| Un'isola
felice di musica variopinta
di Alfredo Del Curatolo
“Esiste
anche una piccola imbarcazione, la Iubal, sei metri per tre, costruita
a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale in un piccolo
quartiere di Ocrida, cittadina nata sull’omonimo lago che
ha un versante albanese e uno macedone. Nata per brevi tragitti
lacustri, ora è in balia di onde mediterranee con una ciurma
di musicisti a bordo che per ricavare spazio hanno appeso gli strumenti
all’albero maestro (compreso il contrabbasso!). Per fare entrare
il pianoforte sottocoperta si sono dovuti liberare di letti, provviste
e baracchino. Andati alla deriva, non gli resta che appendersi anche
loro e suonare un lento alla tempesta sperando che si plachi. Così
facendo, in una notte di gennaio, le onde prendono il tempo di un
valzer e li adagiano sulla spiaggia di un’isola perduta dal
mare che, come loro, non sa nuotare.”
L’introduzione scritta
al disco d’esordio del gruppo sardo dei Figli di Iubal ha
il pregio di schiusere all’ascoltatore un microcosmo salmastro
e ondeggiante in cui è facile perdersi, come in una marea
scomposta e ricomposta di suoni, arrangiamenti e brusche virate,
strumenti che issano le vele a poppa e dirigono verso porti conosciuti
o fatalmente inaspettati. Sono comunque attracchi sicuri, perché
guidati da un timoniere dalla voce originale e mai sopra le righe,
pur ricamando teatro e melodie che a volte lambiscono il già
sentito. Convincente questo album, prodotto e miscelato dal chitarrista
degli Yo Yo Mundi e dalla sempre più apprezzabile
etichetta Sciopero Records. La Sardegna è
da tempi immemori terra battuta dai venti della canzone d’autore,
con radici forti nella letteratura (Grazia Deledda docet) e nel
neorealismo. Qui fece campo Fabrizio De Andrè,
qui si respira aria di Catalogna e di Francia, di antichi suoni
corsi e corsari, di strumenti dimenticati e riscoperti come le launeddas,
dei gospel baritonali dei Tenores e di melodie sacre o pagane (Mauro
e l’amico Andrea Parodi ne sanno qualcosa).
Con queste suggestioni e da queste certezze la strampalata imbarcazione
dei Figli di Iubal (il nome deriva da un leggendario
semidio, protettore dei suonatori di cetra e di flauto) parte per
un’esplorazione divertita eppure malinconica alla conquista
del Mediterraneo e alla scoperta dei mari chiusi dell’est.
Un
esordio tra world music e canzone d'Autore
" I Figli di Iubal sono un gruppo sardo di musicisti
venti-ventiduenni veramente molto bravi. È un
gruppo... come si può definire la loro musica...
Paolo Conte e Bregovic che vanno in un pub irlandese
e decidono di suonare e bere tutti insieme. E magari
ci trovano in un angolino Vinicio Capossela o qualche
cantore dell'isola del vento.” Così
Paolo Enrico Archetti Maestri ha ritratto
Carlo Doneddu e compagni...
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Capeggia la ciurma di abili
suonatori (la cui ubriachezza è tutta da dimostrare) la voce
di Carlo Doneddu, quasi sempre limpida e schiumosa
che anche quando s’increspa non segue la tentazione delle
solite, battutissime, rotte che portano a Tom Waits e Paolo
Conte. C’è in lui anzi la teatralità
di Peppe Servillo degli Avion Travel
e a volte quella quasi trascendentale del dimenticato Franco
Fanigliulo.
Con una chitarra (e un cavaquinho) come timone, in “Canzone
per Eva luna” il nocchiero Doneddu molla gli
ormeggi da una facile bossanova e si bagna nei Balcani, “Giovedì
notte” e ancor più “Il
porto dei balocchi” sembrano puntare a tutta
dritta sul Vinicio Capossela di “Zampanò”
e “Contrada Chiavicone”,
poesie di varie e minori umanità che s’incontrano e
s’incontrano come correnti “verso la strada di Alghero
che ridere mi fa”. L’atmosferà retrò di
“Tango notturno” si apre delicatamente
e in genere gli improvvisi cambi di rotta e di orizzonte ricordano
i Sulutumana di Giambattista Galli, con una maggiore
propensione a far sventolare la bandiera pirata del jazz.
Per nulla banale il lavoro di ricerca, intreccio e gioco dei testi,
tra modernariato poetico, suono, significato, deliri e visioni.
La terra sarda appare finalmente a prua nel suo splendore d’isola
isolata nella ballata contadina “Narami itte b’hada”
(Dimmi cosa c’è). Da gustare anche le crepuscolari
e “Per la via centrale” e
“L’ora del risveglio”,
in genere sono sognanti e vive allo stesso tempo le atmosfere create
da flauti (tripudio in “Pazzia”)
e violini, fisarmoniche, clarinetto, corno e sax. Su tutti il tappeto
ondeggiante del pianoforte di Giovanni Becciu,
vero motore dello Iubal. Nella marea di alternativi rock tristi,
epigoni malsagomati, commercialisti della musica e rari guizzi d’autore,
ecco un’isola felice di musica variopinta e mediterranea in
maniera genuina, almeno quanto può essere genuino chi nel
Mediterraneo ci sta in mezzo e non vuol proprio imparare a nuotare
“come si deve”, ballando invece “come i pesci
che continuano a ballare perché sanno che non li puoi pescare”.
Figli
di Iubal
"Figli di Iubal"
Sciopero - Sony 2004
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aggiornamento: 08-03-2004 |