| Piccoli
cantautori crescono (e maturano)
di Silvano Rubino
È
bello seguire il processo di maturazione di un artista o di un gruppo.
I Mercanti di liquore li abbiamo scoperti ormai un po’ di
tempo fa, quando erano una delle poche cover band di Fabrizio De
André (dopo la sua morte, sono diventate decine e nessuna
che si avvicini all’originalità e alla qualità
della proposta del trio monzese). Li abbiamo seguiti nei loro concerti
coinvolgenti e pieni di energia, in cui progressivamente hanno lasciato
sempre più spazio al loro repertorio. Abbiamo salutato con
favore il loro primo vero cd (“La musica dei poveri”),
in cui il sound mediterraneo trovava compiutezza in canzoni dai
testi semplici ma ispirati. Abbiamo gioito nel vederli uniti in
un connubio artistico vincente con quel geniaccio di Marco Paolini,
in uno spettacolo prima (Song n.32, ancora in giro) e in un disco
poi (Sputi).
Oggi assistiamo, con il cd Che/cosa/te/ne/fai/di/un/titolo
appena uscito, alla raccolta dei semi sparsi in questi anni. Prima
cosa che si nota anche a un ascolto superficiale: il sound ha perso
un po’ della sua solarità, a favore di toni più
in chiaroscuro. Il che si traduce in meno chitarre e fisarmoniche
ritmate e gitane, arrangiamenti più complessi e curati, spazio
ad archi, fiati, pianoforte. E ne risulta un bel passo avanti. Rimane
invece un’altra delle caratteristiche tipiche del trio monzese:
la facilità di ascolto, le melodie accattivanti e orecchiabili,
i testi deliberatamente semplici (ma non banali, attenzione, la
differenza c’è eccome). Testi che, come già
nella Musica dei poveri, scelgono la via narrativa e non quella
lirica, le storie, la satira, l’impegno politico-sociale.
E in questo la lezione del maestro De André c’è
tutta.
Altra lezione che entra nel disco: quella teatrale, inevitabilmente
assorbita dopo aver calcato decine di palcoscenici d’Italia
insieme a Marco Paolini.

Semmy : Sabato
ho preso il nuovo cd dei Mercanti... Non nascondo che
al primo ascolto qualche perplessità nasceva
(premetto che l'ho sentito soltanto una decina di volte
in macchina, e mai stravaccato in poltrona col libretto
in mano e l'attenzione necessaria)... "manca l'energia
dei mercanti", mi dicevo. Poi però, un ascolto
dopo l'altro, confesso che l'impressione è nettamente
migliorata (anche per le prime due canzoni -"Non
siamo mai stati sulla luna" e "L'uomo che
non dorme mai"- che mi perplimevano non poco, di
prim'acchito).
E poi..."Senza titolo" è
una delle cose più belle che mi sia mai stato
concesso di ascoltare... ci sono delle strofe che, al
solo ripensarci, mi danno i brividi! Per non tacere
de "La moglie brontolona",
piena zeppa di echi di "Ciampiani"... (mi
sa tanto di avere in mente un serio candidato al prossimo
Premio Ciampi).. Vai
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Ma andiamo con ordine. Il cd (che ha il grande difetto di essere troppo
breve, solo 9 canzoni) si apre con “Non siamo mai stati
sulla luna” , canzone manifesto sul fronte del testo,
ma anche delle musiche: il nuovo stile dei Mercanti è tutto
qui, in una melodia con molto pianoforte, senza le chitarre spagnoleggianti
che erano una sorta di marchio di fabbrica, con la bella voce di Lorenzo
Monguzzi che sceglie sempre più volentieri calde tonalità
basse. Impegno e toni malinconici anche ne “L’uomo
che non dorme mai” e in “Senza titolo”.
Quest’ultima è senza titolo forse perché ha un
ritornello totalmente strumentale, di chiara impronta popolare. Il
tono cambia con “Il suddito peggiore”,
una canzone che mi ha fatto venire immediatamente in mente Giorgio
Gaber, una satira acidula distesa su una melodia apparentemente dolce
e cantilenante.
Poi, più o meno a metà dell’opera, arriva la vetta.
“L’Italia”, con l’amichevole
partecipazione di Marco Paolini, è un vero gioiellino, un ironico
rimpianto dell’Italia contadina (“maestra di furbizia
e un po’ voltagabbana/però rispetto ad altre, più
tenera ed umana”), una filastrocca tra Rodari e il cantastorie
di strada, impreziosita da un inserto vocale di Michela Ollari (la
cantante dei Terramare). Si prosegue con “La semiautomatica”,
un valzer di ispirazione popolare nel solco delle canzoni della mala,
anche qua con ospiti: Stefano Vergani e di nuovo Michela Ollari (a
proposito, nella copertina del cd i riferimenti agli ospiti nelle
canzoni sono tutti sbagliati…).
Il bello dei Mercanti è di avere tanti maestri nella canzone
d’autore e di saperli omaggiare con garbo e originalità.
“La moglie brontolona” è un omaggio
a Piero Ciampi, una canzone “fatta alla maniera di” assolutamente
azzeccata, un po’ com’era capitato con “Cecco
il mugnaio”, dedicata a De André, nel disco
precedente. “Nella chiesa di Bellusco”
è una lunga ballata, in cui i Mercanti si calano in pieno nel
ruolo di cantastorie, raccontando un episodio di guerra e resistenza
delle loro terre. Infine “Huntsville”,
dove la lezione teatrale emerge in pieno: un recitativo di Lorenzo
accompagnato da una bella melodia, per raccontare l’idiozia
della pena di morte.
La
bottega dei Mercanti (non essendoci credits su testi e musiche supponiamo
che tutto il lavoro sia un frutto collettivo), insomma, sforna un
altro bel disco, confermandosi una delle più interessanti
realtà della canzone d’autore in Italia.
Mercanti
di Liquore
"CHE/COSA/TE/NE/FAI/DI/UN/TITOLO"
Mezzanima - 2005
Nei negozi di dischi
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aggiornamento: 31-03-2005 |