| Quello
che non ti aspetti arriva dal lago. E l'aria è dannatamente
buona
di Giorgio Maimone
La
sospresa è unr agazzo di 33 anni che esce dal post-punk e
si inventa un modo tutto suo di fare canzoni d'autore, mutuando
formule e spunti dai Clash e dai Pogues e senza peritarsi di navigare
tra spunti musicali molto diversi tra loro, unitendoli in un sincretismo
musicale che mescola musica popolare italiana con folk celtico,
rock, country, blues e una spruzzata di reggae. Minestrone insomma,
anzi "pulenta", perché in coppa a tutto ci sta
la scelta di cantare nel dialetto delle sue parti, il "laghèe",
ossia il dialetto che si parla sul lago di Como, nella variante
di Tremezzo. Se ci uniamo un nome da olandese, Davide Van De Sfroos
e l'illusione che si tratti di una band, quando invece abbiamo a
che fare con un singolo autore, cantante e chitarrista, con band
sì, ma di spalla, abbbiamo un quadro quasi completo.
Quello
che forse non si può chiarire immediatamente è che
il disco "Breva e Tivan" è una gemma e che andrebbe
tutelato dalle belle arti e dal WWF. E' il disco con cui Davide
Bernasconi è uscito dal cerchio ristretto del passaparola
sul lago di Como e dintorni, per iniziare a proporsi quantomeno
a livello lombardo. E, probabilmente, è il disco a cui è
più legato lo zoccolo duro dei suoi fan, i Cauboi, come hanno
deciso di chiamarsi proprio a partire da una canzone di questo album.
Guardando la
formazione della band spicca immediatamente che nessuno di loro
è sopravvissuto e arrivato fino a ora al fianco di Davide,
noto macinatore di personaggi d'appoggio e abbastanza rapido a scartarli
quando hanno fatto il loro tempo:Billa the Kid
(Davide Brambilla) alla fisarmonica, tromba e tastiere, Robi
Gobbi alle chitarre soliste, Nonu Aspis
ai flauti, sax e canna di bambù, Radio "Titti"
Garofalo al contrabbasso e Franco "Statua"
Svanoni alla batteria e percussioni. Tra i ringraziamenti,
ai primi posti, compare anche Dario Canossi (dei
"Luf") che ha avuto voce
in capitolo in "Breva e Tivan".
Il libretto,
come da lì in poi sarà tradizione nei dischi di Davide,
è molto bello: è aperto da una magnifica foto d'epoca
(un esterno bar lacustre di inizio secolo) e contiene tutti i testi
in dialetto e in curata versione italiana, oltre a note di spiegazione
necessarie in alcuni passaggi. Una serie di belle foto dei protagonisti
del disco, Davide e musicisti, completa le 28 pagine 28 che costituiscono
il booklet e che costituiscono, peraltro, secondo me, anche uno
dei motivi principali per acquistare un album anzichè masterizzarlo
o scaricarlo da internet. Come dice Davide stesso: "Le canzoni
prima o poi le si trova. I libretti no".
E arriviamo anche qui alle canzoni, pur compiendo una volta ancora
quel processo un po' "bastardo" che è commentare
un disco ora col senno di poi. "Breva e tivan" è
stata in realtà una
miccia immediata e quando è arrivato ha fatto molto rumore,
soprattutto nei cuori di chi lo ha ascoltato allora e da allora
non è più riuscito a liberarsi di Davide, perché
la sensazione vera era di avere a che fare con "the next big
thing", qualcosa che non c'era ancora e che stava arrivando,
con una forza e un intensità che ben pochi dopo di lui e
una voglia di procedere controvento che ricordava nobili e nobilissimi
predecessori: una cosa era soprattutto chiara. Davide aveva storie
da narrare, aveva un bagaglio di parole che volevo condividere con
noi e il piacere di sentire arrivare un nuovo grande narratore tra
noi è stato immenso. Se poi si considera che parlava questo
strano dialetto che per me (che sono di Vedano Olona, provincia
di Varese) è anche un po' il mio e che parlava di personaggi
da bar e di paese che sono così simili a quellio della mia
infanzia, l'identificazione era completa.
"Foemm e prufoemm",
pezzo iniziale è già un capolavoro con quell'attacco
violentissimo di chitarra elettrica, subito doppiato da batteria
e fisarmonica e urla da ubriaco che ci proietta al volo nel mondod
ell'alternative country americano, per poi riportarci un secondo
dopo sulle rive del Lario, dove "i tett de la barista hann
scrivuù fin tropp 'i stori". "Come topi
nella notte prendiamo su quello che avanza / bicchieri come occhi
senza speranza". E' la storia di noi tutti, popolo della
notte, ancorati all'ultima bottiglia per riuscire a tirare la mattina
dopo. Accanto una fauna speciale di personaggi, ognuno dei quali
potrebbe meritare una canzone.
