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Le BiELLE RECENSIONI
Carlo Fava: "L'uomo flessibile"

Una boccata di intelligenza tra i fermenti del cuore
di Giorgio Maimone

Analizziamo i termini del problema: se c’è un cantautore che scrive delle bellissime canzoni, le canta da solo con una bellissima voce, gode dell’arrangiamento di un mago dei suoni come Beppe Quirici, viene prodotto dallo stesso Quirici e da un altro nome di spicco della discografia italiana come Adele di Palma, viene distribuito e promosso dalla Emi (e gli effetti di tale distribuzione si vedono subito. Nel giorno d’uscita Milano ne è piena, dal negozietto al megastore). Se c’è questo cantautore e, per ragioni varie, riesce a ottenere per mesi anche una piccola vetrina televisiva (“Colorado café” di Abatantuono, di cui rappresentava una delle poche cose valide). Se c’è questo cantautore, e c’è e si chiama Carlo Fava, l’unico esponente del teatro-canzone, l’unico erede di Gaber, come è possibile che non abbia successo?

Infatti non è possibile. Basterebbe ascoltare il disco senza fette di salame appiccicate alle orecchie, basterebbe guardare i suoi spettacoli con la mente sgombra (anche dagli imbarazzanti paragoni) per riuscire a capire che Carlo Fava c’è ed è una persona di spessore, ancora prima che cantante, attore o cantautore. Eppure Fava ha inciso un disco nel 1993 (“Ritmo muscolare della vita”), un secondo nel 2000 ("Personaggi criminali") e un terzo disco (l’attuale “L’uomo flessibile”, quattro anni dopo) . Nonostante non sia una scoperta recente. E’ quantomeno da “Personaggi criminali”, spettacolo prima che cd, che si parla ovunque con grandi apprezzamenti di Carlo Fava, invitato al Festivaletteratura di Mantova, al Mantova Musica Festival e al recente Festival Teatro Canzone Giorgio Gaber di Viareggio.

Ascoltare “L’uomo flessibile”, ad ogni modo, è una boccata d’ossigeno. E’ come dare aria (oh, solo per un attimo, prima che troppo faccia male!) alle finestre dell’intelligenza. In quest’epoca così ottusa le canzoni di Carlo e del suo coautore di lungo corso Gianluca Martinelli, andrebbero proibite. Troppo rivoluzionarie nel loro pretendere e presentare un uomo che pensa e che si rivolge ad altri esseri senzienti! L’effetto è dirompente, soprattutto se si considera che per farlo la ditta Carlo & Gianluca si appoggia a un tessuto armonico di grande piacevolezza e varietà.

E così passiamo dalla classica canzone gaberiana come “L’uomo flessibile” o “Se fossi il futuro” (“ma se fossi il futuro mi vergognerei” - che si chiude con la citazione di una splendida frase di Claudio Lolli, correttamente ringraziato nei crediti e che sta nel cor degli autori quanto nel mio: “Di solito il giorno comincia sporco / come l’inchiostro del nostro giornale”) a episodi più cantautorali come “Sotto il quadro di Chaplin” (“Ti voglio bene come a quelle occasioni che se ti distrai sono perdute / come alla stelle / come alla faccia di Keaton nelle comiche mute”. Geniale! Associare l’amore alla faccia di Buster Keaton non so a chi possa venire in mente), o ancora a piccole chicche da avanspettacolo come “Cofani e portiere” (“Carlo Marx faciva o’ pensatore / invece Engels faceva il muratore / si son trovati una mattina presto / com’è come non è t’hanno scritto o Manifesto”).

In mezzo a questo bendiddio ben assortito abbiamo poi lo spazio per almeno tre grandi canzoni, che volano alte sopra il panorama nazionale: “La palude”, “Metroregione” e “L’ultima volta che ho visto i tuoi occhiali” (“Vedi come ci si mette a volte la vita; come una sentenza storta, un po’ di traverso e non ti fa passare né di qua, né di là. O così almeno mi sembra che sia”), ma per parlare di ognuna di loro servirebbe lo spazio di un’altra recensione.

Che mi prendo.

