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Le BiELLE RECENSIONI
Francesco De Gregori: "Pezzi"

Una pugnalata nello stomaco. Pessimismo come piovesse
di Antonio Piccolo

Se posso dire da subito qualcosa è che mi ha stupito. In molti sensi e per diverse ragioni. L'altro giorno una mia amica mi chiedeva se amo più Guccini o De Gregori...la mia risposta era nulla, cioè l'amore non si può spiegare, amo visceralmente entrambi. Ma De Gregori si fa ammirare per l'amore mutevole che attira. Voglio dire, è in continuo cambiamento, come artista e come personaggio - come uomo non lo so e manco mi interessa. Questo album è una pugnalata allo stomaco per le parole che ne escono. Non è la prima volta che De Gregori è pessimista. Ma non lo è mai stato in queste dimensioni.

Se ricordiamo, l'album "Titanic" era a dir poco tragico, in piena rotta con l'ottimismo targato anni 80. Ma De Gregori, genialmente comunque, sperimentò il suo pessimismo accostandolo a musiche piuttosto allegre e l'effetto dissacrante era alquanto interessante. Dietro questa scelta c'era evidentemente una scelta artistica ironica, sottile...del detto-non detto. Stavolta no. Stavolta non le ha mandate a dire, stavolta è stato secco, diretto, preciso. E maledettamente e inequivocabilmente politico e schierato. I riferimenti sono di una chiarezza disarmante, che risulterà anche fastidiosa ai sostenitori di quel presunto "ermetismo" - badate bene, "presunto" - con cui è diventato illustre. C'è De Gregori perchè dietro alla metafora della mosca che sta dissanguando l'uomo c'è il vecchio De Gregori; ma c'è anche un elemento di novità, nella precisione della collocazione geografica (Betlemme), cui mai si sarebbe azzardato un tempo.

E il sentimento di violenza e tristezza che ne traspare non poteva lasciare fuori la musica. Stavolta niente effetto dissacrante. Stavolta le musiche sono aspre e cupe quanto i testi. Sono musiche senza molti ornamenti, che tagliano dritto. Tranne quando si saluta il passato (Passato remoto e Le lacrime di Nemo - l'espolosione - la fine). De Gregori, tra le altre cose, canta una bellezza (e si è sentito pure a Milano).

Io dico che è imperdibile. M'era piaciuto più "Amore nel pomeriggio" - soprattutto perchè qui manca il capolavoro - ma i due dischi nascono da ispirazioni e necessità diverse. "Pezzi" non poteva essere concepito diversamente. E scusate se a me pare quasi un concept-album su questi tempi bui.

Col rischio di diventare anacronistico fra vent'anni. Con la speranza di diventare anacronistico fra vent'anni. Perchè dovranno pur finire questi tempi bui.

1. Vai in Africa, Celestino! Col tempo ho imparato ad apprezzarla. E' un testo che, però, si ama solo nel momento in cui si capisce il senso logico che lo ha ispirato. Conoscendolo non si riesce a non condividere la voglia di liberarsi di tanti argomenti, di tanta cultura appena accennata. La sensazione, che secondo me traspare soprattutto nei "pezzi di informazione", di conoscere tutto un poco e cioè di non conoscere niente, appartiene a tutti. Diceva Pasolini che la cultura generale ha fatto dilagare l'ignoranza, poichè tutti noi siamo convinti di poter discutere di qualunque argomento pur conoscendone una sola virgola. Ebbene, ci sono pezzi di revisionismo storico, pezzi di fascismo, pezzi di violenza, di sangue, di emozioni di plastica. Una frammentarietà naueseante. Chi ci vuole capire qualcosa e contribuire a cambiare qualcosa ha come sola scelta il rifiuto di Celestino V e la possibilità di rifugiarsi in un luogo in cui davvero ci si può sentire utili. Oggi, l'Africa, per esempio.

