| Con
gli zingari a ballare in Piazza Maggiore trent'anni dopo
di Giorgio Maimone
L’ho
sentito la prima volta. Non mi è piaciuto. Salvavo solo "Gli
zingari (Intro)". Pollice verso per "Agosto" e "Primo
maggio", ma soprattutto per "Anna di Francia". Poi
l'ho risentito, distrattamente, mangiando. Già meglio. Ma
non mi è bastato. L'ho rimesso ancora. E iniziava a scorrere,
ma con qualche sacca di resistenza. Poi non ce l'ho fatta più
e ho messo su il vecchio vinile traslato in cd. E capolavoro e magia
e disco da isola deserta e pietra miliare e commozione e nostalgia
e tutto quello di bello che ci può essere ascoltando un disco
epocale, un disco con pochi, pochissimi eguali: "Creuza de
ma" , "Non al denaro, non all'amore né al cielo",
"La pecora" di De Gregori, "L'isola non trovata",
"Storie d'Italia". Ma, masochista fino in fondo, ho riportato
il lettore sulla nuova versione. Ho alzato il volume e ho ascoltato
per l'ennesima volta. Il disco c'è. E' una scossa tellurica,
è un'abrasione, è uno strappo. Ma è soprattutto
un grande disco!
Ebbene sì, quasi 30 anni dopo
ricasco nella stessa magia e mi perdo man mano ad ascoltare come
sono cambiate le canzoni, pur restando uguali e mi faccio trascinare
dalla nuova "Albana per Togliatti" (che
non canta Claudio, ma Peppe Voltarelli), ma subisco anche i recitativi
di Claudio che danno più importanza e rilevanza alle parole,
nell'Intro, ma anche in Anna di Francia. E la ritrovo
grintosa e carica la voce di Claudio nel coro plurale del finale,
dove gli strumenti cavalcano tarante impazzite e gighe disarmoniche
in un treno rock che macina chilometri di distanza, anni, generazioni.
E saltello e batto il piede e segue il ritmo e mi immagino gli zingari,
i nuovi zingari e li sento più felici di prima.
Devo fare uno sforzo di fantasia per immaginarmi gli zingari nella
Piazza Maggiore di Guazzaloca, ma, se è per quello ho dovuto
pure fare un bello sforzo di fantasia a immaginarmi Guazzaloca sindaco
di Bologna! E allora che parta la danza, che parta il treno e che
travolga tutti i Guazzaloca o chi per loro che cercano di mettersi
di mezzo. Onore al merito e al coraggio di Claudio Lolli nel rimettersi
in gioco, nello svestire una suite così complessa e significativa
come i vecchi "Zingari"
e, come fece De Andrè a suo tempo, "metterle
la minigonna". Operazione impudica. Ogni tanto le canzoni,
specie nei ritmi più svelti mostrano le mutande, ma che devo
dire? Mi piacciono anche queste mutande.
Mi piace la follia del Parto delle Nuvole Pesanti
che ci danno dentro come dannati, faticando a tenersi nei momenti
calmi, come trattenuti in attesa dell'esplosione, come nell'attimo
tra la prima e la seconda parte dell'Intro. E così il miracolo
si compie. Non abbiamo più solo un bellissimo disco: ne abbiamo
due. Dicono le stesse parole, ma con altre musiche e forse, anzi
probabilmente, le dicono a due generazioni diverse. Ormai di padri
e figli. Ho tentato anche il masochismo massimo di alternare le
canzoni una a una (nuova versione e poi vecchia) e l'esperimento,
seppure a fatica ha retto. "Agosto" soprattutto
per la maestria di Paolo Capodacqua alla chitarra
classica, anche perché Lolli denuncia qualche mancamento
sui bassi più fondi e preferisce scivolar via e passare oltre.
Il Parto cerca di infondere nuova stamina in un brano che però
esangue nasceva e doveva nascere in mezzo al "caldo, al
fumo, all'odore di brace" che faceva capire che era
"stata una strage". Ma la canzone è talmente
bella da reggere anche in veste alternativa con un finale da treno
"saltato" "da quel quarto piano in questura/
da quella finestra".
Unica piccola pausa del disco, prima di tuffarci nella "Piazza,
bella piazza" a ritmo di rock, a grinta spianata per
4'44" e poi di nuovo l'oasi acustica di "Primo
maggio di festa", una di quelle canzoni così
ricche, così piena di significati, di sottotesti, di possibili
seconde e terze letture che potrebbe reggere a qualsiasi trattamento.
E regge anche qui, eccome se regge!
Capodacqua ricama acquarelli e il Parto si occupa dei rumori d'ambiente,
i colori e la tessitura su cui appoggiare parole-pietre, parole
dense, parole forti: "Che sapore di morte oggi dal Vietnam/
ma forse è mio padre / mi confondo…/ E che cosa da
niente oggi essere lì/ a morire senza il sole del Vietnam".
"Albana per Togliatti" è meglio dell'originale,
come già detto, più tonica, più diretta, più
rossa di vino.
Resta "Anna di Francia" e qui potremmo
aprire volumi. Non apriamoli. Ci sta. Basta pensarla come un'altra
canzone (anzi, il Parto e Lolli in questo disco la propongono come
due canzoni distinte: "Anna" e "Non
sarò". Scelta molto discutibile. Il pregio
di quella canzone era proprio nel suo cambio di rimo mediano, ma
interno al brano). Così restano due canzoni carine, ma la
vecchia Anna era proprio tutta un'altra cosa.
Di "Zingari felici" potrei scrivere tanto quanto potrei
stare ad ascoltarlo (e sono 5 ore adesso!), ma chiudo qua. Io ho
acquistato l'edizione speciale numerata, corredata
da un bellissimo libretto con considerazioni di Claudio, di Paolo,
di Jonathan Giustini (tratte dal libro). Non credete
a chi vi dirà che è un'opera fine a se stessa e fondamentalmente
inutile in un epoca di replicabilità meccanica dei vecchi
suoni. Ne valeva la pena! E' un bellissimo lavoro, ricco di sentimento
e di intelligenza. Che si può chiedere di più?
Claudio
Lolli e Parto delle Nuvole Pesanti
"Ho visto anche degli zingari felici"
Storie di Note - 2003
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aggiornamento: 13-05-2003 |