Uno dei questi è il protragonista della canzone successiva
(fateci caso, Davide è uno dei pochi autori di casa nostra
che ha proprio il gusto di narrare non per canzoni separate, ma
inserite in contenitori d'ambiente.I suoi album sono quasi sempre
concept, almeno nell'impostazione di fondo): "La balera".
Qui la musica è di casa nostra. E anche la storia: "lei
sa di bagnoschiuma / lui puzza di barbera" eppure "lei
che è figlia di signori balla con un contadino / sembra un
albero sudato, ma lo vuole più vicino". Non sottovaluterei
quell albero sudato che sa di poesia, nè la scelta del linguaggio.
In questo brano è quasi tutto in italiano, ma perché
è la lingua che i due cercano di parlare in balera, lei per
darsi un tono, lui per essere all'altezza di lei. Da qui gli sfondoni:
"Signorina, in questi anni dove si era nasconduta / una
donna come lei non l'ho gnanche cognossuta". Non ricorda
i tapini di Jannacci che vanno a ballare e "te
vedet no che te ghe su i scarpun" (altra balera di altri
tempi) ? Oppure l'operio che "prendeva il treno per non
essere da meno" e che è stato licenziato in un
bel giorno a fine maggio che "l'han scuvert a taja i fiuur
in te i lameer"(l'hanno scoperto a intagliare fiori nelle
lamiere)
Geniale è anche "Il figlio di Guglielmo Tell".
Amo sempre molto chi sa vedere degli abiti le fodere e anche chi
ascoltava dei dischi le facciate B. E amo Davide che ha voluto prendere
un episodio (di storia o leggenda che importa?) e rivoltarlo da
cima a fondo. Guglielmo Tell? Famoso sì, ma perché
nessuno parla del ragazzino che ha tenuto "la poma in su la
crapa"? Lui ha avuto altrettanto coraggio. Ed era un bambino.
La canzone fa ridere, perché il ragazzino passa il tempo
a chiedere al padre di aumentare la dimensione del frutto "Proviamo
almeno con l'anguria..." "Chi è quel pirla che
ha parlato? Come sarebbe a dire: "proviamo con l'albicocca"?".
E il padre gli risponde "Non temere figliolo, mal che vada
... te cupi!". Se non è anche questo mettersi dalla
parte degli ultimi, allora sono davvero io che non ho capito qualche
cosa. E' un pezzo di cabaret alla Dario Fo, ma
di grande classe.
Dopo tanto ben di dio nelle prime tre canzoni è anche lecito
rallentare un po': "La nocc" è
un bluesaccio di quelli che piacciono al Davide che non rinuncia
mai a metterne almeno uno per disco ("Trenu trenu"
o il recente "Paradiso dello scorpione").
E' evidente che aDavide piace, perché ancora adesso fa parte
del suo repertorio dal vivo. E in effetti allinea immagini molto
efficaci come "Arrivano i taxisti con la faccia gialla
/ e i carabinieri con la faccia blu / arrivano i soldati con la
faccia verde / vanno tutti insieme a tapinare le ragazze".
Però, tutto sommato, meno innovativa di altre.
"Hoka Hey" invece è una canzone
che colpisce e che sarà citata tante volte quando si tratterà
di difendere Davide dai tentativi di appropriazione da parte della
Lega. Davide parla spesso di minoranze e gli indiani sono uno dei
suoi temi preferiti e un riferimento obbligatorio nel suo immaginario.
Hoka hey singifica "E' un bel giorno oggi per morire"
e si riferisce al ricordo del massacro di Wounded Knee, come, in
modo simile, qualche anno prima, Fabrizio De André
e Massimo Bubola avevano fatto con "Fiume
Sand Creek". Le due canzoni sono imparagonabili: Fiume
Sand Creek è un capolavoro e Hoka hey una buona canzone,
ma significativo è che affondano l'ispirazione nello stesso
brodo.
"La balada del Genesio" è invece
un punto altissimo della poetica di Davide, che lo sa e non riesce
a togliere questo brano dalla lista dei suoi hit (nemmeno vuole).
E' il primo dei grandi personaggi del lago che popoleranno le pagine
di Davide. In modo poetico e intenso, con la sola chitarra accompagnata
in modo cauto dalla fisarmonica e, a chiudere dal fischio dello
stesso Davide. "Scapavi e inseguivi, senza ai ciapà
fiaa ( curiandul nel veent ... fiuu senza praa / una trottula mata
sempru in gir senza sosta". "La mia chiacchierata
lascia il tempo che trova / guardo il cielo di novembre con la sua
luna nuova / sono il Genesio e questo è tutto / con qualsiasi
vestito ... sotto son nudo"
"Cau boi": come detto, da lì in
poi il nome che si sono auto-scelti i "des-fans", popolo
matto e disposto a seguire Davide ovunque e comunque (www.cauboi.it
è il loro sito di riferimento, che contempla anche una mailing
list). Di Cau boi ce n'è di tutti i tipi, dal leghista incallito,
all'agnostico, al compagno. Davide unifica, è ecumenico.
