| Creuza
prima di Creuza
di Leon Ravasi
È
vero. Effettivamente c’era già tutto. Bastava ascoltarlo
con “orecchie aperte” e si potevano cogliere sia gli
interessi per gli strumenti tradizionali, sia quelli per il canto
arabo, sia la voglia di integrazione con le culture del mondo e
la passione per una musica che non fosse solo nazionale. Bastava
poco, bastava forse anche solo leggere i titoli per capire o almeno
per farsi venire un dubbio: “Europa minor”, “Argiento”,
“Violer d’amores”, “La città aromatica”,
“L’albero di canto”, “Choron”. Bastava
poco … a posteriori. A priori era impossibile. Perché
i “priori” in questione cadevano nel 1978, sei anni
prima di “Creuza de ma”. Ma di cosa stiamo parlando?
Del primo album di Mauro Pagani, omonimo, uscito per la Ascolto
nel 1978.
E’ allora qui il capolavoro? No. Ed è
anche per questo che non potevamo capire “prima”. Il
disco è un piacevole mischione, con tanti spunti di progressive
rock, tanti inserimenti di world musica (che, a onor del vero allora
non si chiamava ancora così e se c’è una cosa
che Pagani può degnamente fare e rivendicarne la primogenitura),
alcune volontà cantautorali, ma, allora come ora, è
un disco frammentario e confuso. Bello, ma soprattutto nel senso
dei desideri e delle spinte e delle volontà che lo animano.
A vantaggio di Mauro si può ben dire che in
un anno in cui ancora gli Yes si dibattevano nella crisi tra “Tormato”
e “Drama”, i Genesis perdevano i pezzi e davano alle
stampe “And Then There Were Three”, il loro disco forse
più dimenticato, i King Crimson si erano momentaneamente
sciolti, i Jethro Tull avevano già dato il meglio, Mauro
Pagani stava quattro leghe davanti a tutti, ad aspettarli al crocicchio
da cui in molti, nei decenni successivi verranno a passare.
Come si pone il disco “Mauro Pagani”
rispetto a “Creuza de ma”? Come un indubbio progenitore,
ma si fa presto a dire cosa manca: la voce e i testi di Fabrizio
De André. Le musiche, in alcuni casi anche molto belle: “Dove
il blu comincia davvero” sembra un episodio new age ante-litteram,
con una cascata di suoni cristallini sgorgati dalle chitarre. "Europa
minor", che apre il disco è un delirio di strumenti
etnici, antichi richiami asiatici, progenitori africani, culla del
mediterraneo e progenitori che si perdono nella notte dei tempi.
"Argiento" è impreziosita dalla presenza nella
scrittura del testo e nella voce di cachemere di Teresa de Sio,
che duetta con uno dei primi bouzouki che si sentano nei dischi
dai tempi di "Zorba il greco". "Violer d'amores"
è una fuga di un violino torbidamente romantico che vibra
solitario per 2'27".
"La città aromatica" parte molto
bene, per poi perdersi un po' come una carovana inesperta nel deserto,
tra le pieghe del suo tempo, ma non senza lasciarti strisce di sabbia
sul cuore e polvere di spezie da annusare. "L'albero di canto"
e "Choron" sono forse i brani che meno hanno retto al
tempo, anche se la prima ha il privilegio di presentare un intenso
canto arabo, opera di Demetrio Stratos. Presenti sono anche altri
illustri musicisti come Mario Arcari: oboe, Walter Calloni: percussioni,
Giulio Capiozzo: batteria, Patrizio Fariselli: piano , Pasquale
Minieri: percussioni, Ares Tavolazzi: basso elettrico, Giorgio Vivaldi:
percussioni, Roberto Colombo: synthesiser, Franz Di Cioccio: batteria,
Patrick Djivas: basso, Franco Mussida: chitarra (ossia la PFM e
gli Area al gran completo, oltre a un pezzo del Canzoniere del Lazio,
l'unica CdL da me conosciuta, prima che questa sigla diventasse
una brutta cosa). Mentre Luca Balbo (chitarra) è co-autore
e anima trascinante nella già citata "Il blu comincia
davvero".
Disco dallo strano destino (troppo avanti allora
e datato oggi), ma tappa da non trascurare nello snodo della nostra
musica. E poi, ascolto dopo ascolto, il ripetersi ipnotico dei brani
e delle soluzioni ritmiche lascia qualcosa che non è solo
polvere. Soffiate forte, togliete la polvere e gustatevelo. Sempre
che riusciate a trovarlo.
Mauro
Pagani
Mauro Pagani
Ascolto, 1978
D i difficile reperibilità
Ascolti
collegati
Ultimo
aggiornamento: 28-10-2004 |