Così è nata la canzone di Marinella
di Vincenzo Mollica

LA MEMORIA. Ieri De André avrebbe compiuto 59 anni. Raccontava così il suo brano più noto: Era una prostituta di 16 anni.
Non amava fare interviste e quelle poche volte che le concedeva stava sulle spine, anche quando conosceva le domande e si era scritto le risposte mandandole a memoria perché le parole dovevano avere una costruzione, un senso che fosse specchio fedele del suo pensiero.
Era un levigatore di parole Fabrizio De André, difficilmente parlava a sproposito, raramente improvvisava. Le parole per lui avevano un senso e un suono, mai lasciato al caso, soprattutto quando andavano a comporre, come tasselli di un mosaico, i versi delle sue canzoni.
Ho avuto la fortuna di intervistarlo molte volte, ho avuto la fortuna di sentirlo amico. Fu quando incise con Mina nel 1997 La canzone di Marinella che mi raccontò come nacque questo brano: "E' nato da una specie di romanzo familiare applicato ad una ragazza che a 16 anni si era trovata a fare la prostituta ed era stata scaraventata nel Tanaro o nella Bormida da un delinquente. Un fatto di cronaca nera che avevo letto a quindici anni su un giornale di provincia. La storia di quella ragazza mi aveva talmente emozionato che ho cercato di reinventarle una vita e di addolcirle la morte. Sono legato a questa canzone perché, indipendentemente dal suo valore, trovo che ci sia un perfetto equilibrio tra testo e musica, diciamo che sembra quasi una canzone napoletana scritta da un genovese. Nel momento in cui Mina negli Anni Sessanta cantò La canzone di Marinella determinò anche la mia vita. Scrivevo canzoni da sette anni, ma non avevo risultati pratici e quindi avevo quasi deciso di finire gli studi in legge. A truccare le carte è intervenuta lei cantando questo brano; con i proventi Siae decisi di continuare a fare lo scrittore di canzoni e credo sia stato un bene soprattutto per i miei virtuali assistiti. Ci vuole proprio un bel coraggio a cantare con Mina La canzone di Marinella perché la sua voce è un miracolo. Credo che lei sia nata con la musica nel dna, è come se avesse avuto una memoria prenatale della musica. Questo è un fenomeno tipico della genialità: quello di sapere prima di conoscere. Te ne accorgi quando la senti cantare perché le sue evoluzioni vocali, le picchiate, i glissati, i grappoli di note in brevissimi intervalli di tempo, le svisature della melodia sono assolutamente spontanee". Quante parole riemergono dal flusso dei ricordi, parole che non inseguono logiche, incasellamenti, ma solo emozioni... Come quella volta che c'incontrammo alla Mostra del cinema di Venezia qualche ora prima che De André incontrasse uno dei suoi scrittori preferiti: Alvaro Mutis, a cui aveva reso omaggio nel suo album Anime Salve con la canzone Smisurata preghiera liberamente tratta dalla saga di Maqroll-Il gabbiere : "Mutis è un poeta che mi ha affascinato per il fatto che, pur essendo un ricercatore e un inventore del linguaggio, non rimane mai ingabbiato nei propri dispositivi narrativi perché ne crea sempre di nuovi, privilegiando la comunicazione diretta con il lettore. Il mistero nelle poesie di Mutis viene reso con estrema chiarezza ed è per questo che lo considero un grandissimo poeta, che tutti possono leggere con un po' di attenzione; come credo che, con un minimo di attenzione, sia alla portata di tutti Omero, che rimane in ogni caso il mio poeta preferito. Poi c'è il Mutis scrittore, quello della scommessa, della sfida. Il suo personaggio chiave, Maqroll, sembra dirci che le difficoltà bisogna affrontarle attraversandole, affinché un uomo possa diventare un uomo fino ad affrontare la peggiore di tutte che è la morte. Maqroll sembra dirci che superando la paura della morte si diventa immortali, l'unico timore che dimostra di avere è di morire senza stile". In quella stessa occasione incontrai Alvaro Mutis che non si fece tanti scrupoli nel definire De André un poeta, mi disse anche che la sua canzone preferita era Bocca di rosa , la prediletta di Fabrizio, che però non amava considerarsi un poeta e a chi gli chiedeva se si sentisse tale raccontava: "Benedetto Croce diceva che fino all'età di diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente, preferisco considerarmi un cantautore". Un cantautore che considerava la canzone una vecchia fidanzata, un cantautore che aveva scambiato la notte per il giorno e aveva occhi e anima per guardare oltre gli orizzonti squinternati che fanno da recinto al nostro tempo. Una volta a Porto San Giorgio facemmo una buffa fotografia con una sciarpa in testa, sembravamo le due vecchine che all'inizio del disco Le nuvole dicono: "Vanno / vengono / per una vera / mille sono finte / e si mettono lì tra noi e il cielo / per lasciarci soltanto una voglia di pioggia". Quella foto lo divertì al punto che voleva usarla come copertina del disco dal vivo che uscì dopo Le nuvole . Mi chiamò chiedendomi se avevo nulla in contrario, risposi che ne sarei stato felice. Poi cambiò idea perché trovò un antico dipinto di Pulcinella, che forse somigliava meglio a tutti e due. Rivedendo l'ultima intervista che gli feci l'anno scorso, ho trovato una frase che all'epoca mi era sfuggita: "Prima che venga definitivamente neve penso di fare ancora questa tournée". Ecco perché oggi, mi piace pensare che in qualche altra parte, in un vortice di polvere stia cantando facendosi accompagnare dal suonatore Jones.

