| Uno
"Swingautore" fatto in casa
di Alfredo Del Curatolo
Ho
sempre pensato, forse per amore del paradosso, che sia molto più
facile per un giovane cantautore imitare lo stile di Paolo Conte,
piuttosto che quello del fratello Giorgione.
L’originalità di Monsieur Conte, fatta di parole trascinate
dalla provincia piemontese alla Francia, colpi di genio e colpi
di tosse, scat e pause lunghe un alba livida, è da sempre
pane per i denti aguzzi dei suoi epigoni. Molto più difficile,
quasi impossibile, imitare la semplicità, la sincerità
a tutti i costi, l’ironia in punta di fioretto, i minimi comuni
multipli di vite parallele, di acquerelli di poesia genuina. Sarà
per questo che come funghi prataioli crescono da anni necromicetici
“paolini” e la grazia dell’autore di “La
mongolfiera” è difficile da ritrovare in altri artisti?
Sarà.
Il pensiero mi è tornato nella zucca ascoltando l’opera
prima di Marco Castelli. Eccellente pianista swing, session man
per anni e buon calice, il ragazzo si è scritto, arrangiato
e prodotto in casa un disco davvero sorprendente. Il primo a intuirlo
è stato Antonio Silva che lo ha voluto al festival di Mantova,
da lì in poi ci ha creduto anche lui, il biologo di Fino
Mornasco.
“Argomenti
di conversazione” è un disco sudato ma non appiccicoso,
tabagista ma non intossicante, schiumoso di birra e umido di allusioni
e sfregamenti da ballo. “Questo è swing”, urla
a un certo punto Castelli, mentre la big band lo supporta e ricorda
i ciclisti gregari in fuga di “Boogie” e sembra di sentire
l’eco del “Go, man!” di Nicola Arigliano. E la
voce (che bello!) non si arrochisce mai cercando i motel di Tom
Waits e non invecchia a forza nel whisky e men che meno galleggia
nel lambruscaccio.
Certo,
inutile negarlo, il mondo è quello dei fratelli Conte e del
primo Vinicio, ma l’ironia e la voglia di essere seriamente
poco serio, smussano qualsiasi tentativo di fuori-plagio. Si parte
col divertimento puro di Twistin’man, scivolando nel charleston,
“Ancora vivo” risente positivamente del jet-lag dell’Una
e Trentacinque circa, così come “El sagrista”
ricorda un po’ le divagazioni spagnole del conterraneo Luca
Ghielmetti (“Triste canzone della corrida”).
I
lampi del miglior Castelli arrivano improvvisamente, quando già
ci si era vestiti di lamè (le signore, prego) e si erano
lucidate i mocassini col tacco a schiocco (i maschietti). “La
tua giornata di lavoro” è addirittura tenchiana (Luigi,
non il Premio), quando la sentiremo cantata senza quel po’
d’emozione che fa vibrare le corde vocali al primo album,
sarà un gioiello completo. La meraviglia di Castelli è
che non si compiace mai di essere troppo onirico (“Miraggio”,
“Vernissage”) o allusivo ai limiti del maialesco (“Pardon”,
“L’assistente dello studio odontotecnico a Cantù”),
perché il bar che frequenta è sempre lo stesso e sta
in provincia e la piazza è quella del “Tango di paese”.
Così al gregario della fatidica “maglia rosa”
piace “entrare nella fuga” e anche l’omaggio a
uno dei maestri diventa una serissima burla (ma a chi sarebbe venuto
in mente di scrivere “Il naso di Paolo Conte”?).
Cribbio,
se c’era bisogno di Marco Castelli in questi tempi grami di
giovani vecchi e cantautori clonati dalle molecole inanimate degli
ex-voto. Basta mettere su il dischettino, e la curiosità
sublima in relax, l’allegria in un sorriso di piacere stampato
in corsivo e la critica musicale in critica della ragione sragionata.
Questo è swing! La pasta c’è, ed è fatta
in casa e il mattarello… quello ce l’ha lui.
Marco
Castelli
Argomenti di conversazione
Sentesis entertainment 2004
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aggiornamento: 15-09-2004 |