
Ascolti collegati
Crediti:
Davide Van De Sfrroos
Bernasconi (voce, chitarra); Davide "Billa" Brambilla
(fisarmonica, tastiere e tromba); Claudio Beccaceci (chitarra
classica, elettrica ed acustica); Alessandro "Pocahontas"
Parilli (basso); Diego Scaffidi (batteria, percussioni, cori)
Ospiti:
la Banda Osiris, i Mercanti di Liquore, Maurizio Gnola Ghielmo,
Le Balentes ai cori femminili
Testi e musiche di Davide Van De Sfroos
|
Un vecchio
seduto sul pontile, la faccia al lago, la schiena alla piazza, guarda
l'immobile distesa d'acqua. Pensa? Ricorda? Sogna? O solo si perde?
I suoi pensieri, come fumo, si arrampicano al cielo dalla sua testa,
su fragili corde, su reti di pescatori, su scale di legno. Passa
un giovane e colora con l'arci-vernice del professor Alambicchi
questi pensieri. E, da lontano, vediamo le ombre farsi sostanza,
i fantasmi perdere il traslucido. Sentiamo i ricordi farsi parole,
farsi suoni, farsi canzoni. Arrivano da un punto di un passato imprecisato,
ma che mio è stato di sicuro. Arrivano dal fondo dei magazzini
della memoria, rotolano come barili vuoti e fanno un identico rumore.
Le parole hanno un retrogusto antico, polvere
smossa da bauli di ciarpame ingombi, “tira, mola e messeda”,
“i occ del luff quand el cagna”, “tarabaj,
reguaj. gran catanaij”, “el frecc uramai
el ma mangiaà el paltò”. Frasi che sentivo
da bambino, ma qualcuno le canta ora, nel mio dialetto! E le canta
bene! Madonna se le canta bene! Davide Van De Sfroos ha reinventato
l’arci-vernice, la vernice strepitosa che rende veri i sogni,
e ce ne fa parte in un disco lungo (66’48”) ma senza
un solo momento di noia. : “... e semm partii”:
“dedicato a tutti quelli che sono partiti e da qualche
parte sono arrivati ... anche a quelli che sono tornati ... ma
soprattutto a coloro che si sono persi per strada aspettando l’ultimo
lancio di dado”.
Tenetevi forte e ancoratevi a quest’ultima
frase: eh sì, perché il paragone che sto per fare
porta dritto a Fabrizio De Andrè. Ecco, 40 anni dopo il
Michè, altri assassini, altri pazzi, altri dropouts, altri
lasciati indietro da questa società dell’immagine,
da blazer, convention, briefing e location. Persone che non posseggono
nemmeno la “grazia” di una lingua nazionale e che
per raccontare le proprie storie usano il dialetto, la lingua
dei posti dove sono nati.
D’altra parte che lingua mai potrebbe parlare
“il” Sugamara (è
Lombardia, la lingua vuole l’articolo davanti ai nomi, con
buona pace di Nanni Moretti!) “cuore diesel e con’
t i zanzar in del cervell” (con le zanzare nel cervello),
con gli “occhiali da tafano dell’autogrill di
Fiorenzuola” che va a rapinare una banca e ci trova
come cassiere suo figlio, ma non si ferma e gli si rivolge dicendo:
“Potet mia fermà un dado intant che l’è
dree a girà”. (non puoi fermare un dado quando
è stato lanciato), oppure “El bestia”
che è nato “suta ‘na luna caputada”
(sotto una luna capovolta), con una faccia che “la faceva
pagura ai serpent” (faceva paura ai serpenti) e girava
sempre armato con un “fulcin” (falcetto)
col quale “el te tajava el coll comè fa una cicada”
(ti tagliava il collo con la stessa facilità con cui sputava).
Oppure che dire del giardiniere di “Me canzun
d’amuur en scrivi mai” (io di canzoni
d’amore non ne scrivo), innamorato della bella del paese
a cui non riuscirà mai a dirlo, nonostante abbia “un
sentiment che l’è una motosega” e che
si sente da “giardinier diventaa’ un restell”
e “al tramont quand chei l suu el betega/prepari i roos
che riesi mai a datt” (al tramonto, quando il sole
balbetta/preparo le rose che non riesco mai a darti) ... perché
... perché ... “io canzoni d’amore non ne scrivo
mai”.
