| Un
disco a metà
di Giorgio Maimone
Ecco
un disco che mi mette in imbarazzo. In bilico tra rigetto ed entusiasmo,
non riesco a capire se la mia parte razionale si esalta e se quella
emozionale latita o se succede esattamente il contrario. L’ipotesi
più realistica è che vi sia un intreccio abbastanza
ben riuscito e che nel frattempo, mentre cerco di rendermi conto
di perché e cosa mi piaccia, il disco macina i chilometri
sul mio lettore, fino al punto che quando si ferma mi trovo a canticchiarne
le canzonette. Eh sì, almeno su questo non ci sono dubbi:
trattasi di canzonette! Ma non è un termine riduttivo. I
Baustelle (“lavori in corso” in tedesco) quello si propongono.
Restaurare quell’epoca felice in cui ascoltavamo Umberto Bindi,
Francoise Hardy, Mina, Celentano e Battisti, ibridandola coi suoni
dei “tristi” anni ’80. Operazione felicemente
riuscita. Dove sta il crinale del dubbio? Dove passa lo spartiacque
tra il piacere epidermico e la gioia consapevole della fruizione?
Menate? Può darsi. Ma un po’ dispiace ascoltare un
disco molto piacevole che spara cazzate di storie
I
testi dei Baustelle fanno piangere. Non reggono alcun tipo di analisi.
Né poetica, né sintattica, né di significato.
Intendiamoci: anche Giorgio Conte ha fatto un cd di puro divertimento
in cui non si sogna neanche lontanamente di proporci le sorti magnifiche
e progressive del partito comunista cinese. Parla esattamente del
suo ombelico, della sua provincia, delle sue storie ma mi dona un
piacere incorrotto.
Corrotto
è invece il piacere che mi danno i Baustelle (che pure, vergognandomi
lo ammetto, di piacere me ne danno). I quattro ragazzini di Montepulciano,
che probabilmente valicano di poco la soglia dei 30 anni, parlano
di blue jeans, preservativi, sigarette e avventure con ragazze (possibilmente
straniere). Fine del discorso. La profondità è tutta
qui. E il trattamento dell’esiguo tema è elementare.
Ma
qui cade l’asino (o il dottore). E’ tutto – dicono
– un sottile gioco di citazioni (dicono, insisto). Baustelle,
per citare le parole del leader Francesco Bianconi “è
un gruppo esteticamente vicino alla post-modernità: annulla
la storia citando la storia del pop, ne mescola i suoi elementi
e li rende in forma nuova, costruisce il futuro a partire dalla
fantascienza del passato”. Il problema è che quando
il modello è molto “basso”, la copia può
anche venire bene, forse migliore dell’originale, ma il livello
resta quello. Siamo al pop più sparato, nel senso di “popular”.
Esattamente come leggersi il Daily Mail o Novella 2000. E chi non
trova piacere nel leggersi Novella 2000? “Una volta ogni tanto
…” si celia per celarsi e per nascondere l’orribile
retrogusto del giornalaccio.
I Baustelle non hanno nessun retrogusto orribile e neanche amarognolo,
ma come sanno loro, provenienti dalla mitica terra dell’altrettanto
mitico Vino Nobile, quando scarseggiano i tannini è difficile
fare un vino d’autore. Così quando scarseggiano i testi
è difficile fare canzone d’autore: “Se sugli
sci vi capita di perdervi/Sorridete/Smile// … e sarete più
belli dentro/negativi vivi/ Esistenzialisti tristi/quarti arrivati/ai
campionati di discesa libera all’inferno// Se in seggiovia
vi capita un austriaca/Sorridete/Smile// Provateci, lei è
sola come voi/ Siate soli /Smile” (La settimana
bianca). Ecco, questo per me è troppo! E’
troppo perché si possa trattare di canzoni d’autore.
I
Baustelle però fanno un italian pop di grande spessore. Smarcate
le menate di tipo avant-guarde intellettuale, da guardia rossa della
destrutturazione melodica, abbiamo un’eleganza del porgere
di ottima qualità: a livello dei migliori Matia Bazar e una
capacità di cogliere l’intento melodico del pop degno
di grande studio e qualità. Brani così, che suonano
dannatamente sixty e dannatamente melodici non vengono per caso,
senza un attento studio dei modelli e delle meccaniche che ai modelli
hanno presieduto.
La
musica, infarcita di elettronica, come una zeppola di San Giuseppe,
riesce a miscelare adeguatamente la semplicità della struttura
armonica con il tentativo di rinnovare il tappeto di fondo consueto.
Dice sempre Francesco Bianconi in un’intervista di qualche
tempo fa, trovandomi perfettamente d’accordo: “l’arrangiamento
di “Se telefonando” o di “Metti, una sera a cena”
ha per me la stessa portata di rottura di qualsiasi cosa di John
Cage, e forse anche di più, considerato che Mina la sentivi
in radio e l’avanguardia no”.
Baustelle
hanno ben chiaro in testa cosa sia la forma canzone: lo hanno dimostrato
nel loro primo disco, vecchio di ormai 5 anni ("Sussidiario
illustrato della giovinezza") e lo confermano con
“La moda del lento”. Impossibile non
ritrovarsi a canticchiare “Arriva lo ye ye”
o “Cin Cin” o la “Reclame”
che elenca instancabile 10 marche di sigarette, in barba al fatto
che “nuoccia gravemente alla salute”, ma da citare sono
anche la title track, “Mademoiselle Boyfriend”
e “La canzone di Alain Delon”.
Disco
quindi di grande godimento, con citazioni dal Battiato più
citazionista, quello degli anni ’80, de “La voce del
padrone” (ma che devo dire? A me divertiva ma metteva in sospetto
di vuoto pneumatico pure lui e le sue Summer on a solitary beach),
ai francesi anni ’60 a Belle e Sebastian, con uno spruzzo
di Brasile e di rivisitazioni retromelodiche anche alla Roxy Music.
Un disco tormentato come uscita, pronto dalla primavera/estate del
2002 e uscito solo un anno dopo grazie al contributo, tra gli altri,
di Mauro Pagani, ringraziato per questo sul booklet
interno. Un'ora di musica elegante e ben proposta, citazioni cine-musicali
a iosa, ma il retroterra culturale resta quello vagamente dandy-decadente-post-fascista-pre-craxiano.
Un peccato: un disco imbarazzante, ma un disco a metà.
Baustelle
La moda del lento
Distribuito BMG - Autoprodotto, 2003
Nei negozi di dischi
Ascolti
collegati
Ultimo
aggiornamento: 01-08-2003 |