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Le BiELLE RECENSIONI
Massimo Bubola : "Tre rose"

Risorge alla vita da un vecchio Lp. Fabrizio nei cori, Dylan nel cuore
di Giorgio Maimone

Disco piacevolissimo e fresco che non meritava di sicuro di restare seppellito per anni tra le piccole e grandi beghe discografiche. Eppure era un album che aveva anche un valore, in qualche modo storico: l'unico, a memoria mia, prodotto da Fabrizio De André per un cantante terzo. Uscito nel 1981 per la "Fado" (Fabrizio e Dori, l'etichetta di casa De André) e distribuito dalla Ricordi, il disco, che al momento dell'uscita era comunque riuscito a garantirsi un posto al sole, entrando nelle classifiche, successivamente era scomparso dal catalogo e ai vari Vinilmania di questi ultimi anni lo si poteva trovare solo a prezzi di assoluta affezione.

Ma il solo fatto che, come spiega la copertina, il cd sia stato "restaurato dal vinile da Mimmo Vergani e quindi rimasterizzato da Claudio Giuliani, lascia intuire che non era solo scomparso il disco dai negozi, ma che anche le matrici dell'originale devono aver fatto una brutta fine. Poco male. All'ascolto non si sente. E il fatto che discenda da un vecchio Lp aggiunge più fascino al prodotto.

Che peraltro di fascino ne ha proprio tanto e tutto di suo. Era un Massimo Bubola in assoluta buona forma, giovane giovane, come lo mostrano le foto all'interno del libretto, dove ne spicca una sua in calzoni corti da joggin' assieme a Fabrizio De André. Giovane sì, ma decisamente in palla, perché le canzoni riportate qui dentro sono belle e rivelano un eclettismo degno di nota e una curiosità considerevole verso altre forme musicali (altre anche rispetto alla tradizione italiana, caratteristica che il Bubola attuale non ha riposto).

Massimo, all'epoca aveva appena finito di registrare "L'indiano" con De André, in cui avevano scritto tutti i pezzi a quattro mani, ma vista la freschezza dell'ispirazione e la somiglianza col canzoniere qui riportato, risulta evidente che la collaborazione di Bubola con De André sia stata ricca di travasi reciproci e (Empietà! Bestemmia!) non fatico nemmeno a credere che quello che ci ha guadagnato di più sotto il profilo musicale sia stato Fabrizio De André. Intendiamoci, qui dentro di capolavori epocali non ce ne sono. Non c'è una "Fiume Sand Creek" o una "Se ti tagliassero a pezzetti" o un "Hotel Supramonte", ma il mood musicale è molto simile. E tale la freschezza che l'ascolto di "Tre rose" può diventare un buon antidoto per tutti gli orfani di De André (e siamo ancora tanti!).

Passiamo alle singole canzoni: "Hoa-iò-iò" è probabilmente penalizzata oltre i propri limiti dal titolo e dall'aria da filastrocca infantile, ma se si passa il primo momento di sbigottimento (e passa presto) non è difficile notare in questa lunga litania (12 minuti in totale, visto che ci stanno 5'41" in apertura e 6'10", ma con testo diverso, in coda) gli stilemi di tanto canto popolare, assimilato bene dal giovane Bubola e restituito sotto forma di ballata nuova e al passo coi tempi. Ma, attenzione, i tempi non sono l'81, stiamo parlando del 2005. Uno dei pregi principali del disco (che infatti non è solo un'operazione di "togli la polvere") è che tutto quanto suona attuale. Suona benissimo, come se fosse stato scritto ieri per oggi o meglio, per un presente senza tempo. In "Hoa-iò-iò" ai cori ci sta una nostra vecchia conoscenza: si chiama Fabrizio. Lo so che sono un maledetto nostalgico, ma a me basta questa presenza per passare ben oltre i dodici minuti citati.

"Carmelina" è una bellissima ballata acustica, soffusa e delicata. Racconto in punta di dita (e di cuore) "chiudi gli occhi madonnina / fiore del limone / mia consolazione / la tua tristezza verrà smarrita / come una moneta tra le mie dita". Chitarre in evidenza, come in tutto il disco.