 

Luciano Berio ricorda Fabrizio
la Repubblica" del 12/01/99

"Riscrivere l'inno nazionale: un po' per ridere un po' sul serio, era questo il progetto che avevamo insieme, Fabrizio ed io", racconta dalla sua casa in Toscana, nella campagna senese, il compositore Luciano Berio, probabilmente il massimo autore del nostro tempo nell'ambito della musica colta. La notizia della morte di De Andrè lo sta cogliendo di sorpresa, inopportunamente recata dalla voce della giornalista già pronta, ieri mattina, a interpellarlo per un ricordo, mentre il maestro, ancora inconsapevole, è immerso nel suo lavoro di composizione quotidiano (sta ultimando la partitura di teatro musicale a cui toccherà, quest'anno, l'onore dell'apertura del festival estivo di Salisburgo). Al telefono Berio sembra colpitissimo: di Fabrizio era molto amico, "anche se si tratta di un'amicizia recente, lo avevo conosciuto a Genova, a casa di Renzo Piano, appena un anno e mezzo fa, e ci siamo rivisti qualche tempo dopo a Milano. Mi piacque subito, era una persona di sensibilità e acutezza straordinarie". L'idea di un nuovo inno nazionale "divertiva sia me che lui e ne abbiamo parlato spesso. Naturalmente ci eravamo divisi i compiti: a lui toccavano i testi e a me la musica. E io intanto la musica l'ho scritta. Purtroppo mancano le sue parole". Che cosa, soprattutto, le piace ricordare di Fabrizio De Andrè? "La sua intelligenza, la sua consapevolezza. Era un uomo ricco di una coscienza profonda dei valori, molto al di là dei confini specifici del suo impervio mestiere. In lui c'era una umanità diversa, e sempre una grande dignità. Fabrizio non si sdava mai, era un uomo incapace di vendersi, di buttarsi via. I suoi testi erano sempre molto controllati. Mai che ci fosse il minimo sospetto di mercanzia. E questo lo rendeva unico, differente da tutti". Parlavate di musica? "A volte sì, conosceva qualcosa della mia musica, e a me, che vivo con due figli giovani, grazie a loro era capitato, un po' per caso, di ascoltare qualcosa di suo. Poi, dopo averlo conosciuto di persona, decisi di comprarmi tutti i suoi dischi. Sì, certo che li ho ascoltati. Con ammirazione. Ma non mi sembra il caso di mettermi a fare l'esegeta della sua musica. Al di là di tutto, come ho detto, c'era il lato umano di Fabrizio, la qualità rara della sua persona, fatta di tante cose diverse". Per esempio? "Quel suo senso assoluto di libertà interiore e innanzitutto del rigore. Un rigore che ha segnato la sua storia politica, fatta appunto di rigore e di libertà. Fabrizio De Andrè è riuscito a non essere mai succube delle regole del mercato e non ha mai rinunciato a quel prezioso e raro ingrediente comune a tutti i liguri che amo, per esempio Sanguineti e Calvino: l'ironia".

 

"Il silenzio e il revival"
di Gino Castaldo
la Repubblica" del 13/01/99

Anche se il paragone è davvero forzato, è successo a tutti di fare confronti con la morte di Lucio Battisti, se non altro per la vicinanza delle due tragedie. Ma sono più le differenze che le similitudini. Con De Andrè nessuno sta tentando, e speriamo nessuno tenterà, quel megakaraoke che le canzoni di Battisti (quelle vecchie, le solite vecchie canzoni del Battisti anni Settanta e non altre) hanno inevitabilmente scatenato. con De Andrè è scomparso un pezzo della nostra coscienza collettiva, quella che molti, in assenza di nuovi maestri, hanno delegato ad alcuni cantautori d'eccezione, De Andrè sopra ogni altro. E questo ispira un sofferto silenzio, più che le manifestazioni di piazza. Come quando morì Pasolini. Anche lì scomparve prematuramente un cantore dei deboli, un appassionato poeta della sofferenza, delle minoranze, delle vittime della ipocrisia borghese. Battisti ha scatenato un'orrida orgia di revival, De Andrè incute il rispetto che si deve a un artista dal quale ci aspettavamo ancora non solo capolavori, ma canzoni capaci di raccontarci quello che siamo stati e stiamo diventando. Battisti doveva difendersi dal cinismo dei media, De Andrè ha goduto del più assoluto rispetto. Tutti sapevamo che stava male, che era condannato, ma nessuno (o quasi) lo ha scritto. La sua riservatezza non sapeva di paranoia, era la legittima e signorile dignità di un uomo che amava il mondo, che era generoso con amici e colleghi, che al momento giusto parlava, si manifestava con parole ponderate a lungo. Nessuno parlava, ma tutti sapevano, senza tradire questa consegna, il che la dice lunga sull'amore e il rispetto che tutti nutrivano per lui. Il comportamento dei familiari è la splendida conseguenza di questa lezione di vita. Bellissima la frase di Dori Ghezzi "abbiamo deciso per i funerali pubblici, perchè Fabrizio era di tutti". Questo significa distinguere la civiltà, l'intelligenza, dalla paranoia.

