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Le BiELLE RECENSIONI
Max Manfredi: "Max"

C'è De André, è vero. Ma c'è soprattutto Max
di Leon Ravasi

E' più regolare il percorso di "Max" rispetto a quello di "Le parole del gatto", meno a onde, meno a sensazioni violente. E' sempre Max, quindi le sorprese sono sempre di casa, ma, tutto sommato, il disco si lascia maggiormente ascoltare. Certo, la bizzarria sta di casa: abbiamo Fabrizio De André (non abbiamo detto ciccioli! Abbiamo detto il massimo che si sia mai visto in Italia nell'ambito della canzone d'autore) che si concede per uno dei rarissimi duetti, il quinto in assoluto in carriera, e dove pensiamo di metterlo? A inizio disco? Gli dedichiamo anche il titolo dell'album? Lo scriviamo in copertina? No! Niente di tutto questo! Sarebbe troppo facile. E poi il disco si venderebbe per De André, mica per Max. E allora facciamo come il genero che si castra per far dispetto alla suocera: affoghiamo De André a centro album!

Cinque canzoni prima e cinque canzoni dopo, salomonicamente. Ventitidue minuti e quarantanove secondi prima di arrivare al brano e altri 2'03" prima di arrivare a sentire la magica voce di Fabrizio De André. Che quando intona "son brividi di ragnatela / sul volto pallido della luna / son brividi lungo la schiena sotto le reti della calura" ti porta inesorabilmente a sentirlo questo brivido lungo la schiena. E sono brividi di piacere perché la canzone è meravigliosa, indipendentemente da altre considerazioni e anche da quel "roveto" da saltare "con passo da equilibrista" che ricorda quello di "Centerbe", ma esattamente come la luna ricorda una lampadina.

Ma non sarebbe Max, altrimenti. Nè disco, nè autore. La partenza è affidata a "Strane strade", quasi un talking, con accompagnamento elettrico, adatto al tema (Freddy Kruger, la band di pura adrenalina, l'impresario col Borsalino, il raccordo anulare, le fontane imperiali, rock tagliato male) sono i personaggi e gli scenari di questa canzone, che intriga, ammettiamolo. Caratteristica dell'album è che tra brano e brano sono presenti piccoli stacchi, musicali o parlati che traghettano da un brano all'altro. In genere gradevoli.

"Le rime di Sampierdarena" sono uno dei classici di Max: brano lento e di atmosfera. Il secondo disco "Max" (1994) è una più eterogenea raccolta e un'importante passaggio. "Finito il momento della forsennata sperimentazione - scrive Alessio Lega in merito al disco - il linguaggio di Manfredi, oramai consolidato, comincia a misurarsi con una dimensione epica di racconto. Finito dunque quel certo compiacimento di esploratore dei buchi della comunicazione, inizia a prendere piede l'aedo che di "questo spreco, di queste ferite" ci canta l'amarezza; magistrale e straziante in questo senso sono "Le rime di Sampierdarena".

Max è più maturo, ma non più tranquillizzante. Infatti la successiva "Notti slave" è una cavalcata selvaggia sui modi e i tipi consueti della letteratura d'ambiente russa. La canzone è piacevole e adatta ai concerti, ma non sta negli ideali primi posti tra i lavori di Max.

Un parlato in tedesco maccheronico segna l'inizio di "I segni della fine" (ossimoro. Può esistere un inizio di segni della fine? - NdL, nota di Leon). Dice Max di questo brano: "è un bel pugno nelle balle, e i masochisti ne godono in modo particolare. Scherzi a partner, mi piace che la canzone si permetta, esageri, si arroghi un diritto di parola anche indipendentemente dalla tematica aggredita. "I segni della fine" affronta di taglio, in modo obliquo, temi apocalittici. Ma li affronta con un'ironia quasi "demònica". Credo che da questo si volatilizzi una specie di pietà. È quindi, a suo modo, un pezzo "catartico", purgativo (mi auguro metaforicamente). Ma sarei felice se la si considerasse una canzonetta leggera, perché in fondo, nonostante i sui tempi dispari e la sua desolazione lirica, anche questo vuole essere. È una canzone che dice le cose come stanno: sull'abisso". E' una presentazione bellissima ed esauriente, ma anche la canzone, in fondo, è una delle migliori di Max. Struggente, vivida, livida, malata e sofferente. Senza redenzione. Dai vaghi richiami arabi delle musiche, agli echi del cantato che ti trasportano in un altrove metafisico. Si resta nel tempo sospesi e sospesi nell'attesa dei ritmi scanditi da mandole e ritmi flamenco. Siamo davvero su un altro e alto livello dello scrivere la parola cantata.

Segue un altro gioiellino, quella "La Usl non passa l'amore", che forse è stata Saub, mutua ed è divenuta Asl e che deve metà del suo piacere all'intervento compositivo di Marco Spiccio. La versione che sta su "Live in blu" è nettamente superiore a questa: suonata meglio e interpretata alla grande. Ma fingendo di non averla sentita, potrei appassionarmi per questa. E' puro Gaber, ma dei migliori. Un brano teatrale, di dialogo surreale e di satira violenta. "Dottore, mi fa male il sistema!" è una frase degna di finire tra i must!

De "La fiera della Maddalena" abbiamo già parlato. Così come, da altre parti, abbiamo già accennato alla bellezza delicata e intensa di "Natale fuoricorso". Non conoscevo invece "Il coro dei ranocchi" e male me ne incoglie. Già l'inizio ti sommerge: "Piove calda sopra la città / sono suonato come un carillon". E il resto, in un clima di note rarefatte e tenui, prosegue prendendoti l'immaginario e usandolo per giocare a palla: "sono rotto come un luna park / che smista i sogni in piazza". Violino, fisarmonica sullo sfondo, chitarre arpeggiate. Tempi lenti. Ci si ferma e si ascolta. "Non c'è un giro un cane .. un gatto ... o polizia / Tutto è deserto come me". Il finale svela il titolo, ma non lo spiega: il campo è aperto e libero. Prendetela come volete, ma prendetela bene, perché merita. "Se tu esistessi ti telefonerei/ da una cabina che va a tocchi / e piove in grande sui cavoli miei / sulla rumenta e il coro dei ranocchi"

"La vera storia di Jan di Leyda" è un altro discorso. E' molto "un altro discorso". Non saprei definirla. Canzone che non può lasciare indifferente. Introdotta da un parlato in chiave storica, reso più teso dall'uso dell'eco e di sicura presa teatrale. E' una delle poche canzoni "epiche" di Max, per quanto affrontata in chiave lirica. In questo caso si capisce che la necessità di narrare è superiore alla necessità cantabile. Sembra una canzone destinata a una rappresentazione teatrale, canzone da musical, canzone finalizzata, eppure affascinante.

"Max" non raggiunge certo la perfezione formale e sostanziale de "L'intagliatore di Santi", ma si propone come album di peso e da cui è difficile prescindere. E' quindi veramente uno scandalo per la discografia nazionale che un disco ti tale valore (e con il contributo di Faber) sia ora fuori catalogo e senza prospettiva immediata di essere ristampato. Speriamo che i geni che presiedono alla nazionale discografia ci ripensino e ci diano un Max con Faber e, soprattutto, un Max di Max rieditato, rimasterizzato e restituito allo splendore d'origine.


Max Manfredi
"Max"

Bmg Ariola - 1994
Fuori catalogo

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Ultimo aggiornamento: 14-01-2005

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