| Capolavoro,
live e sparito per tre anni. Chi c'è sotto?
di Leon Ravasi
Capita
di rado, ma capita. Chi si parta con un “cinque stelle”.
Che sia un disco sconosciuto e di sconosciuti. Che sia composto
di bellissime canzoni. Che la prima recensione del 2005 parli di
un disco che è stato inciso nel 2001. Però è
stato pubblicato solo nel 2004 e, se verrà venduto, lo sarà
nel 2005. Ha un titolo decisamente inusuale, forse anche troppo,
eppure è un disco che, da quando mi è capitato in
mano in novembre, gioca la parte del padrone sul mio lettore. Strano
il nome dell’album e sconosciuto il gruppo: Caffè sport
orchestra. Sono in sette, suonano un po’ di tutto, con una
certa preferenza per strumenti a fiato e percussioni (elencati nel
disco sono 35 strumenti). La penna dell’autore è nelle
mani di Francesco Senni, anche voce, piano e chitarra.
Ma fin qui
era facile. Ora bisognerebbe spiegare che musica fanno. I Caffè
sport orchestra fanno soprattutto delle belle canzoni. Canzoni ricche
di melodia, con arrangiamenti ariosi e curiosi e con uno stile di
canto da crooner fuori tempo che, se pure da qualche parte ha in
mente Paolo Conte, richiama di più quel
filone di musica italiana delle radici che ha i suoi massimi esponenti
nei Sulutumana ed epigoni felici nei Fragil
Vida e nella Piccola Bottega Baltazar.
Mambo, swing,
spruzzate di jazz, colori tex-mex, ma risciacquati nel mare di Cesenatico,
una musica a tratti travolgente e comunque sempre coinvolgente e,
quello che è meglio, intelligente. Perché ricca di
citazioni, perché cinematografica, perché è
la musica di chi conosce gli strumenti e sa che cosa possono dare.
Palma d’oro comunque alle canzoni, che sono scritte bene.
Ma sono suonate ancora meglio. E per finire sono cantate benissimo.
Francesco Senni ha una voce molto personale: leggermente
rauca, un po’ sotto tono, ma assolutamente espressiva. Se
la presenza scenica fa pari con la “presenza vocale”
(al di là di qualche “e” troppo aperta che denuncia
la provenienza romagnola) siamo di fronte a un nome da appuntarsi
e tenere d’occhio.
Non ho dubbi
sul fatto che sia un grande disco, perché continua a reggere
dopo due mesi di ascolti continui ed anzi cresce e migliora, quanto
più le canzoni, da sorprese che erano, si rivelano veri “ganci”
che ti si attaccano nella memoria, in attesa solo di essere risvegliati
da un assolo di tromba. La musica suona dannatamente anni ’50
e i rimandi si susseguono, compreso il titolo che, se ci ho azzeccato,
si riferisce a Xavier Cugat, grande musicista e
uomo di spettacolo, direttore d’orchestra, asso di mambo,
conga, samba e cha cha cha, spagnolo di Cuba e marito di Abbe Lane.
Xavier Cugat, estroso e bizzarro, si faceva notare perché
non andava da nessuna parte senza i suoi adorati chihuaha (visto
che si parla degli anni ’50 potrebbero giustamente essere
“storici”, no?).
Ora dire che
Francesco Senni e i suoi si siano studiati a fondo Xavier Cugat
non mi sembra un azzardo, ma hanno fatto di più. Siamo oltre
metà recensione e non ho detto una sola parola sui testi.
Perché pregustavo la possibilità di utilizzare il
detto latino “dulcis in fundo”. Senni scrive degli ottimi
testi. Suggestivi, interessanti, intriganti e che hanno una caratteristica
ancora più marcata, ma essenziale, visto che si tratta di
canzoni: sono testi di una cantabilità assoluta. Quante volte
ci capita, anche nei maggiori autori (parlo di Guccini, Lolli, De
Gregori) di essere costretti a correre dietro a parole che occupano
più battute di quante ne occupi la musica? Ecco, qui non
succede.
I testi di
Senni sono come gli abitini di Abbe Lane, per restare
a Xavier Cugat. Abbe Lane, biondona discinta che ebbe grande successo
nella televisione italiana degli albori, era così formosa
e portava abitini tanto stretti che (pare) il grande umorista inglese
P.J. Woodhouse disse: “Sembra che sia stata versata direttamente
dentro il suo abituccio e si sia dimenticata di dire basta”.
Ecco, i testi del “Chihuaha” sono stati colati direttamente
dentro le musiche, ma Senni è anche riuscito a dire basta.
Le canzoni non sbrodolano né in lunghezza, né in tempi
musicali e raccontano storie che partono da “Cesenatico”
(la prima canzone) e viaggiano verso l’Africa, il Messico,
la Spagna, Cuba, “la tratta Nazca-Arequipa nel novembre 2000”,
l’Uruguay, per ritornare poi sul “Lungomare”
dove c’è “graniglia e confettura e odori
di passato dentro gli armadi della tua casa al mare. Mi porto lo
scirocco qui con me sulla veranda stile coloniale. Mi piace stare
qui a rewspirare, qui sul lungomare”.
