| L'amore
per le radici e la voglia di ali
di Francesco Scarrone
Ad
un dipendente vizioso del fumetto non sarebbe mai potuto sfuggire.
Ed infatti non è sfuggito a torme di voraci lettori, che
perdono gli occhi dietro a quei capolavori miniaturizzati che sono
gli albi di Luca Enoch. Un tratto assolutamente inconfondibile,
che salta fuori da lontano, quando ti ritrovi davanti quella copertina
meravigliosamente affrescata che è il frontespizio dell’ultimo
disco dei Lou Dalfin. Ma come stupirsi, d’altronde, se ogni
appassionato delle nuvole di carta che si rispetti, quello stesso
connubio tra arte fumettara e musica, l’aveva già potuto
assaporare qualche anno fa, quando il mai abbastanza osannato Enoch,
inserì la formazione Occitana, in un album di Sprayliz. E
non solo! Al termine dell’albo, in terza copertina, l’autore,
riportava per intero una magnifica canzone dei “Delfini”
d’Oc, esaltandone la bellezza di forma, stile, e contenuto.
Come dargli torto...
Oggi,
quel connubio che si era consumato fugacemente nel volgere di poche
vignette, torna a rivivere, nella copertina de “L’òste
del diau”, il disco neonato della band piemontese - e speriamo
non se n’abbiano a male per tale aggettivo, loro che son tanto
fieri del proprio nazionalismo - che nella serata di giovedì
10 giugno, è stato presentato al parco del Nuvolari di Cuneo,
con un concerto gratuito.
Inutile,
raccontare la vita dei Lou Dalfin, inutile cantarne le gesta l’arme
e gli amori, perché chi li conosce, sa già, che un
unico amore, essi coltivano come tesoro prezioso, e quell’amore
è il prezioso legame che li tiene avvinti alla propria terra
ed alle proprie radici. Cavalieri di una nazione martoriata e perseguitata,
rincacciata nel fondo dei valloni spesso a fil di spada, ma che,
a ben vedere, oggi si presenta come baluardo di spirito e natura,
contro quella globalizzazione del pensiero, delle forme, della musica,
del riso e del pianto, contro cui tanti si scagliano. Quando anche
lo scagliarsi significa allinearsi in altra forma di globalizzazione
“antiglobale”, mantenere coscienza di sé, del
proprio passato, delle radici lontane della propria gente, che affondano
in terre di secoli passati, sembra forse l’unico vero modo
per mantener viva la peculiarità d’una cultura. Qualunque
essa sia.
E
nel loro mondo, nel mondo delle valli che si stringono a cono verso
i monti, nel mondo dei tornanti che dall’altro lato ridiscendono
allargandosi a ventaglio, ad arieggiare la costa francese, i Lou
Dalfin sono stati tra gli intrepidi valorosi che han saputo lottare
per far vivere lo spirito d’Occitania. Quest’ultimo
disco ne è l’esempio più concreto, con quel
brano: “Sem Encar Ici”, che significa proprio questo:
alla faccia di chi vorrebbe tutti dello stesso colore, a parlare
tutti la stessa lingua, consumare gli stessi prodotti, omologarci
a ridere e piangere per le stesse cose, da Pogliola (frazioncina
del Cuneese, ndr) a Pechino, loro, i Lou Dalfin, gli occitani,
Sono Ancora Qui, a combattere una guerra per l’identità
dei popoli, in un mondo in cui le guerre si fan più subdole,
cancellando culture con una carta di credito, antichi mestieri con
centri commerciali, e suoni d’un tempo, con la distorsione
elettrica di chitarre inglesizzanti.
Senza
parlare delle altre tracce, dalla titletrack dell’album -
con sonorità pulitissime ed alta orecchiabilità del
brano - all’intimista “Temp de neuch”, che richiama
alla mente quel quadro di Friedrich con l’uomo in piedi contro
il sublime della montagne, della notte. E ancora, la mazzurcata
e stupenda “Es pas tard” condita di mandolino e bassotuba.
L’òste del Diau: in vendita dai primi di giugno in
tutt’Italia.
Lou
Dalfin
"L'oste del Diau"
Tarantanius 2004
Nei negozi di dischi
Ascolti
collegati
Ultimo
aggiornamento: 27-07-2004 |