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Le BiELLE RECENSIONI
I Luf: "Bala e fà balà"

Parlando (bene) di un disco non ancora uscito
di Giorgio Maimone

Non guardate la copertina qui di fianco: non sarà quella ufficiale. Inutile fare le code come branchi di lupacchiotti nei megastore e nei negozietti di dischi. Non cercate il cd. non è infatti ancora uscito. Tutto sommato, quindi, potreste anche risparmiarvi di leggere questa recensione che è fatta (va precisato) sulla base di un primo "rough mix" del nuovo lavoro dei Luf, ma visto che Dario Canossi ha pensato di potersi fidare a darmela prima del tempo "tradisco" subito la sua fiducia, parlandone prima del tempo. Perché è un disco molto bello. Ed anche un disco che, stranamente, mantiene le parole date. In un intervista del settembre 2003, Dario aveva anticipato a Bielle come sarebbe stato il disco: "ci sposteremo un po' di più verso il dialettale e ci sarà un pezzo dedicato a Carletto Giuliani, "Mei ros che negher". Tutto vero. Sono i soliti Lupi, se possibile ancora più solari, e sempre col cuore a sinistra.

Se c'è una cosa di cui bisogna essere particolarmente grati ai Luf (ce n'è più di una, ma questa mi preme) è che hanno ancora il coraggio di scrivere dei pezzi che scelgono benissimo da soli "da che parte stare", in un'epoca in cui se lo permettono molto in pochi. Forse non saranno dei poeti da antologia, ma i loro testi danno la sensazione di respirare bene, aria di collina, aria di lago, aria comunque meno mefitica di quella che si respira di solito. "Bala e fà balà", il nuovo cd, non si discosta molto dal precedente: quindi chi ha amato fin qui i Lupi potrà continuare a farlo senza remore. In compenso è salita la qualità media dei brani: mentre sul primo disco, arrivati al momento di due-tre brani si poteva anche correre il rischio dello "skip" o del "fast forward", qui non capita.

Capita invece che nel rough mix a mia disposizione manchi un brano senz'altro interessante: una sorta di collaborazione tra Luf e Gang, con una prima versione (che aprirà l'album) cantata da Marino Severini e una seconda (in chiusura) cantata da Canossi. Almeno questo dicono le indiscrezioni. Anche alla scaletta del disco non dobbiamo dare troppo credito, quindi la soluzione migliore è parlare delle singole canzoni. Diciamo che il cocktail di fondo ha sempre lo stesso sapore: folk oriented, con matrice combat e qualche timida escursione verso il country rock. Voci in gran spolvero e cori praticamente sempre, ma questo è un marchio di fabbrica Luf, quasi come i Byrds (e sprechiamoci coi paragoni! Non costano niente ...). In particolare evidenza, con effetto molto piacevole e invito al ballo ancora più marcato, le percussioni.

La mia copia di cd si apre con "Amami bionda" che è una chicca. Potrebbe rientrare nel filone "Campari Mixx" non venisse dai Luf: un ironico ritratto di una giiovane e piacente biondina che "porti a spasso i tuoi anni / come fossero dei cani / che ti han morso via la vita / e ti han lasciato solo i danni". Il ritornello è il pezzo forte: "Amami bionda
fammi entrare ma prima / fammi giocar di sponda".
Un gioco, se vogliamo, ma davvero divertente. La seconda è la title track, primo brano in dialetto, e il dialetto di Canossi (quello della Val Camonica, è ostico assai. Il brano invece è delicato, ma per la traduzione ... chiedete direttamente a Canossi ai concerti.

Immagino che "Breva e Taiwan" vi suggerirà qualcosa. Bene, vi suggerisce giusto. L'accostamento è voluto, ma non si parla di Davide Van De Sfroos: l'aria è leggera, ma il tema è pesante: sfruttamento minorile, immigrazione o la famosa "esternalizzazione" delle fabbriche. Tipico stile Luf. Ci vuole coraggio a collegare temi spessi e musiche lievi. Bravi! "Consuelo" inizia come un tango e conserva le movenza di una sinuosa "cumparsita" sudamericana. Come i MCR anche i colleghi lombardi non sanno rinunciare ai vecchi amori. La canzone funziona, maledettamente, con un gran violino a trascinare le danze e parole di fuoco e guerra a scaldare i cuori:"mi brucerò le ali / così domani non volerò / mi brucerò le mani / così domani non sparerò" .

