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Le BiELLE RECENSIONI
Maurizio Camardi: "La frontiera scomparsa"

Il fiato della musica senza frontiere
di Leon Ravasi

E viene il giorno in cui ti imbatti nel disco giusto. Lo capisci dalla prima nota. Ma in realtà l'hai già capito prima. L'hai capito perché è un disco del manifesto, l'hai capito perché ti piace la copertina e il libretto a corredo. L'hai capito perché, assieme al disco trovi un foglietto della Banca Etica che ti invita a dare credito allo sviluppo in Serbia. E l'hai capito quando hai letto la lista dei collaboratori: Ricky Gianco, Lella Costa, Massimo Carlotto. E quest'ultimo è un po' la chiave di volta che spiega, o che introduce a Maurizio Camardi.

Carlotto e Camardi sono amici da 25 anni e in molti libri di Carlotto è citato Camardi, tanto da incuriosire me, fanatico lettore di Carlotto, e farmi cercare in giro i dischi di costui. Impresa ardua, diciamolo subito. Ma, a inizio autunno, sorpresa! Non solo si trova un Camardi, se ne trovano due e (è il caso di dirlo) al prezzo di uno. Per 13 mila lire "Nostra patria è il mondo intero", sempre manifesto, e per 15 mila "La frontiera scomparsa". È evidente che partivo prevenuto verso Camardi e prevenuto in senso positivo. Ma, dopo lunghi e ripetuti ascolti, la prevenzione si è dissolta: il disco mi piace.

Il disco c'è e sta in piedi benissimo da solo, senza bisogno di altri appoggi, più o meno famosi. Maurizio Camardi è un sassofonista e compositore veneto (padovano, credo) che ha molto viaggiato, soprattutto in Africa e Jugoslavia, portandosi dietro poi influenze di quelle terre. E infatti in questo dico compaiono "Radio Sahara" e "African Raga" (spettacolare), ma Radio Sahara c'era anche sul disco precedente, da cui mi piace riprendere questa frase : "Facce uguali alla mia bevevano birra, capivano il mio jazz e annuivano seri, cercando di dare un contegno all'orrore di essersi divisi una terra a morsi. O forse gli racconterò di isole abitate da fuggiaschi, di Parigi attraversata da esuli, di Milano e di Amsterdam popolate da squatter. Storie cubane o di musicisti stanchi".

Insomma un disco di cui è difficile stancarsi, sospeso tra un canto tradizionale sardo da brividi (reso da una maestosa Angela Milanese, al canto in tutti i brani cantati) e uno veneziano (da ululati di dolcezza), tra una poesia di Ghiannis Ritsos e un testo pregnante di Massimo Carlotto, letto da Lella Costa. Atmosfere blues, ma più che altro blu. Ritmi jazz fumosi, da investigatori che girano nella notte, da sfigati sull'ultimo tram, da cuori solitari in cerca dell'amore, da ultimo bar, da ultima luce nella nebbia, da ultime macchine che passano lontane, da ultime chiacchiere fino al primo caffè della mattina. Musica per passare una notte insieme. Ma a parlare. A lasciarsi andare su un ritmo leggermente ubriaco, mollemente lascivo, fortemente dubitativo. Un ritmo da interrogativi sul mondo e un'altra birra. Da sguardo smagato all'ambiente e via con un altro Calvados. Mi piace Camardi, mi piacerebbe sedermi con lui e sentirlo parlare e dopo vederlo alzarsi per andare a suonare e senza tema mostrare la schiena alla sala, non temendo l'ultima pallottola della notte. Sta per passare una grande notte e una grande occasione: non perdetevelo! (Pssst… ricordatevi però che sono parziale).


Maurizio Camardi
"La frontiera scomparsa"

Manifesto Cd - 2001
Nei negozi di dischi

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Ultimo aggiornamento: 24-10-2001

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