| Gaber
ha perso. Non noi.
di Leon Ravasi
La "sua" generazione ha perso. Non voglio parlare male
di Gaber. Quand'ero piccolo canticchiavo "La ballata del Cerutti
Gino". Non voglio parlare male di Gaber, lo fanno tutti - tutti
quelli che non lo incensano.
Ma io non voglio parlar male di Gaber, almeno non in clima di elezioni.
Non voglio ricordare che è il marito consenziente di Ombretta
Colli, berlusconiana presidente della Provincia di Milano. Non voglio
ricordare che sono vent'anni che Gaber non faceva più un
disco di studio (e nemmeno insinuare che un motivo ci sarà
pure ben stato). Non voglio nemmeno dire che si sente che ha la
dentiera nuova e scivola in tutte le "s" ma nessun reggicoda
ha avuto il coraggio di dirglielo. Non voglio dire che ha fatto
un bruttissimo disco. E non voglio nemmeno dire che non ci si trova
un'idea che sia una.
Musicalmente
è una delle più grosse vaccate degli ultimi vent'anni
(toh, guarda caso: il periodo in cui lui non ha inciso?) ma non
voglio parlare di questo. E non voglio nemmeno limitarmi a dire
che qualche idea nei testi ci sta, anche se di stampo prettamente,
totalmente, inequivocabilmente qualunquista.
Non posso nemmeno
tirar fuori la vecchia storia del masochismo della sinistra che
per due decenni ha fatto la coda nei teatri ad applaudire uno che,
utilizzando sempre facili stilemi qualunquistici, l'ha fatta allo
spiedo, triturandola per dritto e per rovescio.
Non voglio
dire che, per quanto registrato in studio, anche questo resta un
album di teatro-canzone, dove le musiche fanno meno che da sfondo
ai testi. Posso, sì questo lo posso dire, anzi non lo posso
tacere, che dopo vent'anni di silenzio, non è possibile aprire
un disco con una marcettina scema come "Si può",
che tratteggia, aggirandosi dalle parti di "Goganga",
tic e tac della moderna società, ma che rispetto a "L'aggettivo
mitico" di De Gregori ci fa la figura del Pulci rispetto al
Dante della Divina Commedia. "Il conformista"
è una menata infinita di 4'28" secondi per parlare della
capacità di trasformismo degli italiani, come se non bastassero
i telegiornali a ricordarcelo. "Quando sarò capace di
amare" si salva, ma è una piccola isola di buontempo,
mentre l'invettiva di "La razza in estinzione"
non regge il parallelo nemmeno con "Cyrano",
non diciamo nemmeno "Io se fossi Dio"!
Il booklet
ci porta il parere illuminante di Gabriele Albertini (massì,
il sindaco in mutande! Proprio lui), di due maitre a penser come
Gad "prezzemolino" Lerner e Ferruccio De Bortoli, dei
grandi filosofi Francesco Alberoni e Antonio Ricci, di Don Giussani
e Miriam Mafai e dei colleghi Mina e Ivano Fossati, un altro che
della capacità di sputtanarsi ne sta facendo un'arte.
Fossati scrive:
"Ritrovo in questa grande canzone alcune delle mie personali
incapacita', inadeguatezze e speranze (l'incapacita' di scrivere
una canzone decente, forse? - Ndr). Mi fa pensare alle fatiche dei
ragazzi, molti dei quali, nonostante tempi e apparenze sono alla
ricerca continua di pensieri alti e adulti come questi" (minchia!
Ndr).
Ma io oggi
di Gaber proprio non voglio parlare. Gaber non c'è più.
E la generazione che ha perso è solo la sua. La mia è
ancora in lotta.
Giorgio
Gaber
"La mia generazione ha perso"
CGD Est West - 2001
Nei negozi di dischi
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aggiornamento: 13-04-2001 |