Una Brigata di memoria, di cultura, di utopie,
di speranze, d'informazione, dell'uomo.

 














 
Le BiELLE RECENSIONI
Museo Kabikoff : "Museo Kabikoff"

Suono "bulgaro e obliquo". Resta da capire se è un pregio
di Leon Ravasi

E’ storicamente difficile che mi piaccia qualsiasi cosa contempli un eccesso di k. E’ poi pure rarissimo che mi prenda a cuore gruppi o singoli che con la k iniziano. I Kinks di Ray Davies a stento li ho potuti sopportare, Leo Kottke ha alternato cose dignitose con vaccate epiche, Kevn Kinney ha fatto un singolo meraviglioso (Mc Douglas Blues) e basta. I Kaleidoskoper non mi hanno mai continto del tutto, Kuzminac e Klez Roym in parte sì, ma solo in parte. Forse Mark Knopfler e Kris Kristofferson valgono una parziale eccezione alla mia regola anti-cappa. E’ così quindi ovvio che i Museo Kabikoff si presentano andi-cappati alla prova del primo ascolto.

Ma al di là delle fesserie di cui sopra il genere stesso scelto dai Museo Kabikoff fatica un po’ a farsi breccia nel mare dei miei ascolti. Definito da loro stessi come un misto di “temi balcanici su ritmiche californian-crossover, melodie ruspanti su arrangiamenti bulgari e obliqui” con i testi che puntano verso “mini fiabe surreali-grottesche”, con un ambito di riferimento che va da Tom Waits ai Primus, passando per Capossela e i Tool, il disco è in realtà migliore rispetto a come viene presentato. Oddio un po’ "bulgaro e obliquo” mi appare sempre, ma più che altro per una non condivisibile scelta nell’uso della voce. Musicalmente l’album è ricco.

Certo che se ogni brano, anche il più tranquillo viene presentato con voci sardoniche e tetreggianti quanto il peggiore Ozzy Osborne, potrebbe passare la voglia di stare ad ascoltare quanto la band milanese ha da proporre (il brano “Cinema” è emblematico di quanto intendo dire). La formazione peraltro è quella del più classico combo rock. Chitarra, basso, batteria e voce: per l’esattezza Marco Saletti, voce; Alberto Amedeo Nazzareno Turra, chitarre, mandolino e tabla, Ivan Lo Giusto, bassi e Alessandro Parietti, batteria. Turra e Saletti compongono la maggioranza dei brani, ma uno (“Limes”) è tutto del sacco di Lo Giusto e il successivo “Anarcotrafficanti” è firmato da tutti e quattro i membri.

Peraltro, con un classico combo rock mi sembra molto difficile rifare sia Tom Waits che Capossela, come pure precipitarci in un clima balcanico senza uno straccio di fisarmonica o di fiati. La musica d’assieme viene, in fin dei conti, un rock abbastanza classico con diversi punti progressive. In alcuni punti le chitarre di Turra richiamano quelle di Mussida, come pure gli spazi di apertura quasi sinfonica al termine delle tirate più intense. Per completare il tuffo nella non dimenticata era del progressive internazionale, l’unico periodo in cui l’Italia musicale è contata qualcosa dai tempi di Giuseppe Verdi, c’è la voce di Marco “Cisco” Saletti che richiama e ricorda Rovescio della Medaglia o Acqua Fragile o Balletto di Bronzo. Proprio “Limes” è forse il brano che rende più facile avvicinarsi a questo buco nel tempo con i suoi 7’58” di durata.

Il disco, che si chiama come il gruppo, è introdotto, chiuso e inframmezzato da 5 brevi intermezzi musicali di poco superiori al minuto che rappresentano la parte più interessante del lavoro. Tra le canzoni spicca invece “Laragosta”, liberamente ispirata al racconto “Lara” di Stefano Benni, anche perché la scrittura, in questo caso, fa un netto salto in avanti. Di grande interesse anche la partenza di Tarantolata che però si perde in passaggi involuti dalla terza strofa in poi. Può darsi che io non ci arrivi, ma il senso di”Blood on saturday / muove ancora / Sabba inutile / Vecchio stupido / Blood of Saturday / Move on sunday” mi sfugge.

Più in generale si può dire che nell’elaborazione dei testi i Museo Kabikoff si sono trovati di fronte a quella cronica mancanza di parole tronche (sono 32, incluse Gesù e Zebù) che tormenta chi canta rock in italiano. Spesso hanno risolto accentando l’ultima lettera tout court, per cui abbiamo rime curiose come: “sono seduto qua / penso a una naticà / quanto cinemà / dalla forma identicà”. Come posso rimare anch’io? Con un bel mah?

Purtuttavia, essendo una prima prova resto convinto che gli spazi per il miglioramento siano tanti, specie se affidati alla chitarra di Turra e a un ripensamento sullo stile del cantato e su una maggior comprensibilità delle liriche.

Museo Kabikoff
"Museo Kabikoff"

Unlimited Records per Erazero – 2004
Sul sito

Ascolti collegati

Ultimo aggiornamento: 21-07-2004

HOME