| Un
disco a strappi. Ogni tanto c'è, ogni tanto no
di Leon Ravasi
Confessiamo un po' di imbarazzo. Perché Cammariere ce l'ha
messa tutta, perché i suoi esegeti lo amano, perché
probabilmente è una brava persona e perché non fa
una musica che disturba. Anzi persino gradevole. Ma Cammariere non
riesce a fare un disco che mi convinca e coinvolga nemmeno questa
volta. E sì che i presupposti c'erano! C'era la convinzione,
c'era la voglia, c'è stato anche tempo e soldi necessari.
Ma Cammariere, solo al secondo disco, è già arrivato
a proporre il cliché di se stesso. Di modo che viene qui
persa anche parte di quella freschezza che bene o male impregnava
"Dalla pace del mare lontano".
Intendiamoci:
il disco non è brutto e ci sono almeno due brani che mi piacciono
molto ( "Niente" scritta con
Pasquale Panella e "Ferragosto" scritta
con Samuele Bersani) e due strumentali che non
mi spiacciono affatto ("Casa Lumiere"
e "Capocolonna"), ma nemmeno
"Dalla parte del giusto" è di difficile
digestione. E anche il resto, come sottofondo va via liscio senza
colpo ferire. Purtroppo non interessano le storie che Cammariere
racconta e non interessa neanche il modo che sceglie per farlo.
In particolare sono le scelte melodiche del cantato che continuano
a non rubarmi l'anima.
Per essere esatti posso dire che "Niente" è decisamente
un brano dotato di uno suo fascino particolare, anche se Panella
le cose migliori le ha fatte con Battisti ed ha chiuso in pratica
con "Fou de love" di Branduardi. Il contibuto al testo
non è la cosa migliore della canzone che si vale invece di
una buona interpretazione vocale e di una azzeccata melodia. "Amore
rosso come è il mare / ma il mare è blu" non
credo passerà alla storia dei versi epocali. La title track
"Sul sentiero" è dimenticabile
e risuona di diecimila canzoni già suonate, nonostante un
ammiccante ritmo tanghero. "L'assetto dell'airone"
scorre sull'aria di un easy listening radiofonico, ma la sensazione
è dell'esercizio ben riuscito.
Qualche spunto in più ha "Viali di cristallo",
sotto la spinta di un suono vagamente cinematografico, da colonna
sonora di giorno di pioggia, con un gran dispendio di violini d'altri
tempi e malinconie antiche. Mentre la successiva "Nessuna
è come te" ricade in un nuovo anonimato vagamente
latino-americano. "Dalla parte del giusto"
si ascolta, ma non scalda. Swingata ma senza il graffio. Di "Ferragosto"
se n'è già detto bene. Ed è un bene
meritato, anche se risente non poco di riminiscenza battistiane.
Qualche attenzione meritano anche il tango di "Spiagge
lontane" e la tristezza insistita di "La
canzone dell'impossibile".
Ma il totale
del disco, nel suo insieme, fa emergere una certa noia. Non dico
affatto che tutti debbano cantare allo stesso modo, ma si potrebbe
pretendere (chiedere?) che venga usata un po' più di fantasia
che quella necessaria per battere sempre sopra le stesse due note
e tentare una chiusura in calando a fine strofa o più larga
nel ritornello. Ma forse questo è quanto molti intendono
come canto jazz. Perché Cammariere è un jazzista.
Lo dicono tutti. Un momento, tutti chi? I suoi discografici. Perché
nell'ambiente del jazz se si cita Cammariere si vede sorridere nei
casi migliori.
Forse la miglior qualità del nostro è la presenza
scenica: come diceva un suo critico particolarmente cattivo "è
facile costruire il personaggio: tristezza, saudade, sciarpetta
e il gioco è fatto". Non sarà tutto qui, ma diciamo
che questo entra nell'immaginario collettivo abbastanza in fretta.
Così come la storia del timido, un po' sfortunato, ma tanto
tanto dotato che sul palco si trasforma. Si trasforma sì
Cammariere, ma l'impressione è che l'Hyde sia l'altro, quello
che sta giù dal palco e che il Dottor Jekyll è il
musicista sfrontato e gigione che anche un po' di sguardi dietro
il palco hanno restituito.
Sui testi poi potremmo aprire (e infatti la chiudiamo subito) la
ben nota diatriba. Ma non se li scrive lui. Lui ne è "soggetto
passivo", nelle mani di Roberto Kunstler che
è uno che non riesce a sciversi testi decenti per sé
e figuriamoci la fatica che fa per gli altri. Quello che non tollero
è che si prenda una canzonetta fatta a tarantella ("Nuova
Italia") e la si dipinga come un omaggio a De André!
Ma dico? Abbiamo idea di cosa stiamo parlando? A questo punto è
più dignitoso il Celentano di "Lunfardìa",
falso inedito di De André, ma che almeno gli è stato
affidato da Dori Ghezzi e che Fabrizio ha probabilmente ascoltato,
prima di cestinarlo. O forse tirare fuori il nome di De André
fa comunque vendere?
Sergio
Cammariere
"Sul sentiero"
Emi - 2004
Nei negozi di dischi
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aggiornamento: 12-11-2004 |