| Viaggio
sulle corde del tempo nel mondo circoscritto delle prigioni
di Giorgio Maimone
E'
un bellissimo disco. Stupisce di meno del primo? Per forza: è
il secondo! E il secondo disco è sempre difficile. Ma Les
Anarchistes vincono, anzi, stravincono la prova. Per quanto replichino
la ricetta che ha garantito un'ottima accoglienza a "Figli
d'origine oscura", quel mix di jazz, house-music e canto popolare
che tanto ci aveva intrigato qualche anno fa, non possiamo proprio
dire che formula sia consunta, né che stia mostrando la corda.
Anzi, funziona a meraviglia: ascoltare il trattamento a cui è
sottoposto "L'inno a Oberdan" per credere! Se anche possiamo
dare per superato l'effetto sorpresa, il nuovo disco de Les Anarchistes
si presenta con una maturità di proposta che fa giustizia
di alcune incertezze del primo memorabile disco.
Peraltro, se qualcuno si fosse persa la prima puntata, nessun problema,
non c'è crasi, non c'è scissione tra una metà
e l'altra. Marco Rovelli e soci portano avanti un loro discorso
conseguente che coinvolge e affascina, in un mix tra passato e presente
(e futuro?) che sarebbe un vero peccato non assaggiare. Personaggi
anomali in una formazione anomala, Les Anarchistes si permettono
di giocare con i fili delle trame musicali delle canzoni per trarne
effetti nuovi e risonanze antiche inpari misura, con la certezza
di ottenere un risultato: solo loro suonano così. Come in
"Vagabondo delle stelle" di Jack London, Les Anarchistes
prendono come base per tutto il lavoro ("in fondo è
una sorta di concept" dice Marco Rovelli) l'universo concentrazionario
rappresentato da prigioni, manicomi, campi di vario tipo, istituzioni
di disciplina (come scuola ed esercito) per finire con la costrizione
costituita dal mondo delle parole nella socità dello spettacolo.
Esiste quindi un Les-anarchistes-sound o forse un mood
o forse ancora solo un modo di esistere e di porsi nei confronti
dell'universo musica che, qualche tempo fa, in un'intervista con
noi Marco Rovelli spiegava così: "A livello di arrangiamenti
e produzione del disco, Nicola e Massimo, che è ‘l’uomo
elettronico’, per dir così, sono propriamente i produttori
artistici. Sono loro, di solito, a riscrivere le canzoni che rivisitiamo.
Nel primo cd, il procedimento è stato inverso rispetto a
quello abituale: noi si compone in sala prove, e poi in studio si
replica, ma al contrario è in studio che si fa una sorta
di montaggio, e il gruppo alle prove si adegua".
"Poi, è chiaro, si danno anche delle eccezioni,
casi in cui il pezzo (per esempio "Inno a Oberdan")
è stato arrangiato collettivamente. Per quanto riguarda le
canzoni originali che nel nuovo disco saranno tre o quattro, in
generale io lavoro sul testo e Nicola e Massimo sulla musica, anche
se in partenza anch’io lavoro sulla parte armonica e melodica,
altrimenti il testo non viene fuori. Ad esempio, in un caso ( "A
parole") io ho fatto musica e testi, poi in studio
il pezzo è stato riformulato radicalmente. Oppure sul testo
di Erri de Luca ci siamo messi io e Nicola ed è
uscita la musica, poi anche lì c’è stato un
lavoro collettivo. In realtà di canzoni originali, finora,
ne abbiamo fatte talmente poche che non so ancora quale sarà
la formula definitiva".
La novità, infatti, o una delle novità è che
questo disco contiene molti brani originali, oltre a una serie di
rifacimenti di classici più o meno conosciuti che vanno da
Leo Ferré (passione costante del gruppo) ai canti anarchici
a "Sacco e Vanzetti" di Joan Baez e Morricone,
a Vladimir Visotksij ad Alberto D'Amico
a Erri De Luca, di cui viene musicata una poesia.
