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Le BiELLE RECENSIONI
Daniele Sepe: "Nia maro"

Il genio di Daniele a pesca nel Mediterraneo
di Giorgio Maimone

Mi ripeto e sono parziale, ma per me Daniele Sepe ha del genio! E non ne fa economia: lo sciala. A piene mani. Non si sa mai che si corra il rischio che qualche frammento gli resti attaccato alle mani! Quindi è normale che Daniele, non contento di averci regalato a inizio anno oltre 60 minuti di musica di impronta classica, ci riprovi a fine anno con altri 65'56" di musica e canzoni di impianto etnico. Per la serie: non mi prenderete mai vivo! In una recente intervista gli avevo chiesto in che scaffale ideale lui si collocherebbe in un negozio di dischi e Daniele aveva detto di sentirsi soprattutto "jazz". Due ore di musica in due dischi nel corso di un anno ci ha dato e niente che assomigli al jazz! Tanto per smentirsi una volta in più.

Ma in realtà non è neanche così. Tutto in Daniele Sepe è jazz, questa è la bellissima realtà, anche quando si traveste da altre forme musicali, l'attitudine, l'approccio al disco è quanto di più jazz si possa pensare. E "jazz", in fondo, non significava poi "casino"? L'etimologia della parola jazz è in realtà sconosciuta, ma il grande Dizzy Gillespie diceva che jasi, in un dialetto africano, significa "vivere ad un ritmo accelerato". E i dischi di Sepe danno proprio questa impressione. Cosa si può pretendere peraltro da uno che dichiara programmaticamente: "Francamente non riesco a capire perché uno che fa musica dovrebbe fare sempre la stessa musica. Io vorrei veramente tentare prima o poi di fare un disco un poco più unitario, a volte mi ci metto e dico, ok questa è la volta che faccio un disco – come ti devo dire - che suoni più normale, ma dopo 5 minuti mi son rotto già le palle…non c’è niente da fare!"

Le palle in compenso non rischiate di rompervele voi affondando i denti in questo ghiotto piatto forte. L'inizio sembra "Creuza de Ma" e chiamo a testimone il dio della musica per affermare che meglio di così è difficile partire! Un sottofondo cristallino di oud (o ud, come dice la copertina) porta allo spasimo l'attesa per la partenza della voce d'angelo di Auli Kokko. Ma di tempo ce n'è a sufficienza: "Tammurriata" da sola dura 9 minuti tondi, in cui succede di tutto. Ci sono 34 strumenti elencati sulla copertina del disco (da fricalettu calabrese a tar e daf) e credo che in "Tammurriata" prima o poi vengano utilizzati tutti. Il testo è una variazione di Daniele Sepe su un impianto tradizionale. Nove minuti di delirio puro a partire da una base folklorica tradizionale.

E intanto la nave parte, si stacca dal primo porto del Mediterraneo, prende il mare aperto e il vento del gonfia le vele sotto la spinta delle "Saltarelle" che impetuose smuovono onde e mare tutto per farci compagnia durante il viaggio. Preparatevi che il viaggio è lungo e Daniele non è tipo che si ferma per strada a farvi rifiatare. Appena il tempo di sentire (e di leggere) che nelle Salterelle ritornano i temi di "Brancaleone alle crociate" di Monicelli e di "Pane, amore e gelosia" di Comencini, che già il vento cambia forma e nome e nell'aria diffonde aromi di spezie e di pietre focaie, di scimitarre e di karkadè. Siamo in terra d'Arabia con "Lamma bada" che è un brano tradizionale egiziano, di cui pare che non esistano due versioni uguali e che gli stessi arabi interpretano in modo differente.

Brusca inversione di rotta e timone verso nord: dall'Egitto si traversa di nuovo il Mediterraneo e ci si sposta in Francia con "Les amoureux des bancs publics" di Georges Brassens, ma la lunga traversata è allietata dalla napoletana "Sciuscià", un brano di una dolcezza assoluta. Solo suoni, principalmente di chitarra, immagino sia la chitarra catanese di Massimo Ferrante (ma potrebbe essere quella portoghese di Gino Evangelista), una cascata di note di cristallo che accompagnano il lento bordesare della barchetta che attraversa il "Nio Maro", ossia il Mediterraneo come si dice in esperanto. Spiega sempre Sepe che ha imparato l'esperanto frequentando i circoli di anarchici di Napoli in gioventù e che gli è sempre sembrata una buona idea (sia frequentare i circoli che parlare esperanto).

