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volte migliore del miglior Fossati
di Giorgio Maimone
Un
anno prima di "Canti randagi", più o meno lo stesso
team di persone (Adele Di Palma, Cose di Musica, l'organizzatore
Chicco Minozio, il grafico Stefania Rutigliano e i disegni di Cristina
Trombini) aveva messo in cantiere e realizzato un altro grandissimo
album di cover. Ed essendo un album di cover, tributo e omaggio
a un personaggio vivo e vegeto, non solo, ma all'apice del successo,
come Ivano Fossati, non si sentiva e tuttora non si sente in questo
caso, quel fastidioso odore di incenso e putrefazione che accompagna
un po' tutti i dischi tributo, molto spesso vissuti come scorciatoia
per vendere di più o almeno ottenere più passaggi
radiofonici.
"I disertori" parte da un assunto giusto: chi, se non
gli esponenti del nuovo rock italiano, che tanto gli devono, potrebbe
fare un tributo a Ivano Fossati? Il cantautore genovese, allora
appena reduce dai due magnifici album dal vivo, summa della sua
carriera, proviene peraltro dalle file del progressive rock e con
il rock ha sempre mantenuto rapporti stretti, almeno fino alla partenza
della sua grande quadrilogia ("700 giorni", "La pianta
del te", "Discanto" e "Lindbergh").
I partecipanti alla raccolta sono quanto di più
vario possa pensarsi, ma è indubbio che, rivisti oggi, quei
nomi traccino la storia del nuovo rock italiano degli anni '90.
A partire dagli Afterhours, alle prese con una
grintosissima e "cazzuta" "La canzone popolare",
ricca di stamina e di "buone vibrazioni", procedendo coi
Mau Mau che attaccano una "Panama"
gioiosa e rilassata, in grado di stare al passo (e forse
sopra) alla versione ufficiale fossatiana: sinousa, insinuante e
solare. In parte, anche se leggermente calligrafici i La
Crus con "Naviganti": la voce
di Ermanno Giovanardi (qui armato anche di armonica) è affine
a Fossati, ma forse il difetto principale è che la versione
si stacca di poco da quella (inarrivabile) dello stesso Fossati
sul primo dei dischi dal vivo.
Un solo scatto nel lettore e arriviamo al capolavoro del disco,
anche se si sa che il termine capolavoro è stato ormai così
tanto utilizzato da risultarne quasi sterilizzato. Diciamo del punto
più alto dell'album: una versione dilatata nel tempo, nello
spazio e perfino nelle coordinate geografiche di "Discanto",
affidata alle voci e alle chitarre dei fratelli Severini, alias
The Gang. Per 6'12" Marino e Sandro suonano
chitarre, cantano, interpretano, vivono e indossano questa magnifica
canzone che, tuttavia, con Fossati manteneva una distanza che qui
sembra sopita. Più prossima, meno dotta, più nostra.
Diciamo che già il materiale di partenza era di ottima qualità:
i Gang in più ci mettono cuore e voce. Grande momento di
musica!
I Rosso Maltese si buttano con coraggio in un corpo
a corpo con "La Madonna Nera" da cui
non esconono sconfitti. Nei Rosso Maltese, ora sciolti, la voce
è di Luca Gemma, ma le chitarre e l'hammond sono nelle mani
di Gino De Crescenzo, più noto come Pacifico.
Bellissima e d'atmosfera la "Passalento"
solo strumentale affidata alla tromba di Paolo Fresu e agli strumentisti
del suo quintetto. Anche qui grande versione. Peccato che si perde
un testo di valore, ma il brano è di quelli che da solo valgono
l'acquisto di un disco (e qui di brani così ne abbiamo trovati
già quattro!)
I Dissoi Logoi si occupano con alterna fortuna
de "La volpe", canzone tratta da "La
pianta del te", meno fascinosa che l'originale (che però
si avvaleva della voce di Teresa De Sio e dei flauti di canna andini
di Una Ramos). La chiave elettronico-tecnologica non si addice alla
canzone. Così come poco c'entrano i Modena City Ramblers
che pure avevano pensato di giocare in casa con "Gli
amanti d'Irlanda", in fin dei conti come erano loro
allora.Ma la versione a cento all'ora non giova al brano e loro
stessi hanno ammesso di aver faticato molto a entrare nell'anima
del brano. Un episodio minore.
Andrea Chimenti invece è bravo, molto bravo.
Sceglie di misurarsi con un Moloch come "Una notte
in Italia", ma riesce a cavalcarla senza esserne disarcionato.
E già questo è titolo di merito. Intesa, lenta e cadenzata,
la canzone regge con piacere i suoi quasi 5 minuti. Più difficile
capire la scelta dei Diaframma: Federico Fiumani
sceglie di puntare su "Johnny Sayre",
una canzone dei Delirium, risalente a "Dolce acqua", col
testo preso di peso da Edgar Lee Masters e da Fossati abbandonata
da allora. La canzone più o meno gira (meno, direi), ma di
sicuro non ha nulla a che fare con un'omaggio a Fossati. Fuori tema.
Tornano in tema e convincono (quinto o sesto motivo per acquistare
il disco) gli Yo Yo Mundi che affrontano "Terra
dove andare" a chitarre sguainate (nelle note del
libretto di copertina, bello, che si apre in sei quasi a manifesto,
c'è scritto che Paolo Archetti Maestri suona "chitarre
rumorose"), ma la fisarmonica e le ottime percussioni di Marco
Parente, allora degli Otto 'p Notri, rendono assoluta giustizia
al brano. E terminiamo con un altro pezzo forte: i Ciroma
danno una versione di "Lunario di Settembre"
da applausi. Nulla so dei Ciroma dopo questo disco, nemmeno se siano
mai arrivati a incidere un lavoro in proprio; allora tra loro militava
Lutte Berg, chitarrista ora con Ennio Rega.
Per la cronaca, dei 12 brani di Fossati proposti, tre vengono da
Discanto, 2 a testa da Lindbergh, La pianta del te e 700 giorni,
uno da Panama, da Dolce Acqua dei Delirium e dal primo Live. Trascurati
"Ventilazione" e "Città di Frontiera".
Comunque, a tutt'oggi, un esempio di come dovrebbero essere organizzati
gli album tributo. Genere del quale, peraltro, continuo a non andare
pazzo. Lo scandalo è che "I disertori", così
come "Canti Randagi", sia fuori catalogo.
AAVV
"I Disertori, Fossati riletto da ..."
Sony Columbia - 1994
Fuori catalogo
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aggiornamento: 09-08-2005 |