“La palude” e “Metroregione” (o Le buone notizie) costituivano l’ossatura centrale dello spettacolo che Carlo Fava ha presentato quest’inverno al Teatro Verdi a Milano, intitolato appunto “Buone notizie”. “La palude” è un brano ritmato, sostenuto dal basso di Quirici e dalle percussioni di Elio Rivagli, che si apre in un samba degno del miglior Concato. “La palude – ci aveva detto Martinelli in fase di presentazione dello spettacolo - è una canzone importantissima, forse la canzone più politica dello spettacolo e del disco e nasce da una considerazione generale sullo stato della giustizia. Però dato che cerchiamo di appartenere a quel filone della canzone d'autore che chiamiamo indiretta cioè non necessariamente parlare chiaramente di una cosa ma fare un largo giro metaforico - la grande scuola che ci ha impregnato insomma - abbiamo preso quest'immagine della palude cioè del luogo immobile dove però in realtà sotto questa apparente immobilità succedono tantissime cose. E tutte cose molto pericolose ovviamente, perché la palude non è un luogo dei più rassicuranti della terra. E fra le righe c’è anche un riferimento a situazioni molto evidenti, a queste esistenze che nessuno tira fuori... La palude ha inglobato anche questo. Una situazione che non avremmo mai voluto vedere. Quindi forse è la canzone più forte in questo senso”. E infatti, chiosa la canzone, “è un discorso complicato / la biologia di una palude”. Grande!

Ancora più grande, ma forse solo per le mie esigenze di aria è “Metroregione” alias “Le notizie” (il perché del titolo ancora mi sfugge. Piccola aggiunta del 2006: "Metroregione" è il titolo di un notiziario di Radio Popolare. Resta il fatto che, secondo me è un titolo stupido: al di fuori di Milano e degli ascoltatori di Radio Popolare, tra i quali evidentemente io non sto, resta un titolo incomprensibile ai più - NdR), dove invece il discorso politico - che comunque è sotteso a tutto il disco, anche se in termini indiretti come suggerisce Martinelli – si fa più esplicito. E tra le voci che ricordano “lo scandalo della giunta”, “L’ospedale di Sant’Anna”, “Arriva il maresciallo / pronti a sgomberare”, “il sabotaggio dell’inceneritore / problemi di respirazione”, “sciopero domani al palazzo del comune /salvaguardia del sistema”, “la Fiat di Arese, chiusura della produzione”, si inseriscono e si intrecciano le vicende personali di due persone che si stanno perdendo di vista, di una storia che sta tramontando. Proprio in questo intreccio tra personale e politico, tra notizie pubbliche e movimenti del cuore sta il senso della canzone che parla con le stesse parole e con lo stesso ritmo con cui avviene la vita. Se ci aggiungiamo una magnifica resa vocale di Fava il quadro quasi prende forma. “Le notizie camminano in fila / e ad ascoltare siamo in migliaia / le notizie han bisogno di aria / di un’edizione straordinaria”.

Ultimo quadro e ultima canzone del disco “L’ultima volta che ho visto i tuoi occhiali”. Solo Carlo Fava e il suo piano, un lungo recitativo a introdurre il canto, un congedo nel senso pieno. Ancora una storia d’amore, ma questa volta raccontata attraverso gli oggetti: “secondo me sono gli oggetti che complicano le cose: così inanimati, così fermi eppure piccoli irrinunciabili prolungamenti di noi stessi,. Mettessimo in fila i nostri oggetti troveremmo le ore e i minuti di ogni cosa, di quando il tempo era solo davanti”. Qui sono gli occhiali, abbandonati sul tavolo che scandiscono gli ultimi rintocchi di una storia in cui i due, forse ancora gli stessi due, ormai si sono persi del tutto di vista. Troppo in pessimo stato entrambi i cuori per proseguire. Ma gli oggetti restano. E segnano il tempo. Quello trascorso e quello davanti.

Fava e Martinelli in 11 canzoni, ma in soli 43 minuti (tempo da long playing), disegnano le ampie volute di due storie che si intrecciano, riprendono e dipartono: una pubblica e una privata che non necessariamente si dividono le canzoni, ma le permeano di entrambi gli umori, “una nostalgia in bianco e nero / che sale lentamente dal cuore al pensiero” per un disco che, mi ripeto, ma più lo ascolto più me ne convinco, resta un’importante boccata d’aria per l’intelligenza, a cui aderire con la necessità di un cuore in fermento. “L’uomo flessibile” è uno dei più bei episodi musicali di questo 2004 declinante.

Nel 2006 il disco è stato ripubblicato dopo il Festival di Sanremo con l'aggiunta di "Un certo discorso", presentato al Festival con Noa e il Solis String Quartet e di "Certo non sai" di Francesco Guccini in edizione cantata e solo strumentale. Per quanto sia bello il brano di Sanremo, non è tale da spostare di granché il nostro giudizio sul disco. Che era e resta positivo.


Carlo Fava
"L'uomo flessibile"

Emi Music Italy - 2004 (Riedizione nel 2006)
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Ultimo aggiornamento: 03-10-2004 (raggiornato il 23/03/2006)

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