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Le BiELLE RECENSIONI
Marco Ongaro: "Archivio postumia"

Ai vivi l'ardua sentenza
di Alessio Lega

“…singolare sorte per questi due album (Archivio postumia ed Eptalogia), che interamente arrangiati e registrati, non sono a tutt’oggi stati pubblicati. Per qualcuno è filtrato il contenuto, dal momento che Ongaro ne ha proposto, dal vivo, le scalette complete in più d’un occasione; alcuni estimatori dell’artista poi li posseggono in copie fortunosamente scippate all’autore sotto minaccia di torture e vessazioni. Rimangono però due opere sospese nel limbo, incredibilmente, visto che oltre ad essere due dischi di valore artistico assoluto, sono una chiave di volta fondamentale per capire l’evoluzione di questo cantautore; mi scuserete quindi se ne parlo, pur consapevole del fatto di parlare di opere che molto difficilmente potranno in qualche modo arrivare a chi mi legge, a meno che la Rosso di sera, che le ha prodotte e ne detiene i diritti, non decida di renderle pubbliche…”.

Così scrivevo 3 anni fa in un libro cominciato e mai finito, e di cui l’opera di Marco Ongaro era uno degli oggetti di studio più lungamente approfonditi. Passatemi questo vezzo iniziale… ma mi sembrava così terribilmente ongariano iniziare con la citazione di un proprio inedito, che non ho saputo resistere oggi che finalmente, a quindici anni di distanza dalla loro registrazione, le due opere vedono la luce.

Un problema: io conosco questi dischi perfettamente, li ho ascoltati dal vivo, li posseggo, come dicevo, in copia. Sono convinto che siano complessivamente un capolavoro, e non è l’impressione dettata dalla scoperta subitanea, dal sorgere dell’entusiasmo per una novità inaspettata. È piuttosto una convinzione meditata e perfettamente formata in me, solo che questo atteggiamento poco si addice al concetto di recensione… però non sono in grado di recensire questo disco più di quanto sarei in grado di recensire Le nuvole, The Wall o Dias y flores.
Ecco che dunque, più che recensire, mi proverò a manifestarvi le mie riflessioni su queste due opere raccolte in un solo CD.

Iniziamo dal titolo. Un’archivio dunque, un repertorio: repertorio di personaggi e situazioni. Ma perché postumia? O meglio perché l’autore sin dalle prime interviste ha adoperato per se la definizione di “cantautore postumo”?

Tutti i personaggi di Ongaro sono non vivi, a partire dall’autore, che parla appunto postumo, come la luce di una stella che ci giunge quando essa è spenta da chissà quanto, ma non per questo brilla meno. Non confondiamo però il postumo col morto, Ongaro parla da classico, dunque immortale, perciò fuori dalla storia. La sua è una riflessione sul sacrificio che la vita fa alla parola per divenire qualcos’altro. Un qualcos’altro che è Storia, storie o forse solo avanspettacolo, ma che non è più vita. L’arte, o in fin dei conti la comunicazione, inizia dopo la vita, appunto, postuma. Questa è l’amarissima riflessione che nutre l’opera ongariana. Finchè si vive è impossibile comunicare.

A noi, posterità vivente, l’autore invia bagliori da chissà quale altrove, da chissà quale pianeta, segnali di fine corsa, mappe, giornali di bordo. La sua poetica per questo deve rinunciare a possedere il senso, tutt’al più può affiancarlo, ci si può confondere senza intrappolarlo; per questo la sua parola è chiara ma imprecisa, la sua musica è evocativa, ma laddove sembra vertere a un crescendo viene a mancare.

Il procedimento compositivo di Marco Ongaro rifugge l'originalità bizzarra, il passaggio che lascia increduli. La sua cifra è nella perfetta comprensione dei meccanismi mitici della canzone, quelli fuori dal tempo, per riportare ogni parola a una casa/trappola, una casa dolce casa incantata e pericolosa, una casa di bambola risaputa e inquietante.
Questi dischi di Ongaro sono una sorta di casa di Hansel e Gretel, dove si sgranocchierà la dolcezza retrò al gusto di rosolio dei confetti, dei muri di marzapane, ma chissà, vi si potrà anche attendere la trappola di una profondità stregata.

