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Le BiELLE RECENSIONI
Enzo Jannacci: "Milano 3.6.2005"

Musica che scarnebbia in un nuovo/vecchio disco
di Giorgio Maimone

Ci sono diversi livelli su cui considerare questo disco. Guardi l’elenco dei titoli e dici: “imperdibile!” Sedici canzoni di cui almeno 12 a star stretti sono classici della canzone d’autore. Consideri l’autore e dici: “imprescindibile”. Enzo Jannacci, alla vigilia dei 70 anni (li compirà proprio il 3 giugno 2005 di cui nel titolo), è un patriarca della musica italiana, partito che ha servito senza riverenze né ripensamenti per 42 anni a tutt’oggi (il debutto fu nel 1962). Poi ascolti il disco ed è tutto una serie di distinguo, di dubbi, di delicatezze e reticenze: “sì … ma … insomma … ecco. In una parola: “ininfluente”. Ma bisogna andare sotto la superficie, grattare un po’, prendersi il tempo, ascoltare con più attenzione ed ecco che il disco riprende a lievitare. Come una seconda cottura a un alimento non ancora pronto. E allora cerchiamo l’aggettivo con la “i” adatto? Imbibente.

Enzo Jannacci ha quella strana caratteristica da sempre, per fino da giovane, di essere in grado di pioverti dentro. Jannacci non ha una bella voce in senso canonico e non sono (non sono state) poche le volte che ha fatto pensare di starci dentro in acrobazia alle note segnate sul pentagramma, ma ha una voce di pioggia e di nebbia, di cartavetra. Ha una voce da persona vera che nell’Italia dei Claudiovilla e Giannimorandi degli anni ’60 aveva il sapore di una rasoiata sul modo canonico di ascoltare e comporre canzoni. E’ passato quasi mezzo secolo e si canta in modo diverso (grazie anche a Jannacci e a tanti come lui), ma la voce di Enzo resta sempre quella che ti emoziona e ti bagna, ti infradicia le ossa come quella pioggerellina che viene citata in “M’han ciamàa” (“El piuveva da tri dì / s’eri in cà cui me dulur” – Pioveva da tre giorni / ero in casa con i miei dolori”) o, come diceva Gionbrerafucarlo (Gianni Brera - Ndr) come la nebbia che, salendo, "scarnebbia", scendendo sotto forma di umido su tutte le cose e, per l'appunto, imbibendole.

L’errore è ascoltare Jannacci nelle giornate di sole. L’errore è ascoltare Jannacci senza pensare a Milano, senza vivere Milano, senza almeno immaginare Milano. E non la Milano del centro o dei quartieri residenziali. Milano di periferia e nebbie, Milano di storie di persone piccole, Milano che non c’è più. Enzo disse una volta in un’intervista che i suoi personaggi non vanno cercati ora, molti di questi sono memorie che risalgono alla prima guerra mondiale o al periodo tra le due guerre. Sono i ricordi di infanzia di un ragazzo del ’35 che ha fatto in tempo a sentire le storie della Grande Guerra, mentre attorno a lui scoppiava la Seconda Guerra Mondiale.

E’ per questo che la sua Milano è a-temporale: ci sono i Navigli, ma ci sono da sempre. Ci sono i tram e anche su questi vale la leggenda che attorno ai tram hanno edificato Milano e non viceversa. C’è Rogoredo, ma il termine stesso dalle derivazioni latine (bosco di querce) indica tempi remoti, come può facilmente pensare chiunque cerchi di vedere le querce a Rogoredo. In “Ohe! Sun chi” si parla di qualcuno “vegni giò con la piena”, ma la piena può essere quella del Polesine del 1951, mentre la Balilla è un auto del 1932. Anche usata non è riuscita a valicare gli anni ’50. E il barbun che "El purtava i scarp del tennis" è senz’altro roba d’annata. Ve lo immaginate un “invisibile” di oggi con ai piedi le Nike o le Adidas? Le scarpe da tennis a inizio anni ’60 costavano 800 lire, come 8 gelati di allora. Fate una proporzione: sarebbe come trovare oggi delle Nike a 16 euro!

Ma la sto pigliando lunga e non ho ancora affrontato il disco: bello, ma consiglio un trucco. Ascoltatelo in cuffia. E se potete chiudete gli occhi e immaginate o guardate una serie di immagini in bianco e nero (su internet ce ne sono di magnifiche!). Le canzoni di Enzo non sono a colori e il figlio Paolo che produce e arrangia il disco lo sa e ne accentua giustamente i toni seppia anche nella musica. Il disco è un disco pieno zeppo: un’ora, 10 minuti e 32 secondi di musica.

Diciamolo anche subito che le versioni originali sono sempre da preferire, perché hanno detto quell’urgenza, quel senso di volontà espressiva, quel bisogno di dire che dei rifacimenti, per quanto belli, non possono più avere. “Veronica” è vistosamente storia di amori giovanili (“Al Carcano/ in pé”) e “Sei minuti all’alba” sa meno di dramma, mentre l’interrogativo di “Chissà se è vero” appare meno impellente e l’urlo disperato di “Ohe! Sun chi” ci giunge smorzato. Ma questi sono limiti che trovo in tutte le riproposizioni di repertorio d’annata. Non che questo disco sia diverso dagli altri. Se avete tutto Jannacci, quindi, non è indispensabile questo album. Peraltro la chiave jazz tanto sbandierata nelle chiacchiere di lancio è molto limitata (quasi solo a “T’ho cumpràa i calsett de seda” che già godeva di un mood jazzistico in partenza, “M’han ciamàa” e “L’era tardi” che,in effetti, ci guadagnano).

Se non avete tutto Jannacci, visto che queste canzoni in giro non le trovate più, non perdetelo. E anzi lamentatevi che manchino “La luna l’è ‘na lampadina”, “La forza dell’amore” e “L’armando”, ma soprattutto “Dona che te durmivet”, solo per restare nel giro stretto del dialetto. “Che poi, sia chiaro che non lo rimpiango” dice l’Enzo. “Certo, quando lo canterò dal vivo porterò quei traduttori da supermercato, con le parole che scorrono, perché tutti possano capire. Il dialetto era una forma di espressione immediata, noi in casa lo usavamo, ma ora dai trent’anni in giù non lo parla più nessuno, né mi auguro che torni”.

Ma c’è di più il fatto che il disco costi 10 euro e spiccioli (10 e 33 me par) e si trova anche nelle edicole, veicolato da “Tv Sorrisi e Canzoni” che finalmente fa qualcosa di meritorio. Insomma, non sarà il disco imprescindibile del 2004, ma come si fa a lasciare negli scaffali un Enzo Jannacci, comunque nuovo, e a comprare invece l’ennesima rimasticatura senza logica dei successi di Gaber (“Rock & roll, amore e storie metropolitane”), anche se costa uguale ed è sempre veicolato da Sorrisi e Canzoni? Piccola nota a margini: il mondo di Jannacci e amici è recuperabile, in questi giorni anche in un’altra piccola uscita sul Cabaret negli anni ’60: “C’era Una Volta Il Cabaret” (GMG), 18 brani degli anni ’60 alcuni dei quali tratti da “22 canzoni” di Dario Fo e dalla commedia televisiva “Tutto Da Rifare”, con Gabriella Ferri, Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Laura Betti, Paolo Poli, Duo padano, Pupo De Luca, Milly, Tornella & Alberto e Franco Nebbia.

Enzo Jannacci
"Milano 3.6.2005"

Alabianca - 2004
Nei negozi di dischi e in edicola

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Ultimo aggiornamento: 01-11-2004

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