| Il
grande disco di un "fratello ritrovato"
di Leon Ravasi
Qualcuno
conosce Alberto Cesa? E ha seguito l’evoluzione e il percorso
dei Cantovivo? Probabilmente siete in pochi. E quei pochi tutti
di Torino. Mi piacerebbe sentirne parlare altri perché ho
paura di usare termini tipo “fratello ritrovato”, “grande
simpatia umana”, “consonanza di idee e di pensieri”
che sanno sempre di esagerato. Vabbè, facciamo finta che
io non li abbia usati, questi termini, ma che possano considerarsi
sottintesi. Così si potrà sorvolare sul tono generale
sorridentemente complice di questa cronaca.
I Cantovivo non hanno un disco nuovo. Questo, di cui parlo, è
uscito una prima volta per la Stampa nel 1999 e nel 2000 per i cd
del Manifesto. Imbarazzante, perché i termini che trovo più
consoni per parlarne sono quelli dell’affetto. Il disco non
è perfetto. Ogni tanto qualche frase slitta e qualche concetto
è infilato a forza dentro gli stretti limiti di una canzone,
ma, per paradosso, è quanto me li fa più amare. Sembra
di sentire un vecchio disco di lotta. Ed è, invece, un nuovo
disco di lotta. Ma un disco dove si parla di compagni, di Victor
Jara, di operai (toh, ne esistono ancora?) di musicanti e di una
Torinorossa, Torino Partigiana che è comunque bello potere
immaginare.
Alberto Cesa
e i Cantovivo sono in giro ormai da 28 anni e visto che, come scrive
Cesa in un imperdibile libretto venduto assieme al disco (libretto
per modo di dire: sono 228 pagine!): “Eravamo tra i pochi
compagni intonati. E trovare un compagno intonato era più
difficile che trovare un democristiano onesto”, diventarono
relativamente famosi con un brano eseguito a capella: “Barbagal”.
Filastrocca in piemontese su un aria celtica. Funzionava benissimo.
E per il gruppo fu una specie di hit. Era il brano introduttivo
di “Leva la gamba”, l’Lp con
cui nel ’79 iniziarono a farsi conoscere non solo in Italia,
ma un po’ in tutta Europa (era un periodo di grande fermento
per la musica popolare) o di “rinascimento del folk”,
un’onda propulsiva che esaurirà la sua spinta a metà
degli anni ’80, con lo scioglimento (anche parziale) di gruppi
prestigiosi come i Fairport Convention, i Pentangle, gli Steeleye
Span.
Da lì in poi l’unico rimasto sulla breccia, vagamente
imparentato con questo filone, in Italia, è Angelo Branduardi.
Tutto un altro mondo rispetto ai Cantovivo. Che infatti, da lì
in poi scelgono una strada che li porterà verso il combat-folk,
termine che, secondo Cesa, fu coniato dal critico della stampa Gabriele
Ferraris proprio per definire il gruppo torinese nel ’94,
mutuandolo da combat-rock dei Clash. Dalle ballate si arriva ai
canti sociali e di lavoro, in un percorso sempre più controcorrente.
Impegno costante e coerenza non comune.
Tutte qualità che balzano agli occhi (anzi, alle orecchie)
ne “I fogli volanti”. Secondo Cesa (e secondo quanto
scritto nel libretto), il gruppo prende le mosse esattamente da
dove si era fermato “Ci ragiono e canto” ,
la famosa rappresentazione teatrale-musicale curata da Coggiola
e Bermani con la regia di Dario Fo, lo spettacolo
con cui “la piccola musica tradizionale del nostro Paese,
dopo secoli di sottomissione agli altri generi musicali aveva espresso
la forza dirompente della propria grandezza culturale”. In
fin dei conti è questo il clima.
“Torinorossa”è emozionante,
“Robadamatti” esilarante e coinvolgente (“Siamo
diavoli/con le ali degli angeli/ siamo frivoli/ e un po’ rompicoglion”),
“Beniamino” è struggente: la
storia di un vecchio violinista, una sorta di suonatore Jones del
cuneese, a cui la gente del paese aveva spezzato il violino perché
“dava fastidio”. Una sera, a un concerto dei Cantovivo
è riuscito a convincerli a farsi prestare il violino. Suonava
da dio. E contemporaneamente al violino anche l’armonica a
bocca: “Era come sentire Accardo e Bob Dylan in una sola
persona”. Suonò tutta la notte, felice, ridendo
e mostrando con orgoglio il suo unico dente. Qualche giorno dopo
morì. Cesa dice che è storia vera. E non ho motivi
per dubitarne.
“Ninna
nanna” è un distillato di dolcezza, come è
giusto che sia. Forse un po’ più di maniera il ritratto
del vecchio “Michael”, suonatore di
bodhran e autore di ballate celtiche. Epica “Il partigiano”
dove si canta “E allora grida forte, per chi non ha ancora
capito/ che il partigiano ha vinto e l’Italia lo ha tradito”.
È questo che piace di Alberto Cesa, oltre al fatto che suoni
la mia stessa chitarra (la Yamaha F110, “il primo leggendario
e irripetibile modello messo in pista dalla casa nipponica”):
che abbia ancora voglia di gridare, dopo quasi trent’anni
di attività e che abbia conservato una bella faccia, una
passione per il cibo e per il vino, le grandi emozioni, la musica
e la poesia. Insomma, un compagno che c’è ancora e
che già ci annuncia che ci sarà un’altra puntata
dei suoi “fogli volanti”.
Ps: “I
fogli volanti erano i foglietti su cui i cantastorie stampavano
le loro canzoni per venderle in cambio della sopravvivenza e per
raccontare, come in un giornale cantato, le piccole e le grandi
storie del mondo”
Cantovivo
"I fogli volanti di Alberto Cesa – Diario di un musicante"
Cd Il Manifesto – 2000
Nei negozi di dischi
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aggiornamento: 17-09-2002 |