 

Scolpiva parole con la voce"
- Liberò la canzone dall'età dell'innocenza

di GIno Castaldo
la Repubblica" del 12/01/99

Era capace perfino di non esserci, di far iniziare " Nuvole", il suo disco più struggente e prezioso dell'ultimo periodo, con le voci di due donne sarde, una più giovane, l'altra più anziana, che raccontano dolci e trasognate le nuvole che affollano il cielo: "Vanno, vengono, ogni tanto si fermano, sono nere come il corvo, sembra che ti guardino con malocchio. Certe volte sono bianche e corrono e prendono la forma dell'airone o della pecora....". A riascoltarlo oggi, sembra un epitaffio celeste, una magia della parola, un'emozione appesa all'incomprensibile e sfuggente senso del divenire di tutte le cose. Anche quando non c'era, De Andrè spargeva lacrime di carisma, e lo aveva fatto per tutta la sua vita, ombrosa e riservata, come il primo vero intellettuale della nostra canzone, quello che ha traghettato verso la modernità le inquietudini dei cantautori genovesi, i primi a trattare di amore come lente esistenziale per capire il mondo. Era già molto, ma pochi anni dopo arrivò lui e improvvisamente si completò la rivoluzione in atto. Non più solo amori desolati e fragili, ma parabole, canti colti, citazioni medioevali, un provocatorio e costante intreccio tra sacro e profano, tra cultura alta e bassa, tra sublime e volgare, un pò come sono gli uomini del resto, di cui De Andrè, sul piede della lezione dei francesi, si dimostrò acuto e implacabile osservatore. Le sue canzoni (al pari di quelle di Guccini che però aveva scelto la strada del folk americano) rivelarono che la canzone, perfino quella italiana, poteva permettersi ogni licenza artistica. Si poteva osare, si poteva affrontare qualsiasi tema, di più, si poteva brandire una canzone come arma anarchica e indipendente contro l'ipocrisia, contro la doppia faccia della società perbene e assassina. Se proprio dovessimo individuare il peso dell'influenza che De Andrè ha avuto sugli altri cantautori, dovremmo pensare soprattutto alla capacità di svelare, di aprire, di non istigare imitazioni ma ispirare libertà, convincere che si poteva essere unici, che ogni musicista poteva essere un mondo a parte. Dunque quelli che più sono stati segnati da lui sono quelli che gli assomigliano meno. Che è la cosa più bella che possa capitare a un maestro. E' successo a Dylan, è successo a John Lennon. A De Andrè è successo di essere divorato da una passione inarrestabile, di percepire come nessun altro il potere enorme della parola cantata, di temerlo e rispettarlo al punto di aspettare mesi, anni, finchè non emergeva quella giusta, quella che avesse forza e significato, quella parola e non un'altra, fusa ad una nota che ne svelasse le risonanze, che ne amplificasse la vibrazione poetica. Si pensa soprattutto al poeta, ma ci si dimentica che De Andrè era soprattutto la sua vice e che per quella erano pensate le canzoni, una voce nitida, ferma, profonda, scolpita come un bassorilievo che nei dischi e nei concerti riempiva l'aria con un autorità che pochi hanno posseduto. La sua è la storia di un musicista che aveva capito un altro grande segreto: la trasformazione. Anche questa inseguendo in fondo la mimesi della vita stessa. Cercava, instancabilmente, nuove possibilità, le sperimentava a lungo, le meditava in lunghi viaggi in barca, le scarnificava per mesi coi suoi compagni di viaggio (Ivano Fossati, Mauro Pagani e tanti altri) finché non si arrivava in porto. Sta di fatto che il viaggio era un viaggio reale, non pretestuoso, e tra "La canzone di Marinella" e "Creuza de ma" c'è un abisso, c'è tutta la vertigine delle metamorfosi di un artista che può rimanere se stesso cambiando tutto. Dalle ballate-apologo degli inizi, in cui la parola aveva un peso preminente, fino al folk-rock più innovativo, a un vero e proprio manifesto di una possibile musica etnica italiana, dove l'uso del dialetto, spesso l'incomprensibile genovese, rendeva la parola soprattutto elemento sonoro, entità ritmica. Non era un poeta tout court, tutt'altro. Era un incantatore di suoni e parole, uno di quelli che possiedono il segreto, del resto antichissimo, di una lingua in cui versi e musica non possono essere separati, e la poesia è sempre anche suono. Del poeta (musicale) aveva l'ambizione, la volontà di plasmare emozioni che suonassero vere, spietatamente autentiche, esasperando la soggettività dell'atto creativo come unico possibile momento d'onesta espressione. Ed è il segno che ora ci mancherà di più.

