
Chi era? "Era Alvaro Mutis. Fabrizio era affascinato dalla saga di Maqroll il Gabbiere. Voleva mettersi in contatto con Mutis, per avere il permesso di fare una canzone usando le sue parole". La canzone è Smisurata preghiera dell'album Anime Salve. Mutis e De André s'incontrarono più volte, diventarono amici. Tanto che il grande colombiano volle per primo scrivere sul romanzo del cantautore, dargli la benedizione.
Anche Mutis amava molto la figura di Maritza, la ragazza che "faceva l'amore con chi voleva senza rendere conto a nessuno", come si legge nel libro. Per Mutis, Maritza "è una donna la cui unica dimora è il suo corpo; essa rappresenta un erotismo opposto al sesso, che consiste in una sottile conoscenza del mondo degli uomini". Esecrata dalla stupida morale dei bigotti, è lei la donna che regala la libertà. La creatura benedetta che, a dispetto di tutti, ha il merito di non lasciare appassire l'amore come invece accade alle viole.
Recentemente, la Rai l'aveva ricercata per uno speciale dedicato a De André; ma Bocca di rosa non si è presentata.


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