Ma che musica fanno Les Anarchistes? C'è tanta elettronica
e tanta musica popolare, c'è una buona dose di jazz e un
attitudine rock e rumorista sotterranea, che rispecchia, in fin
dei conti, le tante anime che compongono il gruppo.
Sono
infatti otto i membri del gruppo e ognuno di loro contribuisce a
costruire il mosaico complesso che è raggruppato sotto il
marchio di fabbrica: Alessandro Danelli e Marco
Rovelli sono le due voci (e basta! Su 8 due cantano soltanto.
Oltre a scrivere e comporre le canzoni, naturalmente). Nicola
Toscano si occupa delle chitarre, Max Guerrero
dei grooves e il synth, Mauro Avanzini suona
il sax, Lauro Rossi il trombone, Booz il
basso e Mirko Sabatini la batteria. I due cantanti
sono l'anima popolare del gruppo, Max Guerrero l'anima elettronica
e Nicola Toscano quella classica e latina. I fiati sono puri jazzman
e un po' tutti hanno girato attorno al rock.
Non bastasse questo a specificare il complesso melting pot che fa
da sfondo alle produzioni del gruppo di Carrara si può porre
l'accento sulla marea di ospiti presenti nel disco: Moni
Ovadia, accompagnato da Piero Milesi al
violoncello, splendido in "Pishkuli",
un brano di 5 minuti che ripete sempre la stessa frase su un tappeto
avvolgente di pura elettronica dei khassidim mentre li portavano
alle camere a gas: "aprimi le porte delle giustiza/ io
vi entrerò". Pietra Magoni, voce
alla Joan Baez in "The ballad of Sacco & Vanzetti",
voce e chitarra invece per Giovanna Marini nella
"Ballata dell'emigrazione" di Alberto
D'Amico. Il Parto delle Nuvole Pesanti rende la
visita che Marco Rovelli ha fatto al loro disco in "Apua
natia" di Davide Giromini.
Ma i veri grandi ospiti, se non ne dimentico altri, sono La Compagnia
della Fortezza di Volterra, diretta da Armando Punzo che, per chi
non si ricorda chi siano, sono quei carcerati-attori che da anni
presentano opere teatrali in giro per l'Italia, ma tutte prodotte
dentro la Fortezza di Volterra (il carcere). Su un recitato di Leo
Ferré ("Muss es sein? Es Muss sein!"
ossia "così deve essere. Così è!"),
derivato da Beethoven parte una partitura di voci, rumori e dolori
dall'interno del carcere. Emozionante. E' la prima canzone e introduce
al tema in modo diretto. Come un pugno nello stomaco, come una violenza,
come un'infezione. Ascolti la canzone e sei contaminato a tua volta.
Così come non riuscirai a liberarati da Steve Conte che canta
"X-ray sun", dedicato alla base di Guantanamo.
Ma corriamo troppo avanti: abbiamo ancora l'"Inno a Oberdan",
debitore della melodia alla Carmen. abbiamo "Pedro Benje",
la delicatissima e intensa canzone dedicata a un martire della rivoluzione
angolana e restituitaci da Cristiana Alioto e Claudia
Guarducci. E a cui si unisce un altro dono della compagnia
della Fortezza: "Nel giardino incolto"
che è una canzone scritta da Sabino Mongelli,
uno dei carcerati di Volterra. dedicata a un compagno che stava
facendo lo sciopero della fame per vedere suo figlio. E
c'è poi "Fuochi di parole", di cui abbiamo già
parlato, tutta interna a Les Anarchistes e uno dei miei pezzi favoriti
in assoluto. Forse abbiamo dimenticato di parlare di qualche brano
e ognuno di essi in realtà richiederebbe ben più di
tre righe, anche perché nel ricco libretto Millelire allegato
al cd, ci sono spiegazioni più estese. Mi basta per ora rinchiudermi
nel piacere che un disco simile mi fa.
Piacere che è multiplo: perché è di intelligenza
(nel senso del com-prendere di cui parla Marco nel libretto), è
di adesione spirituale, di piacere estetico, è piacere gