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Le BiELLE RECENSIONI
Casa del Vento: "Al di là degli alberi"

Strabordante di retorica
di Leon Ravasi

Ecco lo spazio per una stroncatura. Vera, totale, senza ripensamenti. Una stroncatura di altri tempi. Tanto più convinta quanto più alta è la delusione. Seguo la Casa del Vento da quando era “Cisco e la Casa del vento”. Ho comprato tutti e tre i dischi che hanno fatto (“‘900”, “Pane e rose” e questo, senza trascurare “Genova chiama” e “Non in mio nome”e ogni volta mi sembrava che mancasse qualcosa, che ancora non c’eravamo ma che potevano crescere, che in fin dei conti erano “compagni che sbagliano” e invece no. La casa del vento è proprio incamminata su una strada sbagliata, soprattutto per quanto riguarda i testi.

Militanti,certo. Di sinistra, non c’è dubbio. Onesti, è vero. Impegnati, altrettanto vero. Brutti, irrimediabilmente brutti, ma di quel brutto che sfiora il becero. Neanche ai tempi del realismo socialista ho visto frasi come queste: “ricorda di una notte in una scuola / che piena di pacifiche persone /avevano soltanto quella colpa / di credere in un mondo un po’ migliore // Braccati in ogni stanza e per le scale / picchiati come prede da scannare / lasciati al pavimento a far vedere /che cosa un manganello può lasciare // Trovarono bottiglie e dei bastoni / ragione che li fece caricare / ma noi avevamo solo dei pensieri / e loro bugie da mascherare // coi tagli, gli occhi pesti e le ossa rotte / noi non lo abbiamo mai dimenticato / si spensero le luci del diritto / per una interruzione dello stato. // Ragazze e poi ragazzi a Bolzaneto / mischiavano il mio sangue col sudore / in cinque, dieci, venti scatenati /sapeva di ventennio il loro odore // … e allora tu non puoi dimenticare / il soffio del respiro soffocato / l’idea di resistenza e ribellione / e del suo fiore che hanno calpestato”- Ma dai!

E’ anche la logica che fa difetto. Non solo la gonfia retorica di ogni riga di questa canzone (“I segni sulla pelle”) ma la logica stessa fa difetto: trovarono i bastoni e le bottiglie prima di entrare? Perché prima le ragazze e poi i ragazzi a Bolzaneto? Non corrisponde al vero. E cosa vuol dire che mischiavano il “mio” sangue col sudore? Mio di chi? Che fosse il loro? O è un modo per dire che il loro sangue è come se fosse il mio? E allora perché non nostro? E la frase di inizio canzone? Ricorda: chi deve ricordare? Ricordare poi è verbo transitivo. Non vuole il “di” ma un complemento oggetto: “ricorda una notte” va benissimo, Ma la grammatica di tutta la frase scricchiola: che c’entra una relativa? “Ricorda di una notte in una scuola / che piena di pacifiche persone /avevano soltanto quella colpa”. Sostituiamo “che” con “la quale”. Rintracciate un senso? Io no. Solo una frase da 5 in grammatica.

Nel disco le troviamo tutte le battaglie civili di questi tempi: Genova, Carlo Giuliani, gli emigranti, la guerra in Iraq, il muro di Israele e il terrorismo contro i palestinesi, i rom, Plaza de Mayo, la nuova babilonia delle razze e il popolo unito. Tutto. Troppo. Non un dubbio, non una pausa, non la minima esitazione. Qua il bene (assoluto), là il male (altrettanto assoluto). In un manicheismo senza intelligenza che è lo stesso in cui allignano brutti mostri del pensiero come Bush e i neo-con.

Dodici tracce in cui non brilla mai l’intelligenza di un dubbio, di un distinguo, di una nuance. Eppure la poesia e la canzone dovrebbero essere il terreno elettivo per proporre temi e idee non per enunciazioni incontrovertibili, ma per suggestione. Non c’è una delle battaglie enunciate dalla Casa del Vento che non senta come mia, ma che senso ha fare un catalogo delle magagne mondiali senza approfondirne nemmeno una? Sembra un giornale, meglio un volantino da agit-prop. Certo, applausi in piazza garantiti, ma contributi al dibattito? Zero.

Musicalmente poi (e finiamo di rigirare il coltello nella piaga così non ci si pensa più) il discorso è fermo. Siamo ai primi Modena, ma nemmeno reinterpretati, fatti a ricalco. Ballatone lente e rapide accelerate per pogare in piazza (“Festa protesta” è uno dei titoli che meglio rappresentano questo tipo di idea).

La retorica nei testi è imperante: “pensa alla madre che partorisce / pensa alla vita che non ritorna”, “addio a mio padre, addio a madre / sono lì a pregare che tra le schiume non possa affondare/ cibo per pesci potrei diventare”, “figli della speranza/ cresciuti con le idee / contro la note buia / del credo militare”, “vorrei darti la gioia e un mondo migliore / una casa, un figlio che corra nel sole”.

Nel disco c’è anche “La canzone del maggio” di Fabrizio De Andrè che, chissà perché viene mutilata nel testo. La frase: “Anche se avete chiuso le vostre porte sul nostro muso / la notte che le pantere ci mordevano il sedere” viene sostituta da “Se avete lasciato fare /ai professionisti dei manganelli / per liberarvi di noi canaglie / di noi teppisti, di noi ribelli” da una proto-versione che De Andrè aveva scritto in un primo tempo e mai pubblicata, perché inferiore alla versione ufficiale. Non solo la sostituzione è a capocchia, ma è proprio solo un estratto, perché tutto il resto della canzone segue il dettato ufficiale, tranne quella mezza strofa. Perché? Sembra più “ribellosa” così? Altro grande mah!

Un solo punto alto nel disco, peraltro molto alto. “Rachel and the storm”, dedicato alla ragazza pacifista americana di 23 anni, schiacciata da un bulldozer israeliano mentre faceva da scudo umano contro l’abbattimento delle case dei palestinesi. La canzone si basa in parte su una poesia scritta in inglese dalla ragazza e cantata da Elisa. L’effetto lirico è altissimo, la tensione spettacolare, la commozione dietro l’angolo. E tanto più in alto sale questa canzone tanto lascia il dolore per il resto del disco che decide di non seguire questa strada. Anche musicalmente la canzone vola alto e si libra sopra la miseria di questo mondo, dandoci l’idea di qualcosa a cui tendere e aspirare e qualcosa per cui combattere e non disperarci, grazie anche alla performance radiosa di Elisa.

Il resto non sarebbe poi neanche così deteriore: le musiche si ascoltano, le canzoni scorrono, non nuove e troppo Modena dipendenti, ma non sgradevoli: “Loi du marché” è decisamente una bella canzone e “Almiré e le nuvole” ha una sua interna bellezza. Resta ancora più altro il rimpianto: perché così pochi dubbi e così tanta retorica?

La Casa del Vento
"Al di là degli alberi"

Mescal - 2004
Nei negozi di dischi

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Ultimo aggiornamento: 22-07-2004

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