Dichiaratamente ispirata a Everithin is broken di Dylan. Ma niente plagio.

Le pecche musicali, che secondo me appartengono a tutto il disco e le dirò perciò solo qui: la poca creatività nella sezione ritmica e la ripetizione ossessiva di semplici giri d'accordi. In tutti i pezzi la batteria fa la stessa cosa dall'inizio alla fine - forse in Vai in Africa, Celestino! è giustificabile logicamente con il senso di ossessione che si vuole attribuire ai "pezzi" - e a Giovenchi vengono fatti fare pochissimi assoli - che è davvero un peccato, visto le sue ottime doti.

2. Numeri da scaricare Assomiglierà a Slow train coming di Dylan - a me ricorda molto Meet me in the morning, in realtà - ma non importa. Non importa perchè è un country-blues e nel blues, si sa, i giri sono spesso quelli e c'è poco da inventare quanto a melodie. Il testo è forse uno dei più deboli dell'album eppure, secondo me, ci sta proprio bene con la musica. E un testo feroce, che più d'ogni altra cosa, secondo me, va contro l'omertà dei popoli occidentali: "puoi pure non guardare / ma non è possibile che non vedi". I commenti chitarrosi di Giovenchi sono puntuali, la voce di De Gregori coglie dei bassi caldissimi per risalire a degli acuti perfettamente Dylaniani. E se si ripete tante volte il nome di Dylan non è per alludere al plagio, ma a lodevole ispirazione. Oddio, meglio non abusare (specialmente dal vivo) che se no si diventa davvero uguali.

3. Gambadilegno a Parigi E' il testo più poetico e non c'è nulla da aggiungere, anche se l'Atene come culla della civiltà mi sembra un'idea un po' forzata. La musica è molto dolce, però a lungo andare soffre di monotonia. La cadenza di De Gregori dovrebbe cambiare, almeno il fraseggio - come, sicuramente, accadrà dal vivo. Qui, più che in altri pezzi si sente la batteria che non cambia. Ma ce ne fossero in giro, di canzoni così. Azzeccare una rima tra "Grande Arche" e "Avanti marsh" ha lo stesso sapore dei lampi geniali di Fabrizio De Andrè. E non è mica poco.

4. Tempo reale Chi mi conosce sapeva prima di me che avrei eletto questa canzone come la migliore dell'album. Il testo è politicamente schierato ma con grande eleganza, senza essere mai banale nè scontato. C'è il crimine che paga, di nuovo l'omertà ("non c'è nessun colpevole") l'abuso della libertà ("piani urbanistici sotto al vulcano") e tanto sapore di regime ("paese di ricchi e di esuberi / e tasse pagate dai poveri"). Di nuovo il rapporto prezzo-valore ("tutti hanno un prezzo / e niente c'ha valore") come gli occhi dei bambini di Bambini venite parvulos.

Un finale durissimo ("se potessi rinascere ancora / preferirei non rinascere qua") che sa di Gaber, ma pieno di rimpianto verso quella parte d'Italia che sperava di cambiare in meglio tutto il paese. La musica non poteva essere più azzeccata di questo travolgente rock&blues, ancora Dylaniano. Con la stessa forza energetica e carismatica dei pezzi di "Fuoco amico", solo che è missato molto meglio. Giovenchi in questo pezzo è provato al punto giusto. Cioè molto, grazie al cielo.

5. Parole a memoria La canzone che meno mi prende, eppure il testo più degregoriano dell'album. I motivi non li so, forse la musica dà poco trasporto e forse l'arrangiamento è eccessivamente rockeggiante per le atmosfere (poteva andare bene lo stile usato in Passato remoto?). Certo che la metafora degli anni caduti per terra come i capelli dal barbiere (riflessi di Belli capelli?) fa davvero...mettere le mani nei capelli. E perdonatemi il gioco di parole.

