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Le BiELLE RECENSIONI
Giorgio Gaber: "La mia generazione ha perso"

Gaber ha perso. Non noi.
di Leon Ravasi

La "sua" generazione ha perso. Non voglio parlare male di Gaber. Quand'ero piccolo canticchiavo "La ballata del Cerutti Gino". Non voglio parlare male di Gaber, lo fanno tutti - tutti quelli che non lo incensano.
Ma io non voglio parlar male di Gaber, almeno non in clima di elezioni. Non voglio ricordare che è il marito consenziente di Ombretta Colli, berlusconiana presidente della Provincia di Milano. Non voglio ricordare che sono vent'anni che Gaber non faceva più un disco di studio (e nemmeno insinuare che un motivo ci sarà pure ben stato). Non voglio nemmeno dire che si sente che ha la dentiera nuova e scivola in tutte le "s" ma nessun reggicoda ha avuto il coraggio di dirglielo. Non voglio dire che ha fatto un bruttissimo disco. E non voglio nemmeno dire che non ci si trova un'idea che sia una.

Musicalmente è una delle più grosse vaccate degli ultimi vent'anni (toh, guarda caso: il periodo in cui lui non ha inciso?) ma non voglio parlare di questo. E non voglio nemmeno limitarmi a dire che qualche idea nei testi ci sta, anche se di stampo prettamente, totalmente, inequivocabilmente qualunquista.

Non posso nemmeno tirar fuori la vecchia storia del masochismo della sinistra che per due decenni ha fatto la coda nei teatri ad applaudire uno che, utilizzando sempre facili stilemi qualunquistici, l'ha fatta allo spiedo, triturandola per dritto e per rovescio.

Non voglio dire che, per quanto registrato in studio, anche questo resta un album di teatro-canzone, dove le musiche fanno meno che da sfondo ai testi. Posso, sì questo lo posso dire, anzi non lo posso tacere, che dopo vent'anni di silenzio, non è possibile aprire un disco con una marcettina scema come "Si può", che tratteggia, aggirandosi dalle parti di "Goganga", tic e tac della moderna società, ma che rispetto a "L'aggettivo mitico" di De Gregori ci fa la figura del Pulci rispetto al Dante della Divina Commedia. "Il conformista" è una menata infinita di 4'28" secondi per parlare della capacità di trasformismo degli italiani, come se non bastassero i telegiornali a ricordarcelo. "Quando sarò capace di amare" si salva, ma è una piccola isola di buontempo, mentre l'invettiva di "La razza in estinzione" non regge il parallelo nemmeno con "Cyrano", non diciamo nemmeno "Io se fossi Dio"!

Il booklet ci porta il parere illuminante di Gabriele Albertini (massì, il sindaco in mutande! Proprio lui), di due maitre a penser come Gad "prezzemolino" Lerner e Ferruccio De Bortoli, dei grandi filosofi Francesco Alberoni e Antonio Ricci, di Don Giussani e Miriam Mafai e dei colleghi Mina e Ivano Fossati, un altro che della capacità di sputtanarsi ne sta facendo un'arte.

Fossati scrive: "Ritrovo in questa grande canzone alcune delle mie personali incapacita', inadeguatezze e speranze (l'incapacita' di scrivere una canzone decente, forse? - Ndr). Mi fa pensare alle fatiche dei ragazzi, molti dei quali, nonostante tempi e apparenze sono alla ricerca continua di pensieri alti e adulti come questi" (minchia! Ndr).

Ma io oggi di Gaber proprio non voglio parlare. Gaber non c'è più. E la generazione che ha perso è solo la sua. La mia è ancora in lotta.


Giorgio Gaber
"La mia generazione ha perso"

CGD Est West - 2001
Nei negozi di dischi

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Ultimo aggiornamento: 13-04-2001

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