| La
suggestione si fa immagini, le immagini musica. Grande Conte
di Giorgio Maimone
Razmataz
è qualcosa di strano e di non ben definito. Sinceramente
non credo che pochissimi l’abbiano visto tutto. O almeno lo
abbiano visto tutto in una volta sola, anche perché dura
più di due ore (140 minuti). E penso anche che in molti,
moltissimi, forse tutti siano rimasti perplessi. Ma è esattamente
per questo che Razmataz mi piace più di tutti gli altri lavori
di Paolo Conte! E’ vero, io non sono un contiano, non sono
uno di quelli che salta sulla sedia ogni volta che sente “macadam”
o “ratafià” o “tinello marron”. Sono
tutti termini che mi ricordano brutti periodi, una brutta epoca
di ipocrisia borghese che grazie al cielo non c’è più.
Forse proprio perché in gioventù li sentivo, questi
termini a me fanno l’effetto opposto e in una canzone mi stridono
come si grattasse il gesso sulla lavagna. Sono “zeppe”
messe lì apposta per ottenere l’effetto: è come
il rullo dei tamburi al circo o l’assolo di batteria in un
concerto rock dal vivo. Caccole! “Razmataz” ne fa completamente
a meno. Perché è una storia, tutta intera, ed essendo
impregnata della voglia di narrare usa linguaggi quotidiani, peraltro
miscelando inglese, francese ed italiano.
Se a tutto ciò aggiungiamo la maestria e la bellezza di alcuni
disegni di Paolo Conte (lui non lo cita tra le ascendenze, ma a
me sembra di intravedere anche Mario Sironi) ecco
che abbiamo un lavoro che, in primo luogo, ha pochissimi affini
(ed è un vero peccato) e in secondo luogo ha il fascino delle
lunghe storie narrate. Le immagini sono statiche, si susseguono
coi ritmi dettati dal dvd, con la sapiente programmazione di un
direttore grafico (Rocco Sanchirico) che non viene
sufficientemente valorizzato nelle note di copertina, ma a cui va
buona parte dell’esito del prodotto.
L’altra parte, la più parte, va ovviamente a Paolo
Conte che ha fatto tutto da solo: la trama, la sceneggiatura del
radiodramma (perché questo in fondo è il vaudeville
propostoci, qualcosa da ascoltare e, in aggiunta, qualche immagine
in movimento a commentare la storia), le musiche, le canzoni. A
suonare con lui una pletora di musicisti tra cui i suoi soliti pard,
capitanati di Jino Touché: Massimo
Pitzanti al bandoneon, accordeon e clarinetto, Daniele
di Gregorio alla batteria, Daniele Dell’Omo
alla chitarra, Luca Velotti al Sax e tanti altri
in aggiunta. Eh sì, perché l’opera è
complessa e lunga, le musiche varie: non solo jazz, ma anche musica
antica, di ancestrali ascendenze, di movenze sensuali, di oscillazioni
a-temporali. Razmataz, per definizione, si pone altrove. E questo
altrove è un impronunciabile di oscura malia.
Devo dire che è anche abbastanza ininfluente, per il godimento
dell’opera, seguire nel dettaglio la trama, tanto fa la suggestione
e la ricostruzione degli ambienti e del periodo. Che sono gli anni
Venti del secolo scorso, a Parigi, crocevia di tutte le culture
del mondo, punto di incontro tra America ed Europa, in un’epoca
di trasformazione, in cui le idee artistiche circolavano con velocità
molto superiore a quella dei mezzi di trasporto d’epoca. Ma
la trama, al contempo, non è un protesto appiccicato tanto
per far canzoni, per fare musica! No, la musica è funzionale
alla trama. Conte, in realtà, ha quasi sempre messo in scena
musicisti o aspiranti tali. Lui dice che si tratta sempre un occhio
esterno e che lui parla sempre di altri e non di se stesso.
E’ fondamentalmente vero, ma è altrettanto vero che
la persona in scena nelle sue canzoni, spesso è quel musicista
che avrebbe sempre voluto essere, arrivando là dove voleva
arrivare in tarda età. La qualifica di musicista è
la più sudata: prima è stato considerato autore, poi
cantautore, poi “mito”, prima ancora che musicista.