"Calipso" si presenta da sola e mantiene quanto promette. Anche qui il Ciu-ue-di-ué del coro è compito della famiglia De André, Dori e Fabrizio con l'aggiunta di Cristiano. Canzone assolutamente solare, tutta da godere e, forse, anche da ballare. Insomma non lascia indifferenti. "Calipso sono tre ferite / è un foglio bianco con tre matite / è una pioggia che rinfresca un poco, ma non durerà". Avessimo delle radio serie una canzone come questa sarebbe un must che non dovrebbe scendere dal lettore.

Per "Senza famiglia" ci sembra per un attimo di aver sbagliato disco. È come un De Gregori d'annata, del periodo di "Capo d'Africa" a cui pure vagamente assomiglia. La voce è la stessa, come pure la scansione ritmica e l'accompagnamento. Anche il modo di scrivere lo ricorda. In realtà buona parte del disco suona degregoriano (e solo un terzo circa deandreiano), ma quella era la musica che girava attorno allora e Bubola se ne fa ottimo inteprete. Qui la voce è quella che io preferisco: spontanea, chiara. La voce "scura" di Bubola è troppo forzata per suonare naturale. E poi canzoni così solari non possono che essere cantate in questo modo.

Cambiamo deriva e cambiamo ispirazione per la canzone successiva "Sulla riva, la riva" è un'altra filastrocca (breve) di chiaro impianto irish. Bubola si getta con naturalezza nella parte, cantando una ballata popolare in forma di fiaba che potrebbe davvero essere stata scritta sotto altre latitudini e altri cieli, in altri tempi.

"Tiro un'arancia in cielo"
ha più di qualcosa in comune con "Fiume Sand Creek" e, se non fosse già acclarata la seconda, forse la prima mi colpirebbe ancora di più. Diciamo che viene dallo stesso brodo di coltura (e anche di cultura). Non so quale sia stata scritta per prima, ma devono comunque essere state questioni di giorni o di mesi. Le similitudini sono davvero molte, anche verbali: "Tirai una freccia in cielo per farlo respirare / tirai una freccia al vento per farlo sanguinare" dice una e "tiro un'arancia in cielo perché il cielo diventi d'oro / tiro una pietra in fiume perché così non mi innamoro" risponde l'altra. Il ritmo vagamente indiano del brano fa il resto. Ma la canzone è bella! Eccome se è bella! E poi, voglio dire, la pietra di paragone è "Fiume Sand Creek", mica pispoli!

"Tre rose", acquarello delicato, tenue, melodioso, solo chitarra e voce. Una piccola, piccolissima pausa per pensare, di nemmeno tre minuti. Un bozzetto costruito su classici schemi del narrare e dal cantare popolare, genere di cui Bubola, fin da allora si dimostra maestro.

"Encantado Signorina" è l'unica canzone tra quelle del lotto che sia stata ripubblicata di recente. Faceva parte del Cavaliere elettrico, capitolo I e II. Classica canzone tex-mex buboliana. Il riferimento più prossimo può essere la coeva "Franziska", ma il tema è ancora più disincantato e gradevole. Come tutto il disco. Un disco di assoluto piacere!

Pioggia di romanticismo, ma non romanticume in "E tu no", di impianto classico, da canzone all'italiana con tanto di pianoforti romanticamente ispirati e violini che aleggiano nell'aria (anche se non ce n'è traccia nel disco di violini. Forse troppo zucchero e sentimento messer Bubola. Ma nel caso uno fosse innamorato ecco la canzone adatta.

Finiamo come abbiamo iniziato, con i cori allegri di "Hoa-iò-iò". Ricca di belle immagini "Luna di luglio, luna sciroppata / apri la porta e fammi dare una leccata" ... "Luna vanitosaì, luna di agosto / se ti acchiappano le lucciole a settembre perdi il posto / e se ti prendono i gitani ci si faranno le collane / e se ti acchiappa la polizia ti mette in mezzo al pane". E il ritornello "E se la notte è scura non devi aver paura / e se la notte è chiara prendi la tua chitarra e canta" è comune alla prima parte della stessa canzone, qui impegnata a raccontare i sei mesi finali dell'anno. In totale dodici minuti per i dodici mesi su una durata globale del disco di 44'20". Non nego che possano sembrare troppi e a molte orecchie diverse dalle mie la filastrocca stanca. A me diverte.

Unico dubbio finale: si può mettere un disco del 1981 tra gli imperdibili del 2005? Comunque sia, ascoltatelo.

Massimo Bubola
"Tre rose"

Eccher Music- 2005
Nei negozi di dischi

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Ultimo aggiornamento: 17-03-2005

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