6. La testa nel secchio Qui invece c'è molto più sapore di Leonard Cohen. Un testo quasi apocalittico, direi, dove si concentrano le buone intenzioni della propria esistenza, le sofferenze accumulate ("ho del sangue nei capelli / e non so chi mi ha ferito") e tutti i dubbi che, in un modo o nell'altro, restano decisi a restare ("e il treno sta partendo / e non è ancora partito"). Le metafore dell'ultima strofa sono sorprendenti, ispiratissime. La musica ricorda addiriturra The future del Cohen, ma l'atmosfera è diversa, più angosciante e meno rabbiosa - sempre volutamente.

7. Passato remoto Inizialmente ho trovato fastidioso il cantato. Poi è diventata la canzone a cui mi sono più affezionato. Ritorna la canzone d'amore tenue e malinconica come l'amore finito che vi è raccontato in questa. Breve e azzeccata, arrangiamento che lascia da parte il rock se non per qualche lieve eco, e la scelta è più che giusta. Il mandolino di Rosini è perfettamente esaltato - a differenza che nelle altre canzoni, e scusate l'impopolarità di queste parole. Gli ultimi versi arrivano inaspettati per soprendere l'ascoltatore, che percepisce totalmente il rimpianto di questo rapporto perduto. E questa traccia si aggiudica il verso, secondo me, più bello dell'album: "e fu senza saluto / il più compiuto addio".

8. Il panorama di Betlemme La fotografia perfetta della condizione dell'uomo oppresso ingiustamente. Che, difendendo la propria libertà e dignità umana, non può fare altro che combattere e diventare ribelle: "non sono quel tipo di uomo / che si arrende senza sparare". Il teatro che lo ispira è la vicenda palestinese. Il testo è violento e disperato, come la vittima di un'oppressione. Da applausi questo De Gregori che si immedesima così nella condizione di solitudine di uno sconfitto che sconfitto non è. Cosa sarà mai la mosca? Una pallottola, la morte, l'idea di essa? Spazio alle interpretazioni. Musicalmente entusiasmante, se non fosse per quei giri d'accordi senza assoli di cui dicevamo (ma l'armonica, almeno, che ci sta a fare?) 9. Le lacrime di Nemo - l'esplosione - la fine De Gregori letterario tanto nel testo quanto la musica (che ricorda molto la Moldava di Bedrich Smetana, al trascorrere di un minuto circa). Finalmente protagonista il pianoforte, a cui De Gregori appoggia una voce che non strascica mai, e che dondola tra bassi e alti quasi come ai fantastici tempi di "Bufalo Bill" (l'album). Un senso anche qui apocalittico e un po' profetico, quasi da Titanic (la canzone). E "il sangue e l'innocenza di nessuno" sembrano introdurre l'ultima canzone, contrapponendo i due finali (di questa un finale pessimista, dell'ultima ottimista).

10. Il vestito del violinista Melodia quasi popolare, arrangiamento da rock acerbo. Anche se meno poetico, è forse il testo più bello di tutto l'album. Il tono con cui De Gregori canta - e le sue voci sembrano venire da lontano - è neutro proprio com'è la sofferenza delle vittime di violenza. Compare in questo racconto tutta l'angoscia dell'era contemporanea; l'immagine di un vestito che vola senza il suo padrone mi ricorda il vestito rosso della bambina di "Shinderl's list" di Spielberg, visto prima indosso a lei e poi da solo sopra un carro: sola cosa colorata in mezzo alla pellicola in bianco e nero. Ritorna "la ridondanza delle campane" come "il suono dell campane" dell'omonima canzone, visto come ricordo di tempi migliori e atteso come speranza di tempi migliori (in cui ci saranno "falegnami e filosofi / a fabbricare il futuro").

Perchè dovranno pur finire questi tempi bui.

Francesco De Gregori
"Pezzi"

Sony - 2005
Nei negozi di dischi

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Ultimo aggiornamento: 30-04-2005

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