Piccola domanda provocatoria: siamo nell'ambito della musica
"Campari Mixx"? Lounge nostalgica da
intrattenimento? Possiamo tracciare paralleli con gruppi come Baustelle,
Solidamor o Bassiistinti? Eh, non proprio:
siamo nella stessa gamma e forse con riferimenti simili (anche se
i Caffè Sport Orchestra affondano più indietro), ma
c'è un indibitabile scarto di qualità. Teniamo poi
conto che comunque loro le hanno incise, queste canzoni, tre anni
e mezzo fa.
Ma potrei citare
per ore, perché mi piace quel lessico curatissimo (che fa
scegliere parole ardue da cantare come “mantice di fisarmonica”,
“disincanto” “girandole geometriche”, “balaustra”)
e antiquato, che percorre con evidente voluttà le strade
bianche di memorie che non possono essere direttamente sue, ma indotte,
da letture, da libri, da film. E non a caso chiudo con film. Siamo
come origine in terra felliniana e una certa vena alla Fellini
pare infatti percorrere l’intero album che non è triste
mai, anzi spesso fa sorridere, ma senza rinunciare a momenti più
pensosi e riflessivi.
La vera sofferenza
potrebbe essere quella di scegliere i brani preferiti. Avete tempo:
dunque, di sicuro “Cesenatico”, perché
è l’introduttiva, la prima che ho sentito e quella
che mi ha convinto ad ascoltare con più attenzione il resto.
Testo meditativo, mare di inverno (“cani, gabbiani, conchiglie,
vongolo, vecchi e spilli di freddo. Musiche antiche in tre quarti
dagli altoparlanti”) e la descrizione immaginifica di
un atto d’amore (“Una spiaggia, una cabina sottozero
a tramontana e il tuo affanno scalda come il solleone bagna come
il mare sotto un’onda di sussulti a ridere di noi che c’è
un gran freddo e ce ne stiamo qua a scopare … via la noia
e che bella sei, che bello sono io”).
Geniale “Il
trombettista dello sposo” (“Rosa salmone di abiti,
riccioli lucidi e fiocchi e profumo, occhiali scuri e cravatte e
scarpe strette che fan bestemmiare. Bambini già sporchi di
gioia e nonne in delirio per la sposa”), ma il trombettista-testimone
dello sposo non è d’accordo con il matrimonio (“addio
mio caro amico addio”… “mi sento già in
colpa e non so perché”) e sfoga la sua malinconia
acida con un ritratto al vetriolo degli invitati. Inutile cercare
di farvi immaginare la musica. Roy Paci? Di più …
”Il
mambo della missionaria” è quello che contiene
la frase che titola il disco ed è una coccola mambo. Divertente
come un brano da juke-box al mare, impagabile musicalmente e come
atmosfera. E poi si sa così che “il chihuaha storico
non ha senso senza te, piange in mezzo al traffico, chissà
poi perché”. Il chihuahua “sai che è
un cane inutile, ma fa pena in mezzo ai guai”.
“L’autista
fortunato” è puro sudamerica. E mettono in
risalto un ulteriore qualità del gruppo: la gestione delle
pause orchestrali. Sanno fare musica del silenzio tra uno stacco
e l’altro. E’ vero! Non è un paradosso. I Caffè
Sport Orchestra sanno giocare con le attese. Un brano che è
tutto un attesa è “Teresa”,
dolcissimo e tenero. “E il respiro si allarga a cercare una
calma sombrera” è una frase “must”: d’ora
in poi “mai più senza calma sombrera!”
Saltiamo a
malincuore qualche brano per arrivare alla caricatissima
“Franco”, un chewingum di canzone che ti si
appiccica dentro al primo ascolto. Suonato e cantato come dio comanda:
Buscaglione in vena e swing a tutto spiano, trombe incandescenti
e mille rumorini di fondo a fare compagnia. Infine il ritmo di carillon
che introduce e accompagna “Il valzer degli addii”.
Che dire di più? D’ora in poi mi toccherà aspettare
la prossima uscita dei Caffè Sport Orchestra per capire se
è stato un lampo di genialità o abbiamo di nuovo qualcosa
da aspettare.
Ps: vogliamo
aggiungere, come carico da undici, che il disco è un “live”?
E che è stato davvero registrato al Caffè Sport Lambretta
di Cesenatico nel settembre 2001? Piuttosto mi preoccupano questi
tre anni intermedi. Che sarà successo? A una prossima puntata
…
Caffé
Sport Orchestra
Il chihuahua storico non ha senso senza te
Rai Trade Freecom (distr. Edel) - 2004
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aggiornamento: 12-01-2005 |