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Le BiELLE RECENSIONI
Max Manfredi: "Le parole del gatto"

Il debutto di Max: fuochi greci, fiamme alcoliche e talento
di Leon Ravasi

Si poteva intuire la grandezza di Max Manfredi a partire dal suo primo disco? Tenete conto che siamo nel 1990. Andando a memoria era l'epoca in cui iniziava a emergere Eros Ramazzotti, Lucio Dalla iniziava a sputtanarsi in "Cambio" e Phil Collins e Marco Masini dominavano le classifiche. Unica costante, ora come allora, c'era Vasco Rossi ("Fronte del palco"). I singoli più venduti erano "Un'estate italiana" di Bennato/Nannini (era l'anno dei mondiali di calcio in Italia), "Vattene amore" di Amedeo Minghi e "Vogue" di Madonna. Genova, nella musica, era rappresentata da Francesco Baccini con "Sotto questo sole" (con i Ladri di Biciclette). In quello stesso anno Max usciva con un disco che definire spiazzante è fargli un complimento.

"Le Parole del Gatto"
, che in genovese indicano le "parolacce" è vistosamente l'opera prima di un folle. Uno che ancora non ha iniziato a parlare di Cattedrali, ma già ama baloccarsi con l'inverno e con il freddo e con frasi del tipo:"Befana sottozero dopo un Natale povero / ho dormito da Spiccio, la caldaia gelata / e adesso aspetto il "12" qui, davanti al Ricovero / e cade della neve accanto alla fermata". ("Sottozero"). Max non sapeva che nei rutilanti anni '90 (quelli "da bere", per intendersi) non poteva andare parlare di freddo e di minoranze e sofferenze? Lo sapeva. E lo faceva apposta. Tanto che il disco si apre con una sorta di rap: i 4'29" di "A casa a piedi", che non rinunciano a sonorità elettroniche e ad accenni mascherati etnici.

E già siamo dentro un tiro di maccaja, di misci, di Marco Spiccio (prodotti tipici genovesi) per affermare fin da subito quel set, quello scenario cinematografico che farà da sfondo a tutta la sua opera discografica. Il brano è assolutamente sopra gli standard del periodo, ma sembra fatto apposta per spiazzare. Modaiolo musicalmente e aggressivo testualmente. All'epoca peraltro Max dispiegava una vena erotico-libidinosa che, a poco a poco, nei dischi successivi andrà sfumando, lasciando più spazio a angeli, cattedrali, diavoli e artigiani, in un ascesi che non è mistica, ma lirica.

"Sottozero", seconda canzone del lotto, muta radicalmente il clima. Clima raggelato, anche musicalmente, come promette il testo. Lento e solenne e affidato a una musica coinvolgente ed altrettanto fredda e solenne. Un grande brano che si dispiega per il tempo improponibile di 6'54", più in linea con le attese suscitata dal debutto di un (allora) nuovo cantautore. Ma non abituiamoci troppo in fretta: il brano successivo, "L'uomo del tango", è un tango/blues, strana creatura bicefala che parla di grigoe, animali mitici a me sconosciuti, ma da Max amati, visto che tornano due volte (!) nelle sue canzoni. Su internet le trovo associate ai ratti penughi, i grifoni e gli acchiappacignali. Oppure citate così: "un broddo de trae grigoe, co-a zunta de ûn scorpion, da beivise a zazun primma de colazion. Scia veu provà?". Conclusione: né io, né i settanta ascoltatori de "Le parole del Gatto" di fuori Genova abbiamo la minima idea di cosa si stia parlando. E vabbé, prendiamo su le grigoe e portiamocele a casa.

Perché il tempo di rilassarci non c'è: dobbiamo confrontarci co "sto cazzo di "Centerbe" e il suo "roveto ardente". Se c'è una canzone di Max che mi ha sempre fatto venire voglia di alzarmi e levarla dal lettore è "Centerbe" che ha il mio personale record di "skip". Un onanismo parolaio sprecato a favore di uno dei peggiori infusi ottenibili della ferrmentazione di qualsiasi tipo di alimento (tant'è che penso che venga dalla fermentazione dei topi). Grosso modo si può dire trattasi di un blues, ancora più grosso modo si potrebbe citare come epigono di Tom Waits, allora abbastanza fresco di fama, ma già successivo a "Franks wild years". Tom potrebbe essere un referente del Max del debutto, anche perché precedente all'arrivo in grande stile di Capossela.

Per "The show must go on" ritorniamo alle atmosfere da jazz club fumoso. Siamo in un'altro filone della poetica manfrediana, quello che attiene alla difficile vita di chi si occupa di spettacolo, dal lato più in ombra dei riflettori. Forse perché più riconoscibile agli ascoltatori, forse perché bene interpretata e vissuta da un Max in vena attorale, il prezzo "prende" e funziona. Potrebbe quasi sembrare un brano normale, di cui, forse, arrivati a metà disco si sente anche il bisogno.

Appena il tempo di tranquillarsi che si riparte per la giga. "Via G. Byron, poeta", il pezzo con cui Max vincerà il Recanati e che "mi ha reso sconosciuto al grande pubblico" celia Max. Siamo sempre dalle parte del delirio, snocciolato a ritmo vagamente blues/waitsiano, ma la genialità si pesa a bracciate, a vagonate, a badilate. Già dal titolo, all'aggancio con Byron: "Censurato giammai / grazie al cazzo / era un dandy / claudicante e bellissimo / e un tantino satancio / teneva a casa un teschio / giusto per berci un brandy". Il resto è deambulare e parlare in pieno trip alcolico di un personaggio che riesce tanto credibile quanto simpatico: "Il 41 è pieno di cicche e di lattine / ma se cammino e sudo smisto un po' di tossine / mi fan male le olive se le mischio col gin / Non so se arrivo pulito fino a Piazza Manin / Non sono mezzo sbronzo / è una sbronza completa / ma mollatemi qui in via G. Byron, poeta".

"I botti di San Silvestro" rientrano, almeno musicalmente, nei canoni. Canzone delicata e intensa, intrisa di malinconia e con un vago referente alla musica francese (i comprimari musicali di Max in quest'opera, registrata a Roma, sono di classe e tra tutti mi piace ricordare Alessandro Gwiss al piano). "Va a dormire, poeta" ( o "Va a dormire, Europa" come riportato nel libretto del disco) è il brano conclusivo. E, ennesima capovolta, sorpresa e giravolta dell'artista sul punto di congedarsi, è una folk song di impianto tradizionale popolare, dove al canto di Max si affianca una piacevolissima Lucilla Galeazzi. Non solo, ma abbandoniamo Genova e le sue via per portarci sulle montagne del Piave e durante una probabilissima prima guerra mondiale, tra "buonanotte vecio" e "buonanotte bocia", tra "sgnapa" e "la tua tosa". E' forse l'unica canzone epica di Max Manfredi, ma è bellissima!

Insomma, un disco di Max è sempre un percorso ad ostacoli e il primo, soprattutto al momento dell'uscita, non doveva apparire esattamente tranquillizzante. Diciamo così: io non l'ho sentito nel 1990, ma è comunque un disco che non può lasciare indifferente. E non si può nemmeno dire "immaturo come un'opera prima", in fondo Max è arrivato al debutto discografico a 34 anni, a oltre 20 anni dalle sue prima canzoni. Diseguale, ma brillante.


Max Manfredi
"Le parole del gatto

BMG Ariola - 1990
Fuori commercio

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Ultimo aggiornamento: 14-01-2005

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