Ancora uno scatto del lettore e siamo a uno dei pezzi forti del disco: "Cuore a sinistra (e portafoglio a destra)", che già nel titolo dichiara tutte le sue intenzioni. Il testo è tutto da ascoltare: "La musica è dei poveri se pagano in contanti / D’altronde anche i cantanti dovranno pur mangiare / Mandare i figli a scuola portare le donne al mare / Il sabato la spesa e il mutuo da pagare / Cuore a sinistra e portafoglio a destra / Hanno cambiato in fretta le bandiere alla finestra/ ... / Compagni, siamo tutti uguali / ma in questa fattoria ci son troppi maiali". Canossi e soci ce l'hanno un po' con tutti: gioco di società, cercate di indovinare di chi si parla nei vari passaggi.

"Sic sac de soc sec" ossia cinque sacchi di ciocchi secchi è puro nonsense camuno. Ma il pezzo, che all'inizio colpisce più per la stranezza che per il resto, cresce pian piano dentro, anche per l'eccellente lavoro delle percussioni che giocano alla pari con gli schiocchi dispari delle parole (che sono scritte con la "s", ma vanno immaginate dette tutte con "l'h aspirata" bergamasca). Parole come colpi di bacchetta sul rullante e un gioco tribale che alla fine vince.

"Le ombre degli amici" è uno dei pochi casi in cui i Lupi virano al blu, nel senso del colore della malinconia e non del blues ed è uno dei brani che preferisco: "Le ombre degli amici sono pioggia che non bagna / Parole scritte a mano sulla tua lavagna / Le ombre degli amici non si posson cancellare / Non temono il silenzio e camminano sul mare". Parole pacate che parlano di un tema universale, sotto il fiato della cornamusa o del baghet che dir si vogli di Ranieri "Ragno" Fumagalli. Malinconia di qualità e fiato della speranza.

Non si abbassa di un filo il tiro del disco con la canzone successiva: "Mei ros che negher" (dedicata a Carletto Giuliani). L'ennesima canzone su Genova, direte? Innanzitutto è solo la quarta che io sappia ("Piazza Alimonda" di Guccini, "L'ultima galleria" di Alessio Lega, "I segni sulla pelle" della Casa del Vento e ora questa).E poi, devo dirlo, a me questa canzone così poco retorica e così tranquillamente non marziale ("Ho visto zone fin troppo rosse / E ho visto rossi non sempre in zona") convince più di altre roboanti celebrazioni. Certo che c'è un po' di ingenuità, ma nelle canzoni di lotta ben venga anche quel po' di partecipazione naif che, in fondo, dovrebbe essere parte del popolo!

E adesso tenetevi perché si balla! "Pater Noster poc incioster" (Padre nostro, poco inchiostro) è un reel, è una giga,. è una danza scatenata. Impossibile star fermi: è una canzone che balla da sola! Bala e falà balà, per l'appunto. Piccola storia d'amore, ma coinvolgente fino al punto di ricordare "La curiera" di Davide Van De Sfroos. Destinata a un grande esito dal vivo.

"Saltatempo" mi prende un po' meno, ma è sempre di livello e prepara soprattutto a un altro dei pezzi forti del disco: "So nashit n val Camonega", che in realtà, come ci ha rivelato Canossi, è una cover: "Abbiamo fatto la nostra prima cover: “Sweet Home Alabama” dei Lynard Skynyrd. Mi divertiva troppo sostituire l’Alabama con la Val Camonica e così è diventata “Sho nashit ‘n Val Camonega “, ovvero “sono nato in Val Camonica”. Piacevolissima. Si chiudono le danze con "Sotto il ponte del diavolo", la classica canzone di ambiente partigiano e di rivendicazione politica. Manca il pezzo dei Gang, mancano gli arrangiamenti finali, ma non manca la voglia di dire che abbiamo un nuovo disco dei Luf (oggi o domani o quando verrà), solare, divertente, intenso e partecipato. Che si vuole di più? Ululiamo fratelli, i Lupi son tra noi!

I Luf
"Bala e fà balà"

Perspartitopreso- 2005

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Ultimo aggiornamento: 26-01-2005

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