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come Dylan, canta come Vecchioni, ma è il vecchio Deg
di Leon Ravasi
E'
pur sempre un disco di De Gregori. E perciò andrà
comunque, quasi col pilota automatico, tra gli imperdibili del 2005.
Anche perché De Gregori è qualcosa di più che
imperdibile per la canzone d'autore: è "imprescindibile".
Ma peraltro, questo è un cd di Francesco De Gregori! Hai
mica detto un prospero. E se non è lecito pretendere il massimo
dal nostro massimo esponente "vivente" della canzone d'autore,
da chi dovremmo pretenderlo?
Bene, se così stanno le cose, questa volta De Gregori al
massimo non ci arriva. Arriva a un'abbondante sufficienza, anche
a svariati livelli di piacere, ma, ripeto, questo è De Gregori:
non può bastare il compitino ben svolto. Tra "Amore
nel pomeriggio" e l'attuale album ci passa un'oceano di ispirazione
in mezzo. Qui ci sono "Pezzi", sparsi, per l'appunto.
Là dove c'era trama, qui si intravvede l'ordito e la stoffa
non sempre tiene. Anche perché, spesso, troppo spesso il
filo rosso con cui questi pezzi sono stati cuciti mostra chiaramente
la marca. E non è pubblicità occulta. E' Bob Dylan
che tiene insieme i "pezzi" sparsi del Deg. Fino al limite
della citazione, fino al sottile sospetto del plagio. Fino al sospetto
che nel 2005 siano rimasti solo in due a fare questo tipo di musica:
il menestrello di Duluth e quello di Roma.
Cosa
funziona e cosa no? Funziona la voce, magica e fascinosa, quando
non cade in qualcuno dei suoi ultimi birignao. Non funziona invece
questo tipo di rock da concerto, tirato, chitarristico, "sghembo
e sporco" come lo autodefinisce nelle interviste il Deg, ma
tutto sommato non appuntito e un po' ottuso. Non funziona questa
musica che sembra ignorare tutto quello che è stato fatto
nel mondo negli ultimi 30/50 anni, che ignora altre dimensioni che
non siano la sua personale. "Chi si è formato con
Woody Allen e Bob Dylan non può farsi piacere Springsteen".
Sinceramente, persino il "retrogrado" Guccini ha
sentito la necessità di variare i colori della sua tavolozza
espressiva, introducendo negli arrangiamenti un sassofono qua, una
fisarmonica là. E qui siamo invece a chitarra, basso e batteria
e "l'altoparlante che faceva crac". Visto che
siamo scafati queste canzoni possiamo anche noi chiamarle rock,
ma non ci basta.
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Giorgio
Maimone : Ma
De Gregori non è un clone di Bob Dylan e, per
quanto, in questo disco molti giri armonici suonino
vecchi e i richiami (a Dylan, a Cohen, persino a Vecchioni
che a sua volta si ispira agli altri due) si sprechino,
"Pezzi" non può essere un lavoro da
sottovalutare. Per due motivi: il primo sono i testi
che, quasi ovunque, sono sostenuti da una lucida determinazione
verso una visione apocalittica di sicura presa (e lo
stesso Deg avrebbe detto che l'album avrebbe potuto
chiamarsi "Visioni").
Se
letti tutti assieme (e dopo molti ascolti) i testi danno
l'impressione di accavallarsi come un un blob continuo
di immagini tratte dagli schermi di un televisore acceso
24 ore su 24 su una rete come CNN. L'inferno quotidiano
che ci entra in casa. Con qualche piccola e tenera evasione,
momentanea, verso un vissuto personale appena accennato.
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E
infatti funzionano meglio le canzoni, assolutamente alla De Gregori,
assolutamente già sentite, dove però il ritmo "muscolare
della vita" rallenta e c'è spazio e tempo per ascoltare
parole che non vengono smozzicate dalla poetica rock. Tutte frasi
brevi e parlare sincopato al servizio di testi dai significati non
immediati. La title track "Vai in Africa, Celestino",
quella con la lunga litania dei "pezzi", per intenderci,
è brutta e basta. Una canzone senza cuore e senza anima,
compilata a macchina come si può compilare una lista di luoghi
comuni, ma De Gregori. con tutta la stima, non è ne Georges
Perec né Flaubert! E Bouvard e
Pechuchet, in quanto a luoghi comuni, ne sapevano più di
Celestino. Peraltro se "L'aggettivo mitico"
aveva almeno la forma della denuncia di un costume, di un modo di
fare o di essere, l'obiettivo di "Pezzi" non è
chiaro e il gioco mostra la corda.
In un paio di canzoni poi si arriva molto vicini a sfiorare il plagio.
"Numeri da scaricare" ha lo stesso giro
armonico di "You ain't goin' nowhere",
mentre "Il vestito del violinista" è
la stessa identica scansione vocale di "Bob Dylan's
115th dream" mentre la "Testa nel secchio"
suona come "Bandolero" di Vecchioni
e anche "Passato remoto" nel cantato
è debitrice a Vecchioni (segnatamente "Per amore
mio"). Insomma un disco di "prestiti a nolo"!
Poi
invece "Gambadilegno a Parigi" è
una bellissima canzone, "Le lacrime di Nemo" commuovono
e affascinano col loro appeal da canto popolare, vagamente simile
alla tradizone della canzone napoletana, "Parole a
memoria" ha dei numeri, anche se la musica cita spudoratamente
"Knocking on heaven's door" per ammissione
dello stesso autore, "Passato remoto"
ha fascino (lo stesso fascino di un disco retrò), ma fondamentalmente,
se alcuni non sopportano che Lolli parta sempre cantando con un
"ah", io non sopporto De Gregori quando canta "se
vuoi ti puoi tenere i libri e i quaDRì" con l'accento
inevitabilmente sull'ultima sillaba che sale di tono. "Il
giorno consum-ATO!. il fiato tratten-UTO, l'ultimo min-UTO".
Potrebbe anche darsi uno sguardo intorno e trovare lo spunto per
rinnovarsi. Lo stesso Dylan non offre mai lo stesso prodotto! Perché
non guardare anche in questo a Dylan? Infine "Il vestito
del violinista" e "Il panorama di Betlemme",
pur nel loro tiro rock riescono a farsi ascoltare con piacere (più
la prima della seconda).
Comunque lo ascolto, lo riascolto e lo riascolterò. E magari
capirò qualcosa in più e magari cederò a certe
suggestioni e magari ancora ritratterò tutto, perché
la coerenza senza ripensamenti è degli idioti. Ma per ora
fatico a vederci l'idea. E non c'è nessun concept, non c'è
nessuna idea di assieme! Sono solo pezzi sparsi. Pezzi di ricambio?
Pezzi di un sogno che non c'è più? Pezzi di un autore
invecchiato? Qualcuno diceva che oltre i 50 anni canzoni nuove non
se ne riescono a scrivere più. Non so perché, ma mi
sembra sempre più vero.
Francesco
De Gregori
"Pezzi"
Sony - 2005
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aggiornamento: 23-03-2005 |