E una forma di esperanto musicale, in fondo è anche il suo: terra di confine musicale tra crossover continui di generi e di ispirazioni. "Les amoreux" è resa con affetto e con amore per il grande autore francese e Daniele soffia il soffiabile per trascinarci nell'atmosfera degli "amanti della panchina" che amoreggiano incuranti degli sguardi obliqui dei passanti. Grande fascino nella voce di Auli Kokko. Purtroppo non ho la minima idea su da dove derivi "Mercy, Sonny". Sulla copertina dice solo che è di Daniele Sepe. Ma è solo musica, indubbiamente musica di mare, ma musica. Per necessità di viaggio ci starebbe bene che fosse spagnola, ma il clima è americano e Sonny mi odora di Sonny Rollins più che di Sonny Liston! Possiamo immaginare che la suoni una band di marinai americani di stanza alla base Nato della Maddalena?

Mi serviva pensare alla Spagna per giustificare lo sbarco successivo in Sicilia, ma la Sardegna, in fondo, rientra nella rotta. "Mi votu e mi rivotu", tradizionale siciliano rielaborato da Rosa Balistrieri e Otello Profazio è il brano che ci accoglie. Fascinosa la voce di Massimo Ferrante e delicatissimo, ma toccante l'accompagnamento, sempre con una grandissima pulizia di suono, caratteristica di tutto il disco, da ascoltare per gusterselo appieno, in silenzio e in cuffia. Ecco, l'unica cosa che mi manca è sapere, brano per brano quali sono gli strumenti utilizzati! Aguzzo le orecchie per cogliere cosa dà quella sfumatura, cosa rende bello quel passaggio, qual è lo strumento che ha sapore di curcuma e qual quell'altro che dipinge con una tinta zafferano il colore di fondo dell'ascolto. In "Le salterelle", ad esempio, c'è uno sprofondo improvviso in un basso assoluto. Sarà la cupa cupa bassa? O la cupa cupa soprana? O il fricalettu? Mah!

Il viaggio prosegue regolare, senza tempeste e senza dio del vento che rompe le anfore per soffiare il mitico Ulisse soffiatore (di sassofoni) lontano dalle sue rotte. Si sbarca in Grecia per "Kokino fustani" ("Il vestito rosso"), canzone dall'impeto assolutamente epico che racconta una magnifica storia d'amore: "Metti il vestito rosso / quello che ti fa / sembrare come il fuoco / Vieni e non contare il tempo / La giovinezza è un dono / che brucia come il fuoco".

La lunga traversata del "Nio Maro" si concluderebbe al punto giusto con l'ultimo sbarco in terra d'oriente nella conclusiva canzone "Ile jamalikoum" ("La vostra bellezza"), affidata alla voce e naj, darbouka, tar e daf di Marzuk Mejiri, una canzone che parte dall'etnico per fondersi in un altrove musicale di grande partecipazione, totale confusione (apparente) e fascino assoluto.

Ma l'intoppo più grande sulla rotta immaginaria Daniele, dispettoso, lo aggiunge subito prima: gli 11'42" di "La guerra dei mondi". Sì, proprio quella di Orson Welles, la cui voce registrata apre la canzone. Una lunga suite jazz di fascino indubbio, ma impossibile da inserire nelle carte nautiche fin qui tracciate. Daniele, tu mi viri di bordo! E in modo così rapido da rischiare la strambata. Certo che strambo è strambo 'sto pezzo. E anche fuori linea col resto del disco. Ma che ci volete fare? A me Daniele piace proprio perché è così. Illogico e totalmente geniale. Un grande disco da ascoltare con affetto per chi nei dischi cerca anche cuore, anima, sudore e gioia.

 

Daniele Sepe
"Nia Maro"

Cd Manifesto - 2004

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Ultimo aggiornamento: 21-12-2004

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