 

Vecchioni: "De André, il Pirandello della canzone"
di Mario Luzzatto Fegiz
Dal Corriere della Sera "Come lo scrittore odiava le finzioni, e ha trasformato la realtà in favola. Era un poeta: i suoi testi sono gli unici che reggono anche senza musica"

Si frequentavano, si stimavano anche se non hanno mai scritto una canzone insieme Fabrizio De André e Roberto Vecchioni. Il quale, all'indomani della scomparsa del collega, parla di ciò che il cantautore genovese ha rappresentato per la cultura italiana. "La sua è stata una rivoluzione culturale. È vero: è partito dai francesi, ma poi puntò quasi subito sul gusto della favola, distanziandosi dai francesi, più attaccati alla realtà, alla vita. La vita, invece, Fabrizio la nascose sotto la mano come un prestigiatore". "Ma la vera rivoluzione - spiega ancora Vecchioni, che per la morte dell'amico Fabrizio ha rimandato l'uscita del suo album "Sogna ragazzo sogna" prevista per martedì scorso - è che De André va al di là della poesia dei Luzi e dei Zanzotto. Mi spiego meglio: la sua operazione nei confronti della poesia è un po' quella che fa il teatro nei confronti dell'epica. L'epica proponeva una narrazione che veniva dall'alto, il teatro instaura un rapporto a due fra chi recita e chi ascolta. E il pubblico diventa protagonista. Con lui nasce la prima canzone partecipativa a livellio intellettuale che io conosco. Paoli e Tenco come Brel, Brassens e Becaud rivoluzionarono la canzone mettendoci la vita. Lui andò più in là portandola verso la favola, il paradigma, sganciandosi completamente dall'attimo presente". "Quanto alla costruzione della canzone si tratta di qualcosa che parte dall'intuizione. Poi viene pensata elaborata, cesellata da una intelligenza senza pari nel campo della composizione. Io credo - continua Vecchioni - che Fabrizio sia uno dei grandi del Novecento, che si affianca a Luigi Pirandello per molti aspetti. Cosa odiava Pirandello? La forma, ovvero la finzione di noi che siamo obbligati a consegnare alla società. Ma Pirandello ammanta la realtà di tragedia, De Andrè di favola". "Lo scorso anno Paolo Villaggio, solo con Fabrizio su una scogliera, gli chiese: "Ma tu ti senti arrivato?". De André rispose: "Io non mi sento un musicista, mi sento un poeta". Questo è il punto: lui era l'unico poeta della canzone d'autore. Gli altri, me compreso, con l'eccezione forse di Guccini, sono bravi, non poeti. E i suoi testi sono gli unici che reggono anche senza musica". Il linguaggio di De André? "Non è assolutamente per tutti. Il suo era un elitarismo culturale. Aveva il fisico e la testa del poeta. Non aveva bisogno di mettersi in una torre d'avorio: in quella torre ci era nato". E questa passione per la notte? "Per lui l'alba era un'offesa, perché lo costringeva a ricollegarsi alla realtà rispetto al mondo dei personaggi che elaborava. Il sostanza l'alba lo richiamava a cose che non aveva nessuna voglia di fare. Ha avuto la grande fortuna di avere intorno gente che lo capiva". E i temi? "Beh, accanto a considerazioni ovvie come la sua passione per gli emarginati, gli indiani e altri temi coerenti con le sue convinzioni di anarchico, non ha scritto grandi canzoni d'amore. La sua è piuttosto una ricerca precisa e romantica della persona vera: la vera Princesa (un transessuale), la vera Franziska (moglie di un latitante sardo costretta a un voto di castità). Parlavamo delle situazioni creative in cui si immergeva. Lui dava un tale corpo ai suoi personaggi da sentirli come assolutamente veri. Ed ecco perché l'alba che arrivava era qualcosa di mediocre. Nella stanza chiusa, su quel lettone, costruiva quello che voleva. L'alba rischiava di dissolvere quel suo universo, quelle donne, quei malandrini, quegli eroi che non sono mai esistiti e non esisteranno mai al di fuori della sua realistica fantasia". "Fabrizio era un divoratore di libri. Si innamorava di alcune frasi che leggeva. Poi le cambiava per metafora o per traslazione. E alla fine, per far passare quella metafora, ci costruiva sopra una canzone". "È stato scoppiettante fin dall'inizio - continua Vecchioni - . "La guerra di Piero", "La ballata del Michè" sono tutte situazioni fuori dal normale, ma sempre su tematiche diverse. Non ha mai puntato su situazioni personali nemmeno quando era logico: in "Hotel Supramonte" i cieli in fiamme sono dominanti rispetto alla sua sofferenza personale di rapito". E la melodia? "Ricca o povera che fosse era sempre creata per valorizzare le parole".

