| Una
pugnalata nello stomaco. Pessimismo come piovesse
di Antonio Piccolo
Se
posso dire da subito qualcosa è che mi ha stupito. In molti
sensi e per diverse ragioni. L'altro giorno una mia amica mi chiedeva
se amo più Guccini o De Gregori...la mia risposta era nulla,
cioè l'amore non si può spiegare, amo visceralmente
entrambi. Ma De Gregori si fa ammirare per l'amore mutevole che
attira. Voglio dire, è in continuo cambiamento, come artista
e come personaggio - come uomo non lo so e manco mi interessa. Questo
album è una pugnalata allo stomaco per le parole che ne escono.
Non è la prima volta che De Gregori è pessimista.
Ma non lo è mai stato in queste dimensioni.
Se ricordiamo, l'album "Titanic" era a dir poco tragico,
in piena rotta con l'ottimismo targato anni 80. Ma De Gregori, genialmente
comunque, sperimentò il suo pessimismo accostandolo a musiche
piuttosto allegre e l'effetto dissacrante era alquanto interessante.
Dietro questa scelta c'era evidentemente una scelta artistica ironica,
sottile...del detto-non detto. Stavolta no. Stavolta non le ha mandate
a dire, stavolta è stato secco, diretto, preciso. E maledettamente
e inequivocabilmente politico e schierato. I riferimenti sono di
una chiarezza disarmante, che risulterà anche fastidiosa
ai sostenitori di quel presunto "ermetismo" - badate bene,
"presunto" - con cui è diventato illustre. C'è
De Gregori perchè dietro alla metafora della mosca che sta
dissanguando l'uomo c'è il vecchio De Gregori; ma c'è
anche un elemento di novità, nella precisione della collocazione
geografica (Betlemme), cui mai si sarebbe azzardato un tempo.
E il sentimento di violenza
e tristezza che ne traspare non poteva lasciare fuori la musica.
Stavolta niente effetto dissacrante. Stavolta le musiche sono aspre
e cupe quanto i testi. Sono musiche senza molti ornamenti, che tagliano
dritto. Tranne quando si saluta il passato (Passato remoto e Le
lacrime di Nemo - l'espolosione - la fine). De Gregori, tra le altre
cose, canta una bellezza (e si è sentito pure a Milano).
Io dico che è
imperdibile. M'era piaciuto più "Amore nel pomeriggio"
- soprattutto perchè qui manca il capolavoro - ma i due dischi
nascono da ispirazioni e necessità diverse. "Pezzi"
non poteva essere concepito diversamente. E scusate se a me pare
quasi un concept-album su questi tempi bui.
Col rischio di diventare
anacronistico fra vent'anni. Con la speranza di diventare anacronistico
fra vent'anni. Perchè dovranno pur finire questi tempi bui.
1. Vai in Africa, Celestino!
Col tempo ho imparato ad apprezzarla. E' un testo che, però,
si ama solo nel momento in cui si capisce il senso logico che lo
ha ispirato. Conoscendolo non si riesce a non condividere la voglia
di liberarsi di tanti argomenti, di tanta cultura appena accennata.
La sensazione, che secondo me traspare soprattutto nei "pezzi
di informazione", di conoscere tutto un poco e cioè
di non conoscere niente, appartiene a tutti. Diceva Pasolini che
la cultura generale ha fatto dilagare l'ignoranza, poichè
tutti noi siamo convinti di poter discutere di qualunque argomento
pur conoscendone una sola virgola. Ebbene, ci sono pezzi di revisionismo
storico, pezzi di fascismo, pezzi di violenza, di sangue, di emozioni
di plastica. Una frammentarietà naueseante. Chi ci vuole
capire qualcosa e contribuire a cambiare qualcosa ha come sola scelta
il rifiuto di Celestino V e la possibilità di rifugiarsi
in un luogo in cui davvero ci si può sentire utili. Oggi,
l'Africa, per esempio.
Dichiaratamente ispirata
a Everithin is broken di Dylan. Ma niente plagio.
