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Le BiELLE RECENSIONI
 
Lino Straulino: "Blu"

Un disco blu che sa di blues. Da leccarsi i baffi
di Giorgio Maimone

Lino Straulino fa parte del miracolo carnico. Quella misteriosa alchimia di fattori che fa sì che la musica che scende a valle dalle montagne di quell’angolo un po’ discosto e appartato d’Italia mi penetri nelle vene parlandomi in un linguaggio ancestrale che misteriosamente capisco con la pelle più che con gli organi deputati all’ascolto. Luigi Maieron, gli FLK, la Sadon Salvadie, ma anche i poeti Trastolons o gli Zur de Zuf, gli Arbe Garbe, i Kosovnki Odpadki. Nomi che dicono poco vero? Eppure sono convinto che da quelle bande si faccia musica d’autore e tra le più interessanti che girano attualmente in Italia. Forse è l’ora delle periferie dell’impero.

Un esempio calzante è, per l’appunto l’ultimo disco di Lino Straulino, un disco che, tanto per cominciare, non ha titolo. Come per “L’indiano” di De André è gioco forza allora chiamarlo “Blu” dalla copertina completamente blu su cui non trova posto nemmeno il nome dell’autore né nessun altra indicazione. Fate una prova. Mettetelo su e fatelo ascoltare senza dire di cosa si tratta. Gli amici vi chiederanno probabilmente il nome di quell’ottimo bluesman. “Viene dalla Louisiana?”. “No, un po’ più da vicino. Da Sutrio, Udine”.

Ma “Ciantà” (Cantare) ha un inciso di chitarra che non ha nulla da invidiare a J.J.Cale e “Mari di Gnot” (Madre di notte) richiama da vicino “Mona” del mitico autore di "Cocaine", a cui rimanda peraltro anche il clima rilassato di molti dei brani proposti, mentre il fantasma di Nick Drake è pronto ad affacciarsi dietro a molti angoli. Se poi aggiungiamo che tutti quelli che parlano della maestria di Pino Daniele alla chitarra dovrebbero sentire come Lino fa vivere e palpitare lo strumento, dobbiamo fermarci solo un attimo di più ad analizzare i testi.

Il disco non è nuovo, perché è uscito nel 2003 per i benemeriti "conii" della Nota, la benemerita etichetta friulana di Valter Colle, impegnata a fondo in un discorso sulla musica di qualità. Esageratamente sintetica la lista dei collaboratori-musicisti: Luca Brunetti, Gianluca Cimenti, Matteo Cimenti, Ivano Contardo, Sergio Del Negro, Stefano Romano, che visto il buon lavoro che hanno fatto meritavano almeno la citazione degli strumenti suonati.

L’unico titolo comprensibile in "Blue" è “Highway” e nemmeno questo è in italiano. Per il resto swinghiamo tra “Dut ce ch’a l’è stat” (Tutto ciò che è stato), “No tu eres plui” (Non c’eri più), “La poure de gnot” (La paura di notte), “Jo lei di te, jo lei di lor” (Io leggo di te, io leggo di loro). Ma all’interno del cd, sorpresa, i testi non solo sono tradotti, ma sono tradotti da un poeta, Maurizio Mattiuzza, già sodale di Straulino nell’epocale “Tiere nere”. E la traduzione non è semplice traduzione, è una riscrittura in linguaggio poetico di una lingua altra, di una lingua foresta e coloniale, come potrebbe essere l’inglese. Così “E m’impensi da l’estat” viene tradotto con “E mi sovviene l’estate” (alzi la mano chi non ha pensato a “e mi sovviene l’eterno e le morte stagioni”?).

Ma la poesia è già dentro i testi di Straulino, da quella più intimista di “E mi vien voglia di te, del tuo corpo leggero/ del tuo profumo di prato, dei tuoi capelli di foglia, il tempo ci regala sapore di miele / e il piacere di gioire la primavera” (“No tu eres plui”), a quella sociale: “Sì, il paese sta cambiando / si rifà viva la fame / e forse stasera si cena / ma domani, domani ci si spezza la schiena” (“Jo lei di te, jo lei di lor”). Per finire con l’afflato spirituale di “Emplimi il vuelt” (Riempimi il vuoto): “Quando la domanda è: cosa diverremo?/ E la risposta sarà / sarà per sempre / riempimi il vuoto con muschio e neve e cesti di foglie / riempimi il vuoto con la tua sete / la tua sete di pioggia”.

Temi non lievi, come non è lieve “Highway” di Mattiuzza/Straulino che sembra un outtake da “Tiere nere” (“dodici episodi, tra canto e "recitazione", dalle fragranze delicate e intense al contempo, orizzonti che si dispiegano incontenibili in storie di indianti friulani, case e memorie devastate dal terremoto, storie di miseria e di emigrazioni di popoli disgregati, paesaggi e odori veri del nord-est dispersi come paesaggi d'esistenza disadattata, aggrappata a un'identità che sbiadisce, disperatamente” – Loris Furlan, il Mucchio Selvaggio – aprile 2002). “Highway paradis / l’ultimo comanche sud /Southern Comfort / guardando le frecce dei camions / srotolarsi via nel buio/ Highway Paradis / bolle l’asfalto sotto il blue sky/ di quelli che contano / di quelli normali / che sanno tutto / che stanno bene /non sono morti mai / di raffreddore/ clacson nel vento/ e rumore di treno/ Io non so, non so/ nessun futuro nelle foglie / e sogno colori e cavalli che corrono / disperati / nelle nuvole …”.

Che dire? Io un disco così me lo bevo e lo ascolto e lo riascolto a sfinimento e ci trovo pure (orrore!) dei rimandi con il primo Van De Sfroos, quello per cui le storie minime di tutto il mondo erano vicine tra loro ed adatte a essere raccontare a tempo di blues o di americana o di reggae. Le preferenze personali parlano di “Mari di gnot” al primo posto, seguita da “Cjantà”, “La paura de gnot” e “Cuatri tocs di pan”. Ma il disco è corto come un vinile (43’14”) e Lino stesso peraltro dichiara che lui pensa ancora al cd come un vecchio vinile a due facciate e quindi va ascoltato tutto di seguito. E non vale la scusa che il friulano non si capisce! Basta leggere e ascoltare. Ma questo vale anche per l’inglese, il salentino, il siciliano o il lombardo.

Magie di Carnia, un disco blu che suona un po’ blues.

Lino Straulino
Blu

Nota - 2003
Di difficile reperibilità

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Ultimo aggiornamento: 10-06-2004
 
   
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