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Le BiELLE RECENSIONI
Massimo Priviero: "Testimone"

Non sarà il futuro, ma è sano rock
di Leon Ravasi

“Ho visto il futuro del rock: il suo nome è Massimo Priviero”. Pochissimi sarebbero riusciti a sopravvivere a un lancio pubblicitario di questo tipo. E non ce l’ha certo fatta Massimo Priviero, il rocker veneto di cui si parlava nei primi anni ’90 come della risposta italiana a Bruce Springsteen, come e più di Graziano Romani, contemporaneo epigono del rocker di Ashbury Park. Il lancio fragoroso tentato non riuscì e a Massimo tornò tornare ad arrotare chitarre rock nel sottobosco della musica italiana, pur avendo ricevuto anche critiche invero benevole, rispetto all’offerta. Gli anni passano e a 2004 novellino Massimo Priviero ritorna con un ottimo album: “Testimone”. Ma questa volta nessun lancio “stellare”. Il prodotto è buono, quindi è “logico” che non lo conosca nessuno.

Il disco porta 11 tracce, più una ghost track, all’insegna di un sano rock muscolare, ma dotato dei necessari tempi di ripensamento. L’effetto è più epico che roboante e, in questo caso, la lezione di Springsteen, assimilata e metabolizzata ritorna con intensità e valore. Intendiamoci: niente di particolarmente nuovo, ma del sano e buon vecchio rock chitarristico come piace e viene praticato anche dai fratelli Severini.

Diverse le tematiche affrontate. Priviero ha un’impostazione di fondo cattolica che impregna sia le storie raccontate (con un eccesso di invocazioni al nome di Dio, contravvenendo la regola principe della religione nazionale: 44 volte in un disco solo! Roba da peccato di superbia) e una capacità lirica abbastanza elementare, ma peraltro efficace all’interno degli stilemi rock da lui proposti.

Un brano si stacca da tutti gli altri: “Nikolajevka”, ispirato a una lettera del gennaio 1943 dal fronte russo. Priviero, studioso e appassionato di storia, si fa accompagnare in questo viaggio ai tempi della seconda guerra mondiale da un altro cantautore veneto, anche lui di stampo cattolico e appassionato di temi militari, di cui è splendido cantore (“Eurialo e Niso”, “Andrea”, “Rosso su verde”): Massimo Bubola. E la canzone va: ha l’aggancio epico giusto, un ritmo lento, ma in crescendo che esprime al meglio tensione, stanchezza e speranze per la fine di “questa vacca guerra che non è colpa mia … che non è colpa mia”. Bubola si concede l’ingresso da “padre nobile” su una nota più bassa a metà canzone, prologo alla crescita di tono che porta al finale. Grande canzone a effetto.

Di ottimo livello restano anche “Fratellino”, presentata in due versioni, carica e rockeggiante all’inizio, più intima e sofferta nel finale. Funziona bene anche “Terrasanta”, ma anche perché in realtà ha un padre nobile di nome Bob Dylan: l’impianto musicale della canzone ricorda da molto vicino “Master of war”, ma se ne stacca a sufficienza per piacere di suo (oltre agli echi d’affetto che scatena in tutti i vecchi cuori dylaniati.

Farebbe breccia anche il brano successivo: “Pazzo mondo”, cover di “Eve of destruction” di Barry Mc Guire, non fosse servita da un testo di traduzione veramente mediocre. Fatta giustizia di una brutta “Agnus Dei” (non conosco una sola canzone con un titolo in latino che mi sia anche lontanamente piaciuta), restano un pugno di canzoni di qualità, in un alternarsi di ritmi rapidi e più riflessivi, dove “Cielo chiaro” e soprattutto “Alice” hanno qualche numero in più per emergere fin dai primi ascolti.

Purtroppo qualche scivolata sui testi resta sempre; “sai le droghe non salvano mai” ad esempio è di una didascalica piattezza che fa torto a una canzone bella, interiore e sentita come “Alice” che nessuno ha dubbio possa trattarsi di qualcosa di molto vicino all’esperienza dello stesso autore, ricca com’è di riferimenti concreti a fatti pratici (“il video rimbalza Pearl Jam e Gulliver si prepara un caffè”) ma questi sì indovinati e in grado di dare l’atmosfera a la situazione che si vuole rendere.

Lasciano il segno anche “Ritorno”, dalla scansione quasi tex-mex e la ghost track che è una sentita nuova versione di “Nessuna resa mai”. Un clima complessivo che spazia tra i Gang e Bubola (che insieme, vale la pena ricordare, hanno sfornato quel capolavoro che è “Storie d’Italia”) per ricordarci che Massimo Priviero c’è, scrive canzoni d’autore e va seguito con la necessaria attenzione, Nei sei dischi precedenti ha oscillato un po’ prima d decidere la direzione da prendere, ma se la direzione è questa c’è solo da esserne contenti.

Massimo Priviero
"Testimone"

Edel - 2003
Nei negozi di dischi

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Ultimo aggiornamento: 02-08-2004

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