Oppure vogliamo raccontare anche di “El
mustru”? Il re dei pescatori che un giorno
viene trovato in deliquio dentro la sua barca, dopo un attacco
di diabete, e racconta a tutti di avere incontrato nel lago “un
mustru, un mustru, ma l’era mea el film de l’uratori/
... l’era faa comè una anguilla, l’era gros
comè un batel e mangiava tutt i stell” (un mostro,
un mostro, ma non era il film dell’oratorio .... Era fatto
come un anguilla, era grosso come un battello e mangiava tutte
le stelle”). E da allora in poi era stato considerato dal
paese “il re dei ribambì” (il re dei
rincoglioniti) e andavano tutti a prendere il pesce da lui per
compatirlo e ridergli alle spalle, compresi i bambini.
Ma questo libro d’antan da sfogliare non
finisce qua: devo parlare almeno ancora di “L’omm
de la tempesta”, marinaio d’acqua dolce
che sceglie di andar per mare e “quand che l’è
rivaà nel port del Marsiglia/l’ha cambiaà
il mar cun’t una tazza de Pernod” (quando è
arrivato nel porto di Marsiglia/ ha scambiato il mare con una
tazza di Pernod), e di naufragio in naufragio (chissà se
c’è dentro l’eco di Jean Claude Izzo e dei
suoi “Marinai perduti”?) incontro
una zingara che gli legge la mano e gli svela che la tempesta
più grossa è quella che si porta dentro: “naret
in gir o furestee per tutt el mund/ ma anca el muund de una qualj
paart el finirà / una tempesta l’è difficil
de nà a scuund/ resta con me e la tempesta cesserà”.
(andrai in giro, o forestiero, per tutto il mondo/ ma anche il
mondo da una qualche parte finirà/ una tempesta è
difficile da nascondere/ resta con me e la tempesta cesserà).
Tanti personaggi, anacronistici, buffi, tragici, comunque, sempre
e in ogni modo “diversi”, personaggi non ufficiali,
di quelli che negli album di famiglia si buttano via le foto.
Davide Bernasconi, in Van De Sfroos, invece va
in direzione “ostinata e contraria” e porta alla luce
storie che altri vorrebbero dimenticare, storie che non andranno
mai alla "Televisiòn”
(“quanti dè, quanti nocc so quii pultrun”
– quanti giorni e quante notti su quelle poltrone).
La veste musicale è sontuosa: il disco
suona bene, ospita la Banda Osiris, i Mercanti di Liquore, Maurizio
Gnola Ghielmo, Le Balentes ai cori femminili oltre che Davide
Brambilla, mente musicale del gruppo, alle fisarmoniche, tastiere
e tromba, Claudio Beccaceci alle chitarre, Alessandro Parilli
al basso e Diego Scaffidi alla batteria, percussioni e cori. Chiude
la chitarra e la voce graffiante di Davide Bernasconi in Van De
Sfroos, una voce che nei momenti pacati ricorda il migliore Mimmo
Locasciulli. Insomma questa povera terra depressa di Lombardia
(musicalmente parlando) quest’anno ha fatto l’en plein:
dopo i Sulutumana, dopo i Mercanti di Liquore, dopo il ritorno
alla grande di Enzo Jannacci, dopo il bellissimo disco di Fado
del milanese Eugenio Finardi (l’Eugenio), anche la piccola
Spoon River lariana di Davide Van De Sfroos.
Il dialetto?
Non sempre è comprensibile per i non-padani, ma, in fede,
chi è che capisce tutte le parole della “Nuova compagnia
di canto popolare”? O dei Beatles? (un ricordo commosso
al mite George Harrison!). “Breva e Tivan”
era un bel disco, ma questo se lo mangia”! E, per chiudere
come dice lui: “l’onda di ieer, porta l’onda
de incoo/ l’occ de un vecc, l’era l’occ de un
fioo” (L’onda di ieri porta l’onda di oggi
/ e gli occhi di un vecchio erano gli occhi di un bambino).
Davide
Van De Sfroos
"E semm partii"
Tarantanius - 2001
Nei negozi di dischi e sul sito www.davidevandesfroos.com
|