| Tra
Santo & Johnny e la grande opera d'autore
di Giorgio Maimone
Capita
a volte di entusiasmarsi. E capita a volte (sempre più spesso)
di fronte a perfetti sconosciuti. Eccolo qui il caso: Angelo Ruggiero
con "L'amore che non si può dire", un disco che
è stato spedito a Bielle dallo stesso autore. E' una delizia.
Ogni tanto, è vero, la chitarra vira verso sonorità
alla Santo & Johnny, ma lo si può forse etichettare come
puro vezzo vintage! Un disco comunque impregnato di una sensibilità
esacerbata, servita da una voce in bilico tra Mimmo Locasciulli
e lontani accenni waitsiani.
Accenti che forse si possono ritrovare anche in alcune scelte di
arrangiamento sghembe, molto sixty, molto datate e per questo fascinose.
Di quel fascino che hanno a volte le cose perdute: le famose madeleine
proustiane ... o le chitarrine di Santo & Johnny.
Angelo Ruggiero non è un personaggio del tutto nuovo. Nel
1991 ha vinto un Premio Recanati con la canzone "Pinocchio"
e nel 1993 ha inciso il suo primo (e finora unico) disco "La
regina dei gatti", prodotto dallo stesso Premio Recanati.
Seguono molti anni di silenzio (dodici), dai quali riemerge con
undici canzoni. quelle che compongono "L'amore che
non si può dire". Se l'amore non si può
dire (e il perché chiedetelo a Oscar Wilde), si può
dire che il disco è compatto e granitico nella sua mitezza.
Si entra subito nel vivo con la title track che porta alle estreme
conseguenze quel difficile equilibrio tra estetica un po' kitsch
e grande penna autorale che è un po' il segno di tutto il
lavoro, ma il brano non è il punto più alto dell'album.
E' evidente che ognuno può farsi le sue personali scalette
di preferenze, ma "Lunainciel", "Un giorno
è passato", "L'anello di A", la coheniana
"Con quale vestito" la assolutamente
waitsiana "Da dietro il bicchiere" mi
sembra abbiano qualcosa in più e sono in vetta alle mie preferenze.
Tonfi comunque non ce ne sono mai. Tutto il disco sta sopra lo standard.
E questo, da un lato acuisce l'amarezza per un silenzio durato così
a lungo e dall'altro non può fare concludere in altro modo
che non poteva che andare così.
Le canzoni di Angelo Ruggiero sono addirittura "eversive"
se paragonate all'epoca di plastica e televisioni in cui sono state
scritte. Canzoni che hanno un anima, gentile, ma contemporaneamente
di filo di ferro. Canzoni che compiono comunque un netto scarto
dal già sentito o dal radiofonico. Sono brani destinati ad
un ascolto minoritario, ma forse per questo tanto più intenso
e sentito. Sul suo sito si viene a scoprire che Angelo è
professore di filosofia, vive e lavora a Bari, ama la luna e i treni
(su cui prima o poi ha intenzione di scrivere una sorta di concept
album) e condivide queste passioni ed altre con il capostazione
e collega Gianmaria Testa.
Ma se vogliamo spendere altri nomi e riferimenti, più che
a Testa (le atmosfere di Ruggiero sono più pacate meno jazz),
possiamo ripensare a Luigi Maieron, per certi accenti
lirici e a Claudio Lolli per la scelta di una prosodia
monodica e per il tono pacato con cui carezza le parole pronunciate.
Parole che non sembrano mai gettate a caso sulla carta che affianca
il pentagramma, ma a lungo pensate, riflettute, vissute e digerite.
Parole quindi che, nel momento in cui vengono dette, appaiono necessarie.
E per sprecarci con un paragone finale, questa specie di recitarcantando
che costituisce il cuore melodico delle canzoni di Ruggiero potrebbe
richiamare alle mente il Lou Reed di "New
York"
Lo so, mi rendo conto di aver dipinto un mostro! Un cantautore sconosciuto
e silente da più di dieci anni che ha tocchi di Tom Waits,
Leonard Cohen, Lou Reed, Claudio Lolli, Mimmo Locasciulli e quant'altri
ancora. Ma per favore! Eppure, in fondo, è proprio così.
Non siamo di fronte a un capolavoro assoluto. Ce ne manca: il tono
complessivo del disco è troppo uniforme e il twang twang
delle chitarre anni '60, finito l'effetto citazione, può
anche stancare. Ciò non toglie che questo sia un ottimo disco,
come se ne ascoltano pochi tra quelli prodotti in Italia. Vale la
pena di citare anche i co-protagonisti di Ruggiero, a partire da
Davide Viterbo, chitarre, violoncello, keys, campioni,
noise programming e arrangiatore di quasi tutti i brani. Roberta
Carrieri presta la voce in tre brani (e con ottimi risultati),
Diego Morga suona il piano e arrangia la conclusiva
"Da dietro il bicchiere", Pippo Ark D'Ambrosio si occupa
delle percussioni, Angelo Pantaleo la fisarmonica
in "Luninciel" e Alfredo Sette la tromba
in "Da dietro il bicchiere". Appuntamento nel 2017 per
la terza puntata?
Angelo
Ruggiero
"L'amore che non si può dire"
Sottosuono - 2005
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aggiornamento: 05-07-2005 |