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Le
BiELLE RECENSIONI |
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Murru: "Bonora" |
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"Bonora"! E' arrivato un grande disco Murru in realtà è una vecchia conoscenza della musica italiana. Già nel 1984 partecipa (e si fa notare) al festival di Sanremo in una bizzarra formazione, i Mondorhama, un trio elettro-etno-pop di avanguardia, il cui Lp è ora meta ambita per i collezionisti di vinile. Ovviamente a Sanremo finisce male. Murru, artista multiforme, non si ferma lì: si occupa di teatro e inizia parallelamente una carriera solista. Travagliata. Perché un primo lavoro esce nel 1992 e il secondo solo 10 anni dopo. In mezzo una lunga assenza per malattia, conclusasi col trapianto del fegato. Poi il ritorno con “Arbatax” nel 2002, già accolto da buone recensioni. Fortunatamente i tempi per “Bonora” si sono ridotti a soli due anni. Ma il disco è straordinariamente maturo, ben progettato e ben suonato. Un disco delle radici che ha un approccio completamente italiano alla musica, ma un mood di fondo “americano”, quasi blues e da una vena jazz che non deflette mai. Da locale fumoso, da “cave” esistenzialista, da sottofondo ideale per il bellissimo libro di Christian Gailly: “Una notte al Club”. Murru sussurra con passione le sue storie minime, ce le suggerisce, ce le deposita direttamente in fondo all’anima. Un disco interiore, pesato e pensato, ma mai pesante. Nonostante la gravità della voce, il modo gentile del porgere fa sì che ascolto si accumuli su ascolto e le parole del canto diventino subito parte del patrimonio da mandare a memoria. Ma non pensiate nemmeno per un istante che possa essere una proposta esangue o decadente. La voce “maschia”, forte e scura di Murru ricorda un cognac. Ha lo stesso colore e i colori ondeggianti d’ambra nel bicchiere che viene scaldato in mano, così come la voce “dondola” in una scala di pochi armonici ma dipinti con pennellate energiche. Il parallelo con Conte può anche andare oltre, varcare l’oceano e arrivare ad abbracciare Tom Waits, ma non ci siamo ancora. La voce è profonda, ma non rovinata. I temi intensi, ma mai disperati. E nella scaletta del disco traspare anche una piccola vena di follia, per cui la traccia 12 non esiste, sostituita da 18" di silenzio, viene saltata così come si salta la camera 13 in alcuni alberghi. La traccia 13 poi si chiama 19 e la 14 dura 58”, contro il 1’07” del brano di ingresso che è un solo strumentale di piano. Dal numero 2 all’11 però si allineano 9 piccole gemme d’autore (e un remix. Mah! Sono da sempre scettico sulla funzione del remix). “Bonora”, dedicata alla madre, è cantata in sardo e il testo non è riportato sul libretto, dove gli altri testi appaiono nella grafia pulita e incisiva dello stesso Murru. E’ uno dei punti più alti del disco, appaiata a “Blu”, la stessa canzone che, con un titolo diverso “Panamerican”, Enrico Giaretta, coautore del brano, metterà come title track del suo prossimo disco d’esordio. “Blu” (o Panamerican, come si preferisce) è una canzone ariosa e briosa, in grado di muoversi tra la terra e i cieli in cui sfrecciano le compagnie di bandiera citate nell’inciso “Blu, come certi cieli libici/ blu come voli transoceanici / blu Air Zimbabwe o Air Austral / Air Angola o Air Pan Am”. Ma la chiave di volta è nella frase iniziale, la prima pronunciata nel disco: “Scelgo l’allegria/ comunque vada”.
Ci sarebbe da riportare tutto il testo dove “un uomo prende fuoco a una pompa di benzina / ma nessuno che si fermi e aiuti a spegnere quell’uomo / ma nessuno che si fermi e aiuti a spegnere quel fuoco”. Oppure l’incipit di “Ogni tanto mi perdo”: “Ogni tanto mi perdo e mi ritrovo che è tardi”. Ma i miei favori vanno anche al tempo brillante di “Per questo scelgo te”, oasi di leggerezza quasi estiva. Musica da happy hour ma per persone che hanno un cuore e un cervello da collegare (eventualmente) ad esso: “Sarà perché son solo e voglio un po’ d’amore / per questo scelgo te”. La critica cita anche Cohen, Ciampi, Brel, come modelli di riferimento. Tutto vero, ma forse è meglio ricordarsi che è Marcello Murru e questo può bastare. Ottima la line up di musicisti che collaborano a Bonora: Nico di Battista alla chitarra e Fabrizio Gatti (coautore in 10 brani) alle tastiere. Altre colonne portanti sono il pianista Alessandro Gwis (Aires Tango), Marco Rivera al basso (ex Agricantus), Marco Sabiu (coautore di “Bonora”) e Gabriele Coen (dei Klezroym) al clarinetto. Rimettiamo ancora una volta i ‘58” finali di “Bocca di birra” e lasciamo sfumare le ultime note nel silenzio, perché questo è un disco che del silenzio non ha paura e non ha ingorghi di parole, forse perché, come sostiene Marcello: "... i dischi non contano, un artista vive solo il tempo di un concerto. Credo alle emozioni, alla velocità di un attimo, al silenzio... ". "nell'Italia
degli equivoci / che storpia il nome degli indifesi / in un tempo di virgole
/ assolve i colpevoli e divora i più deboli".
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aggiornamento: 04-06-2004 |
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