Devo dire peraltro che, se nei concerti il popolo dei Cau Boi non
è sempre all'altezza (vergognosi i fischi ai Nidi d'Arac
a Villa Arconati qualche anno fa, perché avevano il solo
difetto di essere meridionali e di esibirsi prima di Davide), dopo
anni di frequenza della mailing list deve invece citarne la assoluta
civiltà. E comunque, tornando alla canzone, quella di Davide
è una serrata critica al popolo della "valle dei
semafori, dove crescono i telefoni". Satira di costume
e analisi partecipata di fenomeni di costume che ti passano vicini.
Spiazzante e gradevole nella sua inconguità una vaga aria
spagnoleggiante nella musica.
"Cyberfolk" è pezzo minore sia
come musica che, soprattutto come testo. Sembra una di quelle canzoni
improvvisate in studio, ma non ce n'era bisogno, perché,
come d'uso per Davide, i suoi album (tranne "Per una poma"
che era però un mini-cd) sono sempre di lungo minutaggio.
Prescindibile.
Forse anche perché subito dopo viene uno dei caposaldi del
disco e di tutto il canzoniere del Bernasconi: "Pulenta
e galena fregia". "Non è vero che
nel silenzio dorme solo la malinconia / non è vero che un
toscanello non è capace di far poesia / in questa stanza
senza orologi balla la fata e balla la strega / in questo posto
senza luce ... chi dice tutto è solo l'ombra".
Se volessimo guardare con quel senno di poi di cui dicevamo, non
è difficile trovare in questa canzone i prodromi che porteranno
all'intero progetto di "Akuaduulza"
di gotico lariano. "Pulenta e galena fregia e un fantasma
in su la veranda / barbera cumè catramm e anche la loena
la par che sbanda / cadrega ce fa frecass e buca verta che dis nagott
/ dumà la radio sgraffigna l'aria e i pensee fann un grand
casott". Musica popolare di accompagnamento che potrebbe
strizzare un occhio al country, ma non nella versione su disco.
Invece con "Il duello" ritorniamo alla
sceneggiata. E' un altro pezzo di cabaret dedicato al popolo del
lago. Lo scoppio di una rissa, raccontata da un testimone oculare
e in diretta (Avete presente "Prete Liprando"
di Jannacci/Fo?) che si conoclude perché a entrambi i contendenti
trilla il motorola. E da un inizio alla Sergio Leone si passa alla
pochade e si conclude in farsa. Divertentissima.
R allentiamo adesso il rirmo, che il disco si avvicina alla fine:
è ora della dolcissima "Ninna nanna del contrabbandiere"
(non l'abbiamo ancora detto, anche se ormai lo sanno anche i sassi,
quelli che "van de sfross" nel nord Lombardia al confine
con la Svizzera sono ovviamente i contrabbandieri). Bellissimo il
pre-finale: "dorma fioo / che te sognet un sac in spala
/ per rampegà de dree al to pa / so questa vita che vivum
de sfroos / so questa vita che sognum de sfroos / in questa notte
che pregum de sfroos". (Su questa vita che viviamo di
sfroso / su questa vita che sogniamo di sfroso, in questa notte
che preghiamo di sfroso). Filosofia di vita.
"Breva e Tivan" chiusura del disco, con
un vento (anzi due), come sarà altra caratteristica del Van
da qui in poi. Lenta, solenne, a passo di vento. Ne ho sentito di
recente una versione al Piccolo
Teatro dal vivo da mettere i brividi (piano, contrabbasso e
violino), ma anche questa sul disco è canzone forte e da
non dimenticare, degno finale di un disco sorprendente e sfaccetato,
che mostra già molte della facce del Davide, ancora all'inizio
di un cammino di maturazione non ancora ultimato, ma che ha portato
a risultati altissimi.
E così, dopo 54'01" il disco va a finire, lasciandoti
un pieno di umori e di sapori e voglia di dire: "ancora!"
Ma non nel senso di bis, nel senso di ancora altre storie da narrare
per lasciarti ascoltare. Abbiamo scomodato "nomoni" nel
corso della recensione. Vediamo un po' : Jannacci, Dario Fo, De
André, Bubola ... ci siamo lasciati prendere la mano? Per
niente. Credo che dei legami e delle parentele possano effettivamente
esserci (con Bubola soprattutto dopo Akuaduulza). Buon ascolto.
Davide
Van De Sfroos
"Breva e Tivan"
Tarantanius - 1999"
Sul sito
e nei negozi di dischi
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aggiornamento: 26-02-2005 |