| Un
disco geniale che non piacerà solo ai "mazagatt"
di Giorgio Maimone
Parliamoci
chiaro: quest’uomo è un genio! Uno che riesce ad allinearti
1h 11’45” di musica di alta qualità, recuperando
con nonchalance dal “cestino delle inutilità”
34 pezzettini di delizia sonora, se non è un genio, quanto
meno vale la pena di definirlo geniale. Così geniale che
ogni tanto può perfino permettersi di buttare via qualche
album (“Anime candide” a mio parere non era all’altezza
di questo) e di fornire comunque una produzione così diseguale
e pervasa da un venticello di follia costante da costringere, non
a caso, spesso a tirare in ballo il nome di Frank Zappa. Forse una
folle passione per la zappa potrebbe pure attraversare l’autore
di “Lavorare stanca”, ma credo che il link col pizzuto
Frank non gli possa far dispiacere.
Il materiale
di questo cd è quanto più eterogeneo sia possibile
immaginare. Infatti a nessuno sarebbe venuto in mente di farne un
cd solo, se non al nostro che di queste cose proprio non si turba.
Settanta minuti di musica sono tanti, un cd stipato in ogni ordine
di posti, ma la varietà è tanta che non sembra di
stare di fronte a un normale prodotto da mercato musicale. Nossignori,
qui stiamo di fronte ai mercati generali! Qui c’è un
po’ di pesce, più in là delle verdure, ancora
oltre ci sta il pane e le pizze, ancora oltre il banco della frutta
e dei formaggi. La varietà è tanta, la merce è
buona e il prezzo conveniente. Che volete di più?
Forse che inizi
a spiegarvi come è fatto, concepito, messo insieme questo
disco. Ma qui sta la difficoltà (e il motivo del mio lungo
traccheggiare). Come si fa a raccontare un cd che parte con musiche
da film, ha un’escursione in un canone medievale, torna a
un valzerino di altri tempi, si approfonda in studi di musica classica
di un ragazzino di 16 anni (lo stesso Sepe) che compone senza avere
i soldi per pagarsi gli strumenti con cui suonare. Dopo di chè
abbiamo canti popolari, musiche contaminate etniche, ensemble barocchi,
fandanghi, piani preparati, Coccioloni, la Costo Zero Vesuvian
Orchestra (vale a dire 58 elementi se non ho contato male
ed escludendo i doppioni). E voi potete pretendere che da tutto
questo “marasma” venga fuori una recensione lineare?
Ma nemmeno per idea! La recensione deve andare a salti e sbalzi
e improvvisi dietrofront. Il disco è un miracolo di bellezza.
Come la Vucciria di Palermo, come la Bouqueria di Barcellona, come
il bazaar di Istambul.
Ascolto Daniele
Sepe rapito da tanta abbondanza, in cui suona sax soprano e tenore,
flauto barocco, ney, tin whistle, tastiere, dulcimer, cornetta,
genis, piano preparato e rido e sorrido sotto i baffi quando penso
che, ascoltandolo, comprandolo e parlando, come spiega lui nel ricco
libretto e sul sito, lo aiuto a pagare il mutuo. Ma ognuno dei 34
brani proposti ha una storia che varrebbe la pena di approfondire.
Trovate tutte le spiegazioni sul sito (www.danielesepe.com), ma
ricordiamo qualcuna: dalle più facili, le musiche da film.
Le prime composte per “Il caricatore”
che “era un bel film girato in bianco e nero da tre registi,
Nunziata - Gaudioso - Cappuccio, le cui musiche furono registrate
ed eseguite in diretta contemporaneamante alla proiezione delle
immagini. Una cosa un po’ all’antica che però
garantisce una partecipazione dei musicisti alle emozioni del girato.
Tutto questo si paga con delle esecuzioni spesso un po “arrunzate”
e “sporche”. E le ultime per Salvatores
che non le ha usate in “Sud” (e male
fece!).
L’ “Allegro
scherzando” dal quartetto nr. 6 ha una storia strana.
Cito testuale Sepe, perché è troppo bello quello che
scrive: “E’ stato scritto nel ’75, quando
dunque avevo quindici anni, e a parte le considerazioni su un tipo
che a quindici anni invece di starsene alla discoteca a “curriare”
le ragazzine se ne sta a casa a scrivere ‘ste cose, fu scritto
per un concorso di composizione per quartetto di flauti dolci. Scrivevo
senza potere ascoltare cosa combinavo visto che a casa il pianoforte
non c’era e mai ci sarebbe stato data la situazione finanziaria
(papà il massimo che si potè permettere fu un flauto
dolce di plastica, marca Rollins, però...). Poi quando ho
comprato il primo computer m’è venuto lo sfizio di
vedere se quello che scrivevo da giuvinetto aveva una coerenza.
E a dire il vero non mi sembra proprio ‘na schifezza, non
dico che poteva vincere, ma almeno ‘na letterina con scritto
“caro giovine, apprezziamo il fatto che non siete andato a
giocà a pallone per scrivere ‘sta cosa, continuate
che qualcosa accocchiate” me la potevano mandare dalla Società
Italiana del Flauto Dolce...”
Poi abbiamo
“A’ jatta”. E che è? Boh,
ma è firmata Della Mea/Esposito, sufficiente
a suscitare interesse. Si tratta de “El me gatt”
in napoletano. Geniale! Dedicato a un “simpatico” vicino
di casa “mazagatt” che gliene ha fatti fuori quattro,
scrive Daniele. E’ uno dei pochi brani cantati e canta (bene)
lo stesso Sepe. Le altre poche volte che c’è una voce
(tre) è di Auli Kokko. Che dire ancora?
Che adoro le tre “Kleine truffen”,
che “Massimo” e “Il Valzer
del Cocciolone” sono adorabili. Che “Summer
is icumen” andrebbe inserita d’autorità
nei programmi delle elementari. Che il “Fandango”
di Mozart è una chicca e che c’è pure (in maschera)
“La forza del destino” di Giuseppe Verdi. Basta
a farvelo amare come lo amo io?
E’ un
disco di musica classica da respiro sinfonico ed è anche
un accozzaglia di materiali assemblati che vanno dai tempi dell’analogico
al digitale (“A parte le considerazioni sul progresso
o regresso compositivo, riascoltare i masters mi ha dato modo di
rimpiangere l’era del nastro e del missaggio analogico. Sentire
per credere...”). E’ genialità sparsa a
piene mani. E’ musica. E’ il secondo volume e pare ci
sia da attenderne un terzo in gestazione. Chi non lo compra …
deve essere per forza il “mazagatt” o un suo sodale!
Daniele
Sepe
Truffe & Other Sturiellet - Vol. 2
PoloSud - 2004
Nei negozi di dischi e sul sito
("dove sparagnate")
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aggiornamento: 17-06-2004 |