| La
via italiano-genovese al blues
di Silvano Rubino
L’esperimento
dura poco più di 20 minuti ed è contenuto in un mini-cd
uscito per la Sciopero Records (l’etichetta degli Yo-Yo mundi),
dal titolo “Io non sono io”. Paolo Bonfanti, uno dei
migliori e più noti bluesman italiani, dopo 20 di carriera
e molti dischi, si cimenta per la prima volta con la sua lingua,
anzi con le sue lingue: italiano e genovese. Il senso lo spiega
lui stesso nelle note introduttive, contenute, come i testi (e le
traduzioni) in un libretto virtuale, tracce cd rom nel disco stesso:
“..semplicemente, dopo aver scritto un po' di materiale per
e con i miei amici della RosaTatuata…come dire…la cosa
mi ha preso la mano ed ho voluto provare a scrivere qualcosa che
potessi utilizzare per me stesso… nello svolgersi del lavoro
di composizione sono stato stimolato, devo ammetterlo, anche da
un articolo sulla scena Blues italiana apparso tempo fa su Musica/Repubblica
dove si parlava della necessità di una via italiana al Blues”.
Bonfanti cita un illustre e riuscito precedente, quel “Quello
che non ho” di DeAndrè e Bubola, rimasta un po’
un unicum nel panorama italiano.
Da lì parte, Paolo, senza
strafare, con un esordio in punta di piedi: solo cinque canzoni,
come a voler dire: “vediamo come va”. E a nostro parere
va bene. Il disco funziona, anzi lascia un po’ la sensazione
di un cammino lasciato a metà (questo è un invito
ad approdare a un cd vero e proprio…). Anche se l’italiano
fa un po’ fatica a inserirsi nella ritmica blues (meglio ci
riesce il genovese, con le sue tante tronche) e ogni tanto le parole
sembrano zoppicare un po’, anche se i testi non sono nulla
di particolarmente originale, l’insieme funziona. Soprattutto
in “De longo in gìo”, la più r&b fra
le canzoni del disco, con il dialetto genovese che ci si infila
come in un guanto. “Io non sono io”, brano d’esordio,
serve a sgombrare gli equivoci sin dall’inizio: Paolo non
si è improvvisamente convertito, rimane fedele al sound d’Oltreoceano,
il rock-blues dei suoi maestri e dei molti grandi con cui ha suonato.
Questo è un brano tutto rock, con tanto di schitarrate elettriche,
con un’atmosfera di alienazione metropolitana molto made in
Usa. Più country-folk, invece, l’atmosfera di “Jimmy
e Maria”, ballata on the road con una storia di un disincantato
rapinatore e di una cameriera poco leale. Bella l’idea di
inserire, in questa storia che non può che essere ambientata
nel profondo del profondo degli States, un refrain da canzone popolare
dialettale genovese: “olidìn olidìn olidèna,
quand’a l’è vegia no staene a piggià”
(liberissima traduzione: gallina vecchia NON fa buon brodo). “Gesti
e parole” è un classicissimo blues lento con un testo
minimale in cui si dispiega tutta la maestria tecnica di Paolo e
della sua band (Rosalba Grillo al basso, Alessandro Pelle alla batteria).
Dopo “De longo in gìo”,
di cui abbiamo già detto bene, il disco si chiude con un’operazione
nostalgia. Paolo ha ripescato una piccola canzone di quel pioniere
che fu Natalino Otto, scritta in genovese (Otto era genovese d’adozione,
sebbene originario di Rovigo), “Baixinn-a”, in cui il
dialetto assomiglia maledettamente al brasiliano di una bossa nova
malinconica. Un omaggio che Paolo fa al grande Otto, ma anche a
suo zio Leonello “Nino” Argeri, che, come spiega Bonfanti
nelle note del cd, era amico e collega del maestro ed è stato
“uno dei primi batteristi jazz in Italia”. Come a dire
che qualcosa, nel dna, deve essere pur passato…
Con questo mini-disco (una specie
di bozza, che lascia sperare nel quadro completo), quindi, scopriamo
che il blues si adatta un gran bene al dialetto genovese. Con Lino
Straulino avevamo appurato che stava a pennello anche col friulano.
Può essere che la via italiana al blues passi attraverso
l’universo ricco e pieno di fascino dei nostri dialetti?
Paolo
Bonfanti
“Io non sono io”
Sciopero Records/Mezcal(distr.Sony) 2004
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aggiornamento: 12-09-2004 |