| Il
sottile e pervasivo piacere dell'anacronismo
di Giorgio Maimone
Cosa
ci può essere di più anacronistico nel 2004 di dedicare
un intero disco ai partigiani, corredarlo con una copertina in bianco
e nero, con immagini d’epoca della guerra partigiana, scegliersi
come compagni di viaggio Ivan Della Mea, Moni Ovadia e Giovanna
Marini e fare introdurre il disco dal parlato di un vecchio partigiano,
Giovanni Paddan, commissario politico della Divisione Garibaldi-Natisone?
Cosa ci può essere di più anacronistico e di così
intimamente bello, intenso, quasi sacrale? Anacronismo che continua
quando, ascoltando i canti si passa di continuo il confine, i confini,
quantomeno linguistici tra friulano, sloveno, italiano, yiddish
del ghetto di Varsavia. Nessuna concessione: un disco rigoroso e
serio. Ieratico nella sua drammaticità. Eppure non è
più tempo di guerre,vi diranno! Che strano, non me n’ero
accorto.
“Partigiani!”,
con i presupposti sopra enunciati, non è chiaramente un disco
di facile consumo, ma tantomeno rischia di essere solo un’opera
documentale o testamentaria. La materia è viva e l’approccio
dei Zuf de Zur (letteralmente “miscuglio
di festa”) è esattamente quello che il loro nome sembra
indicare e che riportano come poetica all’interno del libretto:
“un miscuglio di musiche, lingue e suoni, per superare
pregiudizi e chiusure, confini geografici e mentali”.
Curatissime
le musiche, rese con un organico che allinea voce, chitarra, violino,
clarinetto, organetto, contrabbasso, batteria, darbouke, piccole
percussioni. Molto fa la voce solista di Gabriella Gabrielli,
densa, spessa, velata di tristezza, che raggiunge i migliori effetti
drammatici ne “Il suo nome: bandito”,
testo tratto dai “Canti clandestini” di Carolus
Cergolij, poeta e scrittore triestino e musicato da Mauro
Punteri degli Zuf de Zur, autore di tutte le musiche originali
dell’album.
“Parla
bandito – Bandito parla / bocca serada / muto da sempre /
povere man / senza ongie pianzeva / sbregado / in cella ributà”,
mentre il lento incedere della chitarra e il tema narrante
dell’organetto sottolineano la vicenda. Un canto quasi brechtiano
e una malinconie di nebbie che salgono da remoto, da quel passato
da cui non ci libereremo mai perché “se oggi i cieli
sono quasi sereni – scrive il poeta Cergolij – non bisogna
dimenticare, come certi vorrebbero, e lacrime e il sangue versato
per renderli puliti”.
Ma
“Le bande zingare” col suo incedere gioioso
(“Cantando d’amore / di guerra e di tocai/ …
ehi, sono arrivati / la banda zingara” … / Rosso fazzoletto
/ di vino balcanico / … ehi sono arrivati / la banda zingara”)
è un altro pezzo forte della raccolta, come pure il trittico
di canzoni partigiane che raggruppa “La Brigata Garibaldi”,
“Le chant des partisans” e “Bella
Ciao”. Nel cor mi stanno anche “El
kolo go bala” e “Lidi ma caje”
e con questa le abbiamo dette quasi tutte. Sono 11 canzoni e una
poesia, per un totale di 47 minuti.
Le ospitalità
di prestigio riguardano Ivan Della Mea di cui viene
reinterpretata “Se il cielo fosse bianco, di carta”,
tratto da una lettera scritta in yiddish da un ragazzo di 14 anni
chiuso nel campo di sterminio di Pustkow in Galizia. Moni
Ovadia che dà la voce in “Zog nit
keyn mol”, inno della resistenza nel ghetto di Vilna
e Giovanna Marini (con Francesca Breschi, Patrizia
Nasini e Patrizia Bovi) interpreta “Madonuta”,
testo di Pier Paolo Pasolini e musica della stessa
Marini, tratto da “I turcs tal Friuli”,
che diventa, scrive Alessandro Portelli nella presentazione “simbolo
e precedente dell’invasione tedesca contro cui si ribellarono
i partigiani friulani mezzo secolo dopo” (sic! Ma evidentemente
voleva scrivere” mezzo millennio dopo”. L’invasione
dei turchi in Friuli è del 1499 - NdR) .
I contributi
“preziosi” includono poi un’introduzione al disco
di Alessandro Portelli e la conclusione del libretto
affidato a una poesia “Il song degli innocenti”
di Ivan Della Mea (“contro tutte le guerre senza se e senza
ma”) di recente scrittura. Sempre a una poesia è affidata
la chiusura del disco: “Prejera” di
Pier Paolo Pasolini, recitata da Stefano Moratto
sul sottofondo della canzone “Rifkele di Shabesdike”
(“Cristo, pietà per il nostro paese. Non farci
più signori / di quel che siamo. Non per mandarci la pioggia.
Non per mandarci / il sole. Patire caldo e freddo e tutte le tempeste
del cielo, è il / nostro destino”).
Anacronismi,
si diceva, da cui non sfuggono le scelte di utilizzare anche un
coro di bambini e un coro di voci maschili italo-sloveno in altre
due canzoni. Lo foto storiche riportate all’interno del curatissimo
libretto, veramente magnifiche, vengono dall’ archivio del
Centro Leopoldo Gasperini di Gradisca di Isonzo e dall’archivio
dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione.
Voi prendetela come volete, ma io sto dalla parte di un gruppo che
sceglie il 2004 per riproporre l’attualità della guerra
di resistenza e sceglie frasi introduttive come queste di Giovanni
Paddan: “Vivere solamente di memoria non serve.
Oggi, se vuoi essere un partigiano ancora devi batterti con i tutti
mezzi che la democrazia ti mette a disposizione per l’affermazione
dei diritti dell’uomo”.
'Zuf
de Zur
"Partigiani!"
Finisterre - 2004
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aggiornamento: 14-09-2004 |