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![]() De André e Napoli |
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Federico Vacalebre "De Andrè e Napoli - Storia d'amore e d'anarchia", Sperling & Kupfler, 2002, pp. 176, 18 euro Ipotesi di un discorso amoroso, bruscamente interrotto, tra il signore dei cantautori, Fabrizio De Andrè, e Napoli. Un pò documentario e un pò filmino familiare, mostra come tutte le strade deandreiane, persino quelle che conducono a Georges Brassens e Bob Dylan, portano nella città campana. Un libro ricco di storie, anche inedite, come quella dell'incontro con Roberto Murolo (autore della prefazione, insieme a Massimo Ranieri) per una tazzuriella 'e caffè. Incontro da cui nascerà «Don Raffaè», storia di un boss che fa il bello e il cattivo tempo, anche in carcere. Dopo l'incisione Raffaele Cutolo scrisse a Fabrizio: «Come hai fatto a descrivere così bene la mia condizione?». E iniziò a spedirgli le sue poesie. Il cantautore genovese accennò una lettera di risposta. Poi, per ovvi motivi, interruppe la corrispondenza. Il primo a spingere il cantautore verso Napoli fu George Brassens. «Non sapevo nemmeno io come e perchè - racconta De Andrè - ma impazzivo per Bovio e Di Giacomo. Poi scoprii che la mamma del mio amatissimo Brassens era figlia di napoletani, e che nelle ballate di quello che rimane il mio primo maestro indiscusso, alcuni studiosi avevano ritrovato echi della melodia campana». Napoli delle donne, e di un bambino mai nato. De Andrè negli anni '60 visse per un periodo a Napoli, in primavera, innamorandosi di una ragazza «partenopea al cento per cento». «Poi - racconta - andai via e venni a sapere che era rimasta incinta. A dicembre mi si presentò il albergo, a Cortina con i miei genitori, per dirmi che aveva perso il bambino: pallida, infreddolita...sembrava davvero uno scricciolo». Fabrizio ricordava quella storia come il suo primo «fidanzamento» e un suo vecchio amico, Giorgio Leone, racconta che il quel periodo De Andrè sembrava volerla sposare a tutti i costi: «È nato con questa mania di sposarsi, tanto che poi ha fatto veramente la belinata di sposarsi presto». Napoli-Bocca di Rosa. Napoli città porosa, disordinata, puttana, mammona così vicina Genova. «È la mia patria morale - disse Fabrizio -, dopo Genova e la Sardegna è forse l'unico posto dove potrei vivere. Per la sua cultura, la sua canzone, la sua asimmetria... Per Murolo, Eduardo, Croce e De Sica». Napoli così vicina ad Algeri. Sarà per questo, scrive Vacalebre, che i testi in genovese di 'Megu megun' e «A ?mmà, filiazioni di 'Creuza de mà destinati a 'Le nuvolè, saranno scritti insieme a Ivano Fossati durante un soggiorno sulla costiera amalfitana. Napoli e il dialetto, che per De Andrè rappresentava »l'autenticità« e per il quale »il dialetto napoletano è sicuramente il sigillo doc dell'autentica canzone italiana«. »La canzone di Marinella«, cui era molto legato, era per lui »un perfetto equilibrio tra testo e musica, sembra quasi una canzone napoletana scritta da un genovese«. Per ricostruire la storia d'amore e d'anarchia che lega De Andrè a Napoli, l'autore ha intervistato e chiesto contributi a Beppe Barra, Edoardo Bennato, Pino Daniele, Cristiano De Andrè, Massimo Bubola, Raffaele Cutolo, Enzo Gragnaniello, Peppe Lanzetta, Mauro Pagani, Vincenzo Salemme, Lina Sastri, Roberto Murolo. Il volume è arricchito dalle foto napoletane di Fabrizio, a cominciare da quelle con Murolo e Dori Ghezzi. (Elisabetta Malvagna - ANSA) |