Tutte le canzoni di questo CD appaiano frammentarie, come pezzi di un puzzle fra i relitti di un naufragio, che galleggiano suggerendo l’idea di un antica visione d’insieme irrimediabilmente perduta. Tutti i punti di vista proposti non trovano l’unità di fini, pur in qualche modo suggerita, Marco Ongaro sembra anzi compiacersi del binomio chiarezza/mistero che propone continuamente in questa tappa d’arrivo del suo stile ironico e swingante, in seguito abbandonato per il Rock di Dio è altrove e di Esplosioni nucleari a Los Alamos.
Tappa d’arrivo, dicevamo, ma anche mappatura di una crisi: non una crisi creativa ovviamente, le canzoni sono molto belle, ma il loro risolversi nel giro di pochissimi versi, il loro fare quasi sempre riferimento a topos letterari consolidati (a volte precisi: Lolita, Landru; a volte generici: La signora Russa), pone falsi paletti in una sabbia mobile di informazioni, fa intravedere un’uscita che non esiste, promette una comprensibilità che non arriverà.
Emblematica la politicamente scorretta e avarissima di parole Lolita:

Forse c’è un bambino in me / ed è lui che ama te.
Ma se c’è un bambino in me / certo è lui che ama te (sempre se c’è!).
Lolita / finisci la tua pasta al burro
Lolita / quel telefono è un po’ troppo azzurro, mettilo giù
Se mi prometti, mi prometti che non lo farai più
Io ti prometto, ti prometto che non lo farò più.

nell’affrontare uno dei temi più scottanti e repressi della sessualità ecco che Ongaro non cerca la deflagrante sfida e passione della stupenda canzone di Léo Ferré Petite (Allora tu non mi andrai / perchè sotto la gonna non avrai più / il codice penale), sussurra piuttosto all’orecchio turbato dell’ascoltatore una tenerezza incoffessabile e affida ogni commento alla melodia che, retta dal sax e scossa dal contrabasso, si avvolge come un serpente sulle parole, e rabbrividisce strascicando la voce su quell’ineffabile e torbidissima pasta al burro (si suppone proveniente dallo stesso panetto usato da Brando in Ultimo tango a Parigi).

Arrangiato in maniera talvolta trionfalisticamente fastidiosa Eptalogia, pur meno unitario di Archivio, contiene brani stupendi, a partire dal primo Demian, di derivazione Herman Hessiana, questo personaggio rappresenta lo struggimento senza fine della memoria dell’antica amicizia, di un alleanza perduta.
Il sosia è un altro dei brani chiave del disco per il gioco di sovrapposizioni multiple, per la schizofrenia evidente del tema, per la bella invenzione che ricorda il famosissimo doppio perverso inventato da Gainsbourg nei suoi ultimi anni (Gainsbarre).

Sospesi così perfettamente, come fra le pagine mancanti di una rivista, questi pezzi rappresentano l’esito ultimo del gioco di rimandi e travestimenti iniziato dall’autore col suo primo disco AI: Ongaro è partito facendo canzoni che sembravano le Songs di un musical di cui non conoscevamo trama e dialoghi, ma a cui eravamo richiamati dai luoghi comuni, dagli spazi stabiliti per tacito accordi fra ascoltatore e narratore.
In questi due dischi però quel Musical è diventato la vita stessa, le paillettes si sono sbiadite e i confini fra vita e cultura, fra futuro e passato son diventati inestricabili.
Nella straordinaria L’hai voluto tu la crisi della coppia è tutta sancita da giochi con le (e non di) parole che si affiancano e si contraddicono, che restano le stesse per dire l’opposto:

Tu mi parlavi / io non capivo
probabilmente ti tradivo / poi te l’ho detto
che ti ho tradito / mi hai perdonato
mi son pentito

specularmente, nella seconda strofa rimane quasi tutto uguale, cambiando completamente il significato:

poi me l’hai detto / che mi hai tradito
ti ho perdonato / mi son pentito.

Cioè: mi son pentito d’averti perdonato, quando la prima volta il tuo perdono m’aveva fatto pentire d’averti tradito!
La conclusione della canzone scivola su una doppia citazione, anch’essa speculare, di due autori speculari e leggendari (che fra l’altro, racconta la leggenda, un giorno litigarono per una stessa donna):

mi lascerai / non che non ti lascerò
io si, io si / tu no, tu no.

la prima (Io si) è una canzone di Tenco, la seconda (Tu no) è una canzone di Piero Ciampi.

A giocare troppo col fuoco delle parole si rischia però di rimanere bruciati...raschiato il fondo del barile della comunicazione può cominciare l’afasia. Forse per questo l’autore trattò con le pinze questo materiale, lasciandolo alla fuggevole attenzione di qualche concerto, ma non premendo troppo per farlo pubblicare, annunciandolo postumo sin dal titolo.
Ongaro aveva intuito di aver toccato il fondo e che la risalita non sarebbe stata cosa facile: il suo linguaggio ha poi dovuto necessariamente riverginarsi attraverso la purezza popolare di Lasciatemi vivere. Ma per questo sarebbe dovuta passare una nottata di quasi dieci anni (giusto interrotta da quella sorta di autoantologia che fu Certi sogni non si avverano).

Oggi una delle più belle opere della canzone italiana, una delle più profonde riflessioni sul suo linguaggio, è finalmente disponibile. Come dissero Cafiero e Malatesta ai contadini del Matese: “I forconi li avete, i coltelli ve li abbiamo dati, se volete fate, se no vi fottete”.


Marco Ongaro
"Archivio postumia"

Rossodisera - 2005
Nei negozi di dischi

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Ultimo aggiornamento: 28-06-2005

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