Le pecche musicali, che
secondo me appartengono a tutto il disco e le dirò perciò
solo qui: la poca creatività nella sezione ritmica e la ripetizione
ossessiva di semplici giri d'accordi. In tutti i pezzi la batteria
fa la stessa cosa dall'inizio alla fine - forse in Vai in Africa,
Celestino! è giustificabile logicamente con il senso di ossessione
che si vuole attribuire ai "pezzi" - e a Giovenchi vengono
fatti fare pochissimi assoli - che è davvero un peccato,
visto le sue ottime doti.
2. Numeri da scaricare
Assomiglierà a Slow train coming di Dylan - a me ricorda
molto Meet me in the morning, in realtà - ma non importa.
Non importa perchè è un country-blues e nel blues,
si sa, i giri sono spesso quelli e c'è poco da inventare
quanto a melodie. Il testo è forse uno dei più deboli
dell'album eppure, secondo me, ci sta proprio bene con la musica.
E un testo feroce, che più d'ogni altra cosa, secondo me,
va contro l'omertà dei popoli occidentali: "puoi pure
non guardare / ma non è possibile che non vedi". I commenti
chitarrosi di Giovenchi sono puntuali, la voce di De Gregori coglie
dei bassi caldissimi per risalire a degli acuti perfettamente Dylaniani.
E se si ripete tante volte il nome di Dylan non è per alludere
al plagio, ma a lodevole ispirazione. Oddio, meglio non abusare
(specialmente dal vivo) che se no si diventa davvero uguali.
3. Gambadilegno a Parigi
E' il testo più poetico e non c'è nulla da aggiungere,
anche se l'Atene come culla della civiltà mi sembra un'idea
un po' forzata. La musica è molto dolce, però a lungo
andare soffre di monotonia. La cadenza di De Gregori dovrebbe cambiare,
almeno il fraseggio - come, sicuramente, accadrà dal vivo.
Qui, più che in altri pezzi si sente la batteria che non
cambia. Ma ce ne fossero in giro, di canzoni così. Azzeccare
una rima tra "Grande Arche" e "Avanti marsh"
ha lo stesso sapore dei lampi geniali di Fabrizio De Andrè.
E non è mica poco.
4. Tempo reale Chi mi
conosce sapeva prima di me che avrei eletto questa canzone come
la migliore dell'album. Il testo è politicamente schierato
ma con grande eleganza, senza essere mai banale nè scontato.
C'è il crimine che paga, di nuovo l'omertà ("non
c'è nessun colpevole") l'abuso della libertà
("piani urbanistici sotto al vulcano") e tanto sapore
di regime ("paese di ricchi e di esuberi / e tasse pagate dai
poveri"). Di nuovo il rapporto prezzo-valore ("tutti hanno
un prezzo / e niente c'ha valore") come gli occhi dei bambini
di Bambini venite parvulos.
Un finale durissimo ("se
potessi rinascere ancora / preferirei non rinascere qua") che
sa di Gaber, ma pieno di rimpianto verso quella parte d'Italia che
sperava di cambiare in meglio tutto il paese. La musica non poteva
essere più azzeccata di questo travolgente rock&blues,
ancora Dylaniano. Con la stessa forza energetica e carismatica dei
pezzi di "Fuoco amico", solo che è missato molto
meglio. Giovenchi in questo pezzo è provato al punto giusto.
Cioè molto, grazie al cielo.
5. Parole a memoria
La canzone che meno mi prende, eppure il testo più degregoriano
dell'album. I motivi non li so, forse la musica dà poco trasporto
e forse l'arrangiamento è eccessivamente rockeggiante per
le atmosfere (poteva andare bene lo stile usato in Passato remoto?).
Certo che la metafora degli anni caduti per terra come i capelli
dal barbiere (riflessi di Belli capelli?) fa davvero...mettere le
mani nei capelli. E perdonatemi il gioco di parole.
6. La testa nel secchio
Qui invece c'è molto più sapore di Leonard Cohen.
