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di Silvano Rubino
Perché
un artista decide di fare un live? Per lasciare testimonianza su
disco di una tournée fortunata e particolarmente riuscita a livello
di arrangiamenti, affiatamento dei musicisti ecc. Per fornire al
pubblico una "summa" della propria attività artistica, un "the best"
ragionato, destinato magari a chi vuole avvicinarsi per la prima
volta alla produzione dell'artista in questione. Oppure è una faccenda
meramente commerciale. E il live di Max Manfredi che cos'è? Nulla
di tutto questo, a nostro parere. O almeno nessuna di queste categorie
basta da sola a spiegare il caso "Live in blue", uscito in questi
giorni per Storie di note.
È
sì una testimonianza, ma non di una tournée, dato che i concerti
di Max con La Staffa (nome sotto cui si nascondono
gli eccellenti musicisti che lo accompagnano nel live) si contano
- purtroppo - sulle dita di una mano. È la testimonianza
di una caparbia attività artistica, di un eccezionale talento coltivato
nonostante tutto, nonostante la disattenzione dei discografici,
di molti addetti ai lavori, del grosso del pubblico della cosiddetta
canzone d'autore. È la testimonianza intessuta di "lacrime,
sangue e sudore di chi non si arrende, di chi sa di avere qualcosa
da dire e non smette di provarci. È - anche - una testimonianza
di una possibilità: se fossimo in un paese dove talenti del calibro
di Max trovano il loro adeguato spazio (non certo di massa, ma neanche
la semiclandestinità...) questo sarebbe il disco live al termine
di una tournée. Fortunata e felice. Che invece non c'è stata, sinora.
È un grido di richiamo a noi ascoltatori distratti e ai mediatori
in malafede. È un salvagente lanciato nel mare di banalità
musicale che ci circonda. Provare ad afferrarlo significa prendere
una boccata d'ossigeno prima di riaffondare nell'oceano di immondizia
musicale che ci circonda.
E allora, per chi non vuole affogare,
Max offre un percorso nei suoi è luoghi prediletti. Che sono fatti
di una geografia precisa, di nomi di strade (via G.Byron, piazza
Manin, Galleria Mazzini), di isole lontane ma non troppo ("Tabarca"),
di caffè e bar fumosi (come il famoso Klainguti). Una geografia
che ha il suo ombelico a Genova - che Max sa è cantare come pochi
altri (Tra virtù e degrado "È"
Genova) - ma che è capace è di spaziare in luoghi immaginari
e reali, sulle ali della memoria, ma anche della storia e soprattutto
della musica. La nave di Max veleggia dal fado al blues, dal jazz
ai ritmi caraibico-messicani con una facilità che è
pari solo alla sua capacità di mettere nelle parole suggestioni
differenti, immagini fulminanti.
Insomma, una summa, come ogni live
che si rispetti. Impreziosita da molti brani del passato che rischiavano
di "estinguersi", perché contenuti in cd praticamente
introvabili ("Centerbe" e "Via
G.Byron poeta" fanno è parte del primo lavoro di Max,
"Le parole del gatto",
uscito nel lontano 1990; "La Fiera della Maddalena",
"Natale fuoricorso", "La Usl
- poi è diventata Asl - non passa l'amore"
e "Notti slave" in Max, del 1994) e da
tre inediti. "Il molo dei greci" è
una canzone-affresco, lunga quasi sette è minuti, bellissima, capace
di restituire suoni (come quelli della chitarra del maestro Taraffo),
profumi e suggestioni di una Genova sospesa tra otto e novecento.
"Tabarca" muove su sonorità mediterranee,
quasi un omaggio a quel modo di mettere in musica le storie del
Mare nostrum inventato da un maestro (e ammiratore) di Max, Fabrizio
De André. Qui Max sceglie la Storia con la esse maiuscola
e ne racconta un episodio minore (come fece Fabrizio con Sinàn
Capudàn Pascià), quello dell'isola di Tabarca, popolata
da coloni pegliesi. L'altro inedito è "Coriandoli
d'acqua", che invece appartiene al Max più
intimista, quello che girovaga per le strade di Genova, magari a
bordo di un autobus (presenza costante nei testi dello "spatentato"
Max), pronto a cogliere frammenti di immagini, di poesia a ogni
angolo.
Peccato non sia stato incluso "Il
regno delle fate", l'altro inedito cantato nel concerto
tenutosi a Milano lo scorso 28 giugno, da cui è stato tratto
il cd. Ma forse questo brano è stata giudicato meritevole
di uscire in un lavoro di soli inediti. Potremmo poi dire che ci
manca molto il "Fado del è dilettante",
che è canzone maxmanfrediana come poche altre, che avremmo
escluso "La ballata degli otto topi"
in favore delle "Storie del porto di Atene" (cantata
nei bis del suddetto concerto), che ci sono canzoni che ci piacciono
meno e altre che ci fanno venire le lacrime agli occhi ("La
Fiera è della Maddalena", per esempio, rimane splendente
nella sua "origine colta è e intenzione popolare" pur
in assenza di quel terremoto emotivo che era è l'ingresso della
voce di Fabrizio De André nel duetto originario), che ce
ne sono altre che sentono un po' gli anni ("Centerbe")
e altre ancora che ringiovaniscono e sembrano scritte ieri ("Natale
fuoricorso"). Ma è un lavoro che non si confà
a una recensione di parte come questa, sfacciatamente, è.
Aggiungiamo che nel live Max mette
in luce anche le sue doti da interprete, il suo bel modo teatrale
di scandire i testi (ad uso e consumo di chi ha voglia così,
en passant, di ascoltare anche i testi delle canzoni...) e che La
staffa è una band di extralusso, che sa vestire a festa l'intera
scaletta. E qua ci fermiamo. Chiudendo un occhio su qualche pecca
tecnica della registrazione. Che non conta nulla di fronte all'urgenza
di lanciare l'ennesimo Sos: non lasciamo che questo fiume di talento
vada sprecato, condividiamolo e diffondiamolo.
La Staffa è composta
da: Federico Bagnasco, contrabbasso e voce;
Matteo Nahum, chitarra classica, acustica, elettrica, bouzouki;
Corrado "Dado" Sezzi, minibatteria, percussioni;
Matteo Baccani, vibrafono, percussioni; Roberto
Piga, violino; Giampiero Lo Bello, tromba,
flicorno.
Max
Manfredi
Live in blue
Storie di note- 2004
Nei negozi di dischi o sul sito www.storiedinote.com
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aggiornamento: 09-11-2004 |