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Le BiELLE RECENSIONI
AAVV: "Canti randagi" canzoni di Fabrizio De André

Il miglior tributo a De André gli è stato fatto in vita
di Giorgio Maimone

Sono dieci anni che è uscito questo disco e ancora adesso resta insuperato. L'idea alla base, accreditata ad Adele Di Palma di Cose di Musica sulla copertina, ma che in realtà ha avuto molti padri, è assolutamente vincente. Affidare il patrimonio musicale di Fabrizio De André ai migliori gruppi di musica tradizionale italiana. In un qualche modo si celebrava così il decennio (abbondante) dell'uscita di "Creuza de Ma" (1984), l'album che, per molti aspetti, ha cambiato le coordinate della musica tutta in Italia, ma in particolare della musica di radice popolare, che è riuscita così ad uscire da un decennio di oscuramento.

"Canti randagi", inoltre, oltre a essere una magnifica idea, è un grande tributo, ma soprattutto è un gran disco. Le canzoni di Fabrizio De André, quasi senza eccezione, calzano come guanti sulle nuove strutture musicali e addirittura dentro le nuove lingue scelte. Essì, perché sarebbe stato troppo facile intervenire solo sulle musiche o sugli arrangiamenti! No, i creatori di "Canti randagi" hanno deciso di rendere le cose difficili a se stessi e agli autori e interpreti coinvolti. Tutte le canzoni sono state "tradotte" (ma non tradite!) nella lingua, nel dialetto, nell'idioma più vicino ai gruppi che hanno partecipato all'iniziativa.

Pertanto abbiamo una "Bocca di rosa" in napoletano eseguita da Peppe Barra (canzone che entrerà in pianta stabile nel suo repertorio), Patrick Vaillant che, con Riccardo Tesi all'organetto, traduce in occitano nizzardo "Coda di Lupo" che diventa quindi "Coa de Lop", i romagnoli Bevano Est che fanno una magnifica "Rimini" in romagnolo (e un giorno bisognerebbe pure studiare perché Rimini resta la canzone di De André meglio "coverabile"!). Resta il testo originale (che però era già in toscano) per il "S'i fosse foco" di Cecco Angiolieri, rifatto dai Mediterraneo.

La Sedon Salvadie si butta invece in un "Canto del servo pastore/Cjant del Pastor" che trasferisce in Friuli le vicende di "mirto e rosmarino" (che diventano "La cal floris il rosmarin") dalla Sardegna. La voce è quella magica di Lino Straulino. E la versione è da brividi. Peraltro Straulino è protagonista anche di un'altra grande cover deandreiana su "Mille papaveri rossi", dove stravolge da par suo "Verranno a chiederti del nostro amore". Altro grande risultato per la "Canzone del maggio/Cansum del Mag", resa in lombardo dai Baraban. L'interpretazione è vibrante e l'adesione sembra totale. La traduzione tocca vertici inebrianti "i raspuscin del mag" (i cuccioli del maggio).

Forse resta più nei canoni Elena Ledda & Sonos con "Tre madri/Sos Tres Mamas" catapultata dalla "Buona novella" alla Sardegna, tuttavia appassionata e coinvolta. Così anche la Ciapa Rusa non riesce a fare valore "Volta la carta/Vira la carta", nonostante la versione in piemontese. Ma il motivo è semplice: "Volta la carta" è già una canzone popolare. Il trattamento quindi di "randagismo" è molto più blando che su altri brani. Corretto, ma non esaltante.

Assolutamente "randagia" è invece la versione di "Giugno '73/Giugnu '73" dei Re Niliu, che sposta in Calabria i turbamenti del giovane De André alle prese con un "amore borghese", con tanto di "madre che ce l'ha tanto con me". Tra i Re Niliu c'è anche Mimmo Mellace, che passerà quindi col Parto delle Nuvole Pesanti e infine con Alessio Lega. La versione lavora, indaga e arricchisce le trame del brano originale. Come fa la successiva "Via del campo/Via do campo" dei Suonatori delle Quattro Province che traducono in genovese, con tanto di trallallero d'ordinanza "Via del campo" in un modo così naturale e convincente che la canzone, da lì in poi sembra nata per essere cantata in genovese e per sembrare una costola logica di "Creuza de Ma".

Leggermente più forzato il finale, affidato ad Allan Taylor che propone "A pittima/The beggar" in inglese. Ecco, qui, più che dalle parti di "Creuza de Ma", da cui peraltro il brano proviene (ed è l'unico, altro indizio di errore) si passa direttamente a "Non al denaro, non all'amore, nè al cielo". Niente a che vedere, come ovvio, con la musica popolare italiana, nè con Creuza, ma una bella e intonata folk-song britannica, con qualche pallida venatura country. L'impressione che fa è quella "oh, abbiamo un Allan Taylor a disposizione. Che gli facciamo fare? Ma sì, dai, "La pittima"! Manca del tutto la necessità di questa canzone, piacevole anche, non dico di no, ma clamorosamente fuori contesto. Peraltro anche "S'i fosse foco" non mi sembra centratissima come scelta: il testo non è di De André e non è stato tradotto e la musica valeva poco prima (vogliamo dircelo? Anche il sommo De André ogni tanto scriveva vaccate! "S'i fosse foco" è una di queste).

Il resto è tutto di alto e altissimo livello, grazie anche alla regia del progetto artistico compiuta da Andrea Del Favero, con una tacca in meno per La Ciapa Rusa e tacche in più per Tesi/Vaillant, Sedon Salvadie, Baraban, Re Niliu e i Suonatori delle Quattro Province. Che, per curiosità, sono Alessandria, Genova, Pavia e Piacenza. Il che mi ricorda "fin da Pavia si pensa al mare / fin da Alessandria si sente il mare / dietro un curva improvvisamente / il mare" ("Questi posti davanti al mare" di Ivano Fossati). E mi ricorda anche che esattamente un anno prima lo stesso staff di Cose di Musica, con Adele Di Palma aveva dato il là a un altro magnifico album di cover: "I disertori". ossia Fossati riletto dai migliori esponenti del nuovo rock italiano. Due magnifici album di cover per artisti (allora) entrambi viventi e tutte e due i dischi vergognosamente fuori catalogo.

AAVV
"Canti randagi - Le canzoni di Fabrizio De André"

Ricordi - 1995
Fuori catalogo

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Ultimo aggiornamento: 09-08-2005

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