Un testo quasi apocalittico, direi, dove si concentrano le buone
intenzioni della propria esistenza, le sofferenze accumulate ("ho
del sangue nei capelli / e non so chi mi ha ferito") e tutti
i dubbi che, in un modo o nell'altro, restano decisi a restare ("e
il treno sta partendo / e non è ancora partito"). Le
metafore dell'ultima strofa sono sorprendenti, ispiratissime. La
musica ricorda addiriturra The future del Cohen, ma l'atmosfera
è diversa, più angosciante e meno rabbiosa - sempre
volutamente.
7. Passato remoto Inizialmente
ho trovato fastidioso il cantato. Poi è diventata la canzone
a cui mi sono più affezionato. Ritorna la canzone d'amore
tenue e malinconica come l'amore finito che vi è raccontato
in questa. Breve e azzeccata, arrangiamento che lascia da parte
il rock se non per qualche lieve eco, e la scelta è più
che giusta. Il mandolino di Rosini è perfettamente esaltato
- a differenza che nelle altre canzoni, e scusate l'impopolarità
di queste parole. Gli ultimi versi arrivano inaspettati per soprendere
l'ascoltatore, che percepisce totalmente il rimpianto di questo
rapporto perduto. E questa traccia si aggiudica il verso, secondo
me, più bello dell'album: "e fu senza saluto / il più
compiuto addio".
8. Il panorama di Betlemme
La fotografia perfetta della condizione dell'uomo oppresso ingiustamente.
Che, difendendo la propria libertà e dignità umana,
non può fare altro che combattere e diventare ribelle: "non
sono quel tipo di uomo / che si arrende senza sparare". Il
teatro che lo ispira è la vicenda palestinese. Il testo è
violento e disperato, come la vittima di un'oppressione. Da applausi
questo De Gregori che si immedesima così nella condizione
di solitudine di uno sconfitto che sconfitto non è. Cosa
sarà mai la mosca? Una pallottola, la morte, l'idea di essa?
Spazio alle interpretazioni. Musicalmente entusiasmante, se non
fosse per quei giri d'accordi senza assoli di cui dicevamo (ma l'armonica,
almeno, che ci sta a fare?) 9. Le lacrime di Nemo - l'esplosione
- la fine De Gregori letterario tanto nel testo quanto la musica
(che ricorda molto la Moldava di Bedrich Smetana, al trascorrere
di un minuto circa). Finalmente protagonista il pianoforte, a cui
De Gregori appoggia una voce che non strascica mai, e che dondola
tra bassi e alti quasi come ai fantastici tempi di "Bufalo
Bill" (l'album). Un senso anche qui apocalittico e un po' profetico,
quasi da Titanic (la canzone). E "il sangue e l'innocenza di
nessuno" sembrano introdurre l'ultima canzone, contrapponendo
i due finali (di questa un finale pessimista, dell'ultima ottimista).
10. Il vestito del violinista
Melodia quasi popolare, arrangiamento da rock acerbo. Anche se meno
poetico, è forse il testo più bello di tutto l'album.
Il tono con cui De Gregori canta - e le sue voci sembrano venire
da lontano - è neutro proprio com'è la sofferenza
delle vittime di violenza. Compare in questo racconto tutta l'angoscia
dell'era contemporanea; l'immagine di un vestito che vola senza
il suo padrone mi ricorda il vestito rosso della bambina di "Shinderl's
list" di Spielberg, visto prima indosso a lei e poi da solo
sopra un carro: sola cosa colorata in mezzo alla pellicola in bianco
e nero. Ritorna "la ridondanza delle campane" come "il
suono dell campane" dell'omonima canzone, visto come ricordo
di tempi migliori e atteso come speranza di tempi migliori (in cui
ci saranno "falegnami e filosofi / a fabbricare il futuro").
Perchè
dovranno pur finire questi tempi bui.
Francesco
De Gregori
"Pezzi"
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aggiornamento: 30-04-2005 |