 

Lontani dal karaoke-Battisti stavolta in onda l'imbarazzo
di Aldo Grasso
Dal Corriere della Sera

Lucio Battisti non volle più mostrarsi in pubblico ma quando morì tutte le Tv inondarono gli schermi di sue immagini. Anche Fabrizio De André aveva qualche problema con il pubblico, con la sua immagine pubblica, ma gli archivi si sono dimostrati più avari. E questa è la differenza fra la negazione e il dubbio. Le canzoni, persino troppo "poetiche", di Battisti cantavano l'amore o la sua mancanza, si preoccupavano cioè di riempire un'esistenza, rappresentavano una pienezza, anche se sempre più inquieta e aggressiva. E infatti, alla sua morte, radio e Tv, hanno smodatamente duplicato questa pienezza tanto da trasformarla in un interminabile karaoke. De André invece, di certezze, non ne conosceva, dato che tutte gli apparivano ugualmente fragili. Alla notizia della sua scomparsa, le Tv non hanno potuto fare altro che riprodurre questa incertezza. Meravigliosa incertezza di De André che gli ha consentito di migliorarsi in continuazione, crescere, affinare quel senso etico, prima che estetico, che gli permetteva di dare un senso non solo ai suoi giudizi ma soprattutto alle sue emozioni musicali. De André ha messo in imbarazzo i media (e imbarazzate sono state le commemorazioni immediate, quella di Bindi a "Telesogni", quella di Gennari con Limiti, quella di Morselli) perché ha sempre cantato la morte, una delle ultime interdizioni. Già la morte: "La guerra di Piero", "La canzone di Marinella", la morte di Tenco ("Ascolta la sua voce che canta nel vento / Dio di Misericordia vedrai sarai contento"), la morte di Pasolini, la morte di Cristo ("il potere vestito d'umana sembianza / ormai ti considera morto abbastanza"), la morte del vivere civile ("Hotel Supramonte"), la morte degli emarginati ("i figli cadevano dal calendario / Jugoslavia Polonia Ungheria / i soldati prendevano tutti / e tutti buttavano via", "Khorakhané"), fino a "Anime salve" cioè solitarie. È parso perciò giusto il silenzio che "Striscia" ha voluto dedicargli. Ma nella sua straordinaria ricerca poetica, De André ha raggiunto il piu' raffinato pathos con due capolavori in dialetto genovese, "Creusa de mä" e "'A çimma". Il dialetto incontra molte difficoltà a entrare nel circuito mediatico, specie se è un gesto di estrema raffinatezza, un'invenzione letteraria. Se ci sediamo su quella riva degli istanti che è la Tv per contemplarne il passaggio, finiamo col non distinguervi altro che una successione senza contenuto. Per la scomparsa di De André è diverso: carica di senso e di lirismo, è una traccia (sì, la traccia dei vecchi vinili) di necessità morale. Basta riascoltare un suo disco per capire come la sua voce, bella e indigniata, fosse anche la sua poesia. Eterna.

 

Denunciò la falsità borghese
di Paolo Conti
Il Vaticano: voce dell'inquietudine esistenziale. I politici: geniale dissacratore

