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Le BiELLE RECENSIONI
Lino Straulino: "La bella che dormiva"

Il Bert Jansch del Friuli, chitarra in mano, passeggia per le ballate
di Giorgio Maimone

Neanche un anno dopo "Blu", Lino Straulino torna tra noi con un'altra piccola perla. "La bella che dormiva" è una raccolta di ballate popolari del nord Italia e in particolare del Nord-Est, cantate in italiano. "E' un'operazione decisamente demodé - scrive Ignazio Macchiarella nelle note introduttive dell'album - poco attraenti musicalmente (melodie assia semplici, continuamente ripetute) e con i testi sempre quelli su donnelombarde, cecilie e pescatori".

Qual è allora il motivo di questo interesse continuo? Il fatto che la ballata è l'emblema del raccontar cantando è il primo passaggio obbligato di chi pensa di aver qualcosa da dire (come dimostrano le ballate politiche o di protesta). Il valore, conclude Macchiarella, sta nell'esecutore. Non son d'accordo quasi in niente col Macchiarella, se non in punto: il valore sta nell'esecutore. E Lino Straulino è un grande performer.

La musica popolare e la ballata ha in assoluto tante e tali corde da toccare che mi pare, più che limitativo, miope definirlo un genere "poco attraente". E poi cosa vuol dire attraente? Jovanotti è attraente. E allora? Viva Jovanotti e abbasso le ballate? Ma per carità! Se poi vogliamo vedere l'enorme lavoro che è stato fatto su questo "patrimonio intangibile dell'umanità" da parte del folk revival sia in Italia che, in particolare, in Gran Bretagna negli anni '70/'80 ecco che ci si aprono scenari magici che ci richiamano alle mente nomi interessanti, grandi e persino enormi come Richard Thompson, Dave Swarbick, Christy Moore e Martin Carthy.

Proprio a quest'ultimo si appoggia Lino Straulino, prendendo la sua lezione e generalizzandola all'intero disco. Vediamo come: "Martin Carthy - scrive Lino nella prefazione al disco - esegue l'accompagnaeto con la chitarra, rispettando la melodia e limitandosi ad appoggiarla con un semplice bordone di basso. Anche i nostri canti narrativi nascono su strutture simili e così ho provato a vedere cosa succede applicando un sistema esecutivo analogo. Il risultato mi ha convinto".

E a noi convince ancora di più. L'approccio di Lino è pulito e preciso, di grande rigore e di schietto nitore. Esecuzioni pulite ed essenziali, affidate solo alla voce e chitarra di Lino e al violino di Giulio Venier (etnomusicologo e figura di spicco della nuova musica friulana). Così spogliate le ballate, paradossalmente, vengono ad assumere significati più intensi, quasi che l'asciuttezza della proposta conferisse maggior vigore alle storie narrate, che sembrano tornare allo splendore dei tempi della loro composizione, nonostante non esistano più "quegli scenari esecutivi agro-pastorali" che alle ballate, secondo Macchiarella, sono inevitabilmente legate.

E' vero, non possiamo chiudere gli occhi e immaginarci di essere ora, dentro una stalla a partecipare al filò di racconti, ragionamenti, storie e musiche che hanno originato le ballate. Ma possiamo cercare di ascoltarle ed ascoltarle bene. Sentire quando la musica parla al cuore (possibile, anche facile col violino di Venier e gli arpeggi di Lino). La sensazione è di esssersi infilati in uno di quei dischi senza tempo di Bert Jansch, del Bert Jansch degli inizi, che di magia in magia ci portavano a cavalcare ballate che valicavano i secoli e che pure giungevano con nitidezza a noi, infiniti discendenti dei personaggi di cui nel plot.

Non bisognerebbe mai polemizzare con le note di presentazione di un disco, ma forse si può dissentire su chi utilizza una nota negativa sulle ballate per pubblicizzare un disco di ballate. Ho iniziato a leggere credendo chela nota fosse di Lino e continuavo a chiedermi dove sarebbe andato a parare. Ho visto che non era Lino e che non andava a parare da nessuna parte se non in un'arrampicata faticosa per dire che sì, la ballata non interessa più, ma Lino è un esecutore abile. Mi chiedo se alla Nota, dove in genere sono abbastanza attenti e fanno un grande lavoro culturale, si siano resi conto della topica. Mah? Facciamo così: aprite il libretto, strappate la prima pagina e leggete il resto, che è meglio.

Canzone per canzone Lino racconta dove l'ha sentita, come l'ha imparata e che versione intende dare: "questa l'ho imparata da una vecchia signora; questa versione, davvero rara, l'ho appresa direttamente dalla voce di mia nonna; questa versione l'ho imparata durante i pomeriggi di canti, caffè e grappa. E' il canto che meglio ricorda gli anni dilavoro in filanda di mia madre.E' il canto preferito di mio padre. E questo mi basta. " . Eccole qua, in queste note, risorgere tutta la vita popolare di un paese con la sua fitta rete di conoscenze, di affetti, di luoghi. Come si fa a pensare che la cultura popolare non abbia più niente da narrare quando ci sono ancora interpreti così, che la cultura popolare se la sono fatta sulla propria pelle, sui propri affetti e anche sulle proprie bevute?

Io non so che effetto possano fare queste ballate su un ascoltatore (oh non dico tanto) dei Tiromancino o dei Negrita o dei Verdena, tanto per fare dei nomi. Non so se potranno avere la voglia e la passione per sentirle dentro, col cuore, oltre che con le orecchie, e la passione dell'appartenenza a un patrimonio comune e condiviso. So solo che "La Rondinella", "La fia del paesan", "Tre sorelle" e "La piccola inglesina" a me parlano e dicono molto più di tutti gli "Stupido Hotel" di questo mondo.

Lino Straulino
"La bella che dormiva"

Nota - 2005

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Ultimo aggiornamento: 21-12-2004

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