Ora, forse, giustizia è stata fatta: Paolo Conte è
un grande musicista, un grande band leader come il suo mito Duke
Ellington (uno dei suoi miti), un “furbo” autore
di canzoni, un ottimo mestatore di testi che, peraltro, quasi sempre,
ottemperano allo scopo di fornire un “colore” aggiuntivo
alla musica.
Difficilmente un testo di Paolo Conte sta in piedi da solo. Quando
lo fa si hanno sprazzi di grande suggestione. Ma le parole servono
a costruire un film, una scaturigine di immagini: e qui le immagini
le abbiamo, quindi le parole retrocedono ancora come ruolo. E lo
assumono di più negli intermezzi parlati. Forse con l’eccezione
della deliziosa “Pasta diva”,
in puro stile operetta o della bellissima “(Jazz
is a) yellow dog”. Il resto
è musica, suoni d’assieme, canti d’ambiente e
tra questi spiccato "Mozambique fantasy"
e "Razmataz". E tutto sembra
uscire da un fonografo a tromba o dagli altoparlanti sfiatati di
una radio a valvole. Distraetevi un po’. Rifiutatevi all’analisi
e lasciatevi pervadere: tra poco partirà il Titanic per il
suo ultimo viaggio, i musicisti sono già a bordo, gli emigranti
nelle terze classi, i fuochisti nel caldo inferno della sala macchine.
Siamo fuori epoca, fuori tempo, fuori stile e, a volte, fuori fuoco.
Siamo in Razmataz, espressione onomatopeica che nel gergo degli
anni '20 significava "bugiarda" o qualcosa di simile (ma
Paolo Conte in merito dice anche "La parola mi piace perché
è anche onomatopeica, vi si sente la stessa sonorità
della parola jazz. Sull'origine di questa parola non si è
mai saputo qualcosa di preciso, quindi dice quello che si apre all'immaginazione,
senza voler spiegare niente di più").
La storia, se siete arrivati fin qui ve la meritate: La vicenda
ruota attraverso la scomparsa della sesta ballerian della rivista
negra arrivata a Parigi: si tratta di una donna avvolta nel mistero;
di lei si conosce solo il soprannome Raz-ma-taz.
Sulle sue tracce si mette il commissario Zeus Dupont, detto Aigrette
e si attiva così uno stuolo di altri personaggi come Mr Ezra
Babington, titolare di una palestra, Flirt (celebre stilista di
moda parigino), Lou Zephyr (re della senape), Inez De la Costa,
detta madame Fines Herbes (sua moglie), Pastrone (viveur italiano),
Zarah (cantante espressionista berlinese), Jessica Elliot (scrittrice)
col suo fedele segretario cinese Yellow Book. Le chiavi del mistero
sembrano stare nelle mani di Vive la nuit (capo
dei bohemiens di Parigi) e Doctor Jazz (negro americano
suonatore di contrabbasso). Il giorno dello spettacolo si ritrovano
tutti all'interno del locale La Soir e la faccenda trova la sua
logica soluzione (logica?).
Paolo Conte per sé riserva il ruolo di Supercharleston (pianista
e direttore d'orchestra), canta poco e suona molto (e indubbiamente
sul cd, uscito quasi per errore prima del dvd, questo fatto sconcertava
i più). Mi chiedete del cd? Non so dirvi: ho visto prima
il dvd e ne sono rimasto colpito. Le musiche a sé? Sono belle,
ma ... non sembra del tutto Paolo Conte. No, il progetto è
più complesso: musica, immagini e trame. Uno storyboard illustrato
da oltre 1800 disegni, un progetto inseguito da
trent'anni e infine realizzato. Un capriccio d'artista? Sì,
in parte. Del tutto riuscito? No, in parte. Ma con quante suggestioni!
E quanta genialità!
Ps: se qualcuno trovasse delle somiglianze tra Raz-ma-taz la ballerina
e Josephine Baker, la celebre ballerina dal senso
ignudo e dal gonnellino di banane degli anni '20 a Parigi, non direbbe
niente di azzardato. Le voci "narranti" sono di Annie
Girardot per il francese e per l'italiano, Judith Malina per l'inglese,
le voci nei dialoghi sono di una ventina di personaggi (e di attori),
ma senza nomi particolarmente conosciuti.
Paolo
Conte
"Razmataz"
Cgd East/West- 2000
Cd o Dvd - Nei negozi di dischi
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aggiornamento: 18-03-2006 |