ROMA - Usano parole quasi identiche per esprimere concetti uguali. Dice Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione comunista: "Era il cantore della dissacrazione dei falsi miti del moralismo borghese, ha saputo interpretare i sentimenti e le condizioni degli ultimi, un modello di artista non mercantile e non banalmente spettacolare anche nel suo stile di vita". Ripere Gennaro Malgieri, deputato An e direttore de "Il secolo d'Italia": "Mi colpiva la forza trasgressiva delle sue canzoni, lo squarciamento dei valori e delle rassicurazioni di stampo borghese. Dico le stesse cose di Bertinotti? Significa che forse in quegli anni, nell'Italia democristiana e piccolo borghese apparentemente dominata dai "buoni pensieri centristi", tutti gli altri stavano molto male". Non fai in tempo a morire che all'improviso tutti ti danno ragione. Capita a chiunque, figuriamoci a De André. La destra sembra aver dimenticato l'uomo che, nel '93, temeva l'arrivo di un "vento nero" elettorale su Genova. O che alla Bussola di Viareggio nel '74 paragonò Almirante a Bette Davis ("sorride con le mani appoggiate alla cintura, e ti cattura"). Per non parlare dei cattolici. Appena ieri, ottobre '96, "L'Osservatore romano" lo accusava (con Battiato, De Grigori, Dalla) di aver "strumentalizzato a fini commerciali il dibattito su musica e Dio". Oggi Radio Vaticana giura che aveva dato "voce all'inquietudine esistenziale dell'uomo di oggi" capace com'era di accuse "contro chi incombe dall'alto e gestisce il potere"… "veniva dall'alta borghesia ma ha passato la vita a denunciare le ipocrisie del vivere borghese (come non ripensare al Bertinotti e al Malgeri entrambi "anti-botghesi"?) Pure l'"Osservatore", assai più gelido dell'organo radiofonico, ammette che "con un suo genere tutto particolare" De André aveva "mietuto larghi consensi di pubblico e di critica" anche internazionali. A chi importa più che dalle sue canzoni preti e potenti uscissero con le ossa rotte? Non a don Gianni Baget Bozzo, che lo paragona a Pasolini ("come lui cercava un linguaggio cristiano fatto di purezza"). Né a Monsignor Domenico Sigalini, responsabile Cei per la pastorale giovanile che racconta un particolare non molto noto ("le sue musiche sono state quelle che hanno popolato i gruppi di catechesi") e poi svela: "Non fu contattato per il grande concerto rock a Bologna in onore del Pontefice solo perché aveva già deciso di eclissarsi dal pubblico, ma avrebbe dagnamente potuto proporre la sua musica davanti al Papa". E gli ex dc? Svaniscono antichi rancori negli uomini dello scudocrociato. Giulio Andreotti si iscrive al club dei suoi fan: "La libertà degli artisti in genere, quindi dei cantautori, non può avere limiti. Pur non essendo un esperto in materia mi sono piaciute alcune sue composizioni. Era un anti-democristiano? Pazienza. Non credo che la Dc sia finita per questo…". Ombretta Fumagalli Carulli (oggi senatrice di Rinnovamento Italiano) dice che Fabrizio "cercava al di là della materia, e questo basterebbe a farne un "naturaliter" cristiano. In quanto a me, mille volte addormentai mio figlio cantandogli "Marinella"". Segue a ruota Pierferdinando Casini, segretario del Ccd, che sembra quasi non trattenere il proprio entusiasmo: "Un mito per diverse generazioni contagiate dal suo magnetismo, dalla sua poesia, dalla sua pulizia"). Viste le premesse, non stupisce che Massimo D'Alema ("un'artista che ci ha regalato grandi emozioni che resteranno nella storia della canzone italiana e internazionale, lo ricordiamo tutti come autore di splendide pagine musicali e poetiche") si allinei a un Silvio Berlusconi ("che profondo dolore, è stato un interprete e un autore che ho molto amato, ho ascoltato spesso le sue canzoni") colpito dai dettagli sulla sua malattia ("mamma mia…"). O che il segretario ds Walter Veltroni ("i suoi versi hanno accompagnato tanta parte della nostra vita, delle nostre speranze, dei nostri sogni e di questo gli saremo sempre grati") e la sua collega di partito, ministro Giovanna Melandri ("un uomo di straordinario spessore umano e culturale, più che cantautore è stato un poeta") siano sovrapponibili alla dichiarazione di Alfredo Biondi, Forza Italia ("trasformò la poesia in musica e la musica in poesia, ha avuto un'esistenza libera, non condizionata né dalle convenienze politiche e sociali né dalla popolarità") così come Armando Cossutta leader dei Comunisti Italiani ("recuperò lingue locali, narrazioni del Mediterraneo") non si discosta da Ernesto Stajano, Rinnovamento italiano ("ha espresso i sentimenti degli italiani con la poesia e la musica di ispirazione popolare"). Solo il verde Athos De Luca, che contestò ad agostola frase pronunciata da De André in un concerto a Roccella Jonica ("se nel Sud non ci fosse la criminalità organizzata i disoccupati sarebbero molti di più") non disconosce la polemica: "De André era un grande, per me che sono cresciuto cantando chissà quante sue canzoni la sua scomparsa è un autentico lutto. Quell'uscita? Non posso negarlo, mi sorprese. E per me fu un errore".

 

A Milano in piazza Duomo con chitarre e candele
di Maria Volpe
Dal Corriere della Sera

MILANO - Nessuna retorica, tanta poesia e un pizzico di magia, grazie a quella piccola candela rossa accesa a illuminare piazza Duomo. Ieri sera, alla chetichella, sono arrivati i fan di Fabrizio De André, per rispondere all'appello di un ascoltatore di Radio Popolare che nel pomeriggio aveva detto: "Ragazzi, stasera alle 21 tutti in piazza a cantare con le chitarre. Anche se piove". E loro, i fan, discreti come Fabrizio, sono arrivati. I primi alle 21.20, timidamente, con un registratorino collegato a un megafono. Poi quel gruppetto alle 21,30 cresce, cresce: un centinaio e oltre. E arrivano anche le chitarre. Chi seduto sugli scalini, chi in piedi a fare gruppo. 21,40: si parte con la canzone di Marinella. Conoscono le parole a memoria, sembrano persino tutti intonati, vanno a tempo, modulano la voce. Prendono coraggio. Il gruppo si allarga. Si uniscono anche passanti e turisti. Il battimani tiene il tempodi "Hotel Supramonte", "Bocca di rosa", "La guerra di Piero". Giovani, meno giovani, cattolici, comunisti. È curioso che le due emittenti "più calde" ieri siano state proprio Radio Vaticana e Radio Popolare: la prima che ha dedicato una nota al cantautore che "ha passato la vita a denunciare le ipocrisie del vivere borghese"; la seconda presa d'assalto tutto il giorno. Raccontano a Radio Popolare; "In molti erano sorpresi, non se l'aspettavano. Tutti hanno parlato di lui come di un artista libero, indipendente. Un poeta". Che canzoni vi hanno chiesto? "In molti hanno voluto riascoltare "Il bombarolo", e poi naturalmente "La canzone di Marinella", "Bocca di rosa", "La guerra di Piero". L'età degli ascoltatori? La maggior parte, tra i 30 e i 40 anni". Meno numerose le telefonate a Radio Italia. Raccontano: "I suoi fan ci sono parsi molto discreti. Non una valanga, ma un sommesso coro di voci". Radio 105, Montecarlo e Radio Dj non hanno segnalato telefonate degli ascoltatori. Presi invece d'assalto i centralini di RadioRai, soprattutto il primo e secondo canale. Spiegano: "Abbiamo stravolto tutta la programmazione: in molti non sapevano della malattia, erano allibiti. Tanti dicevano di aver perso un padre spirituale". E alle 19 di ieri erano oltre cento i messaggi di cordoglio per la scomparsa di De André registrati sui due principali "gruppi di discussione" in Internet. Elena: "Scrivo per superare questo momento di smarrimento e per ricordare i brividi che sentivo ascoltando la sua poesia"; Karl: "Ora noi siamo un po' più soli e il potere un po' più tranquillo". Roberto: "Ciao Fabrizio te ne vai con un pezzo della mia vita della mia adolescenza. Arrivederci coda di di lupo. Mi mancherai".

Fu spiato per sette anni dalla polizia segreta VENEZIA - "Anarchico", "filocinese" e, per giunta, "cantautore rivoluzionario di sinistra". Dagli archivi segreti del Viminale spunta un fascicolo della polizia intestato a Fabrizio De André: sette anni di veline spionistiche raccolte soprattutto dalla "squadra 50" di Genova, uno dei nuclei di 007 non previsti dalla legge, ma finanziati dai capi della polizia fino all'84. L'intero archivio blindato è stato sequestrato nel '97 dal giudice veneziano Carlo Mastelloni. Il fascicolo su De André si apre nel 1970: da Roma, un dirigente di polizia chiede se "l'universitario genovese con l'hobby della musica" sia collegabile a un insegnante veneto tirato in ballo nella falsa pista anarchica per piazza Fontana. L'allora questore milanese Guida replica che De André, con le stragi, non c'entra proprio nulla. Ma questa risposta non impedisce alla "squadra 50" di continuare a spiare De André fino al 1976, informando Roma su simpatie politiche e interessi in Sardegna del "cantautore filocomunista".

 

Telefonata di Mario Luzzato Fegiz

I due (poi condannati a 25 anni e 10 mesi) avevano custodito lui e Dori Ghezzi nelle foreste della Gallura (un soggiorno ricordato nella canzone Hotel Supramonte). Era la ricompensa per non aver fatto del male a lui e alla compagna durante la prigionia. E da quella drammatica esperienza Fabrizio trasse ispirazione per un album di rara bellezza, detto "disco dell'indiano" per via della copertina con lo Cheyenne a cavallo e perché lega in qualche modo la storia dei sardi a quella dei nativi d'America. Nel '70, quasi davanti alla sua casa di Genova, affondò una nave da carico filippina, la London Valour: migliaia di genovesi assistettero alla tragedia di marinai inghiottiti dai flutti dopo che una rudimentale teleferica non era riuscita a portarli in salvo e al suicidio del capitano dopo che sua moglie si era schiantata sugli scogli. De André scrisse allora l'unica canzone recitata della sua carriera: "I marinai foglie di coca digeriscono in coperta… Il pasticciere di via Roma sta scendendo le scale… E la radio di bordo è una sfera di cristallo, dice che il vento si farà lupo e il mare si farà sciacallo… E le ancore hanno perduto la scommessa e gli artigli i marinai". De André era capace di sublimare in poesia per canzone quel che la vita offriva. Ma sempre vedendo la realtà dalla parte dei deboli, dei diversi, delle minoranze, sempre attento alle ragioni dei perdenti alla luce di un'etica rigorosa nel pubblico e nel privato. Lo dimostrano tanti episodi rimasti sconosciuti, come un concerto a Rho (1964) nel quale lasciò tutto l'incasso a un amico anarchico (Enrico Rovelli) caduto in disgrazia. Passava le notti con la luce accesa a leggere e a scrivere. Le persiane sbarrate gli impedivano di accorgersi dell'arrivo dell'alba. Così ha composto Marinella, La guerra di Piero, Carlo Martello, Bocca di rosa, ma anche Don Raffaè, dedicata a Raffaele Cutolo e allo Stato perdente di fronte alla criminalità organizzata. De André ha dato volto e voce al furore di quella fascia di adolescenti che sognano la libertà, la fuga dei riti della borghesia. Col suo spirito ribelle e anarcoide ha rappresentato in questi trent'anni la voce d'una coscienza rigorosa, e impietosa contro ogni perbenismo: "Ai protettori delle battone lascio un impiego da ragioniere…" (Il Testamento). Gli anonimi bricconi dei bassifondi con lui diventano eroi, le libertine come Maritza (Bocca di rosa) o come la cortigiana Yamina eroine, i capi come Carlo Martello sono quasi sempre dei patetici buffoni. Creuza de Ma, considerato il suo capolavoro, è un disco scritto in dialetto genovese con strumentazioni mediterranee. È la metafora dell'umanità che affronta il mare per poter sopravvivere. Il "suo" ultimo mare, De André l'ha affrontato lottando e lavorando fino all'ultimo. Ha cercato di creare un album per telefono con i suoi musicisti, ha scritto centinaia di fogli con una furia creativa incredibile. Ha sperato di vincere. Ma alla fine, come nella canzone sul naufragio delle London Valour, anche le sue ancore "hanno perso la scommessa". In quell'ultima telefonata del 25 dicembre ci diceva: "Sono convinto che alla mia età San Francesco avesse molta più energia di me. Perché aveva fatto una vita diversa. Però come lui ho sempre avuto due chiodi fissi: l'ansia della giustizia e la convinzione, presuntuosa, di poter cambiare il mondo".

 

Intervista a Nicola Piovani
Repubblica" del 12/01/99

"Ha costretto il mercato a piegarsi alla sua arte"
Nicola Piovani ha collaborato con Fabrizio De André all'inizio degli anni Settanta, per gli album Non al denaro non all'amore né al cielo ispirato all'Antologia di Spoon River e Storia di un impiegato, animato da profonda passione politica. Ma del suo rapporto con de André il maestro Piovani preferisce non parlare, "perché i ricordi personali significano dolore personale, sentimenti privati sui quali è giusto il silenzio. E poi De André ha collaborato con tantissimi musicisti senza mai lasciarsi modificare, anzi con una grande capacità di metabolizzare il lavoro degli altri. Ci sarà modo di riparlarne, lascia un'opera tutta da ristudiare".
Quali sono i brani che restano preziosi nella sua memoria?
" Forse le prime canzoni, Il testamento, Bocca di rosa, che ho ascoltato quando ero molto giovane. Ma le canzoni di De André appartengono alla memoria di tutta la nostra generazione, perché hanno ridato nobiltà al genere canzone, cosa che - senza arrivare a Schubert - per i francesi era già molto chiaro quando ancora da noi si diceva musica leggera usando l'aggettivo in senso riduttivo".
Quali considera i suoi valori più alti?
" L'assoluta, estrema coerenza che avuto fino alla fine, non si è piegato alle mode e alle esigenze dell'industria, non gli neanche, minimamente, prestato orecchio. Anzi, ha spinto il mercato a piegarsi alle sue esigenze, alla sua arte. Le sue canzoni non passeranno mai di moda, perché non sono mai state di moda: la moda riguarda i modisti, De André era un artista".
La differenza è grande....
Le sue canzoni non restano nella memoria come riferimento ad una stagione di vita, della giovinezza soprattutto, non diciamo: le cantavamo sulla spiaggia intorno a un falò, o legata a una corsa in motocicletta 10 HP...
Alle sue canzoni ci si riferisce come ad opere senza tempo, come ci si rapporta con i Vangeli Apocrifi, alla creazione di un poeta che segue solo il suo fiuto di rabdomante, insensibile ed ignaro agli elementi della moda".
Anche nel suo rapporto con la televisione De André è stato coerente....
L'ha sempre rifiutato, anche all'inizio, anche quando ne avrebbe avuto bisogno, quando la promozione sul teleschermo avrebbe aiutato il fatturato. E' molto facile, come fanno molti artisti, rifiutare la televisione dopo che hanno avuto successo".
Da cosa nasceva questo rifiuto, secondo lei?
A naso capiva che linguisticamente sarebbe stata una forma di omologazione, di profanazione. Non era un calcolo razionale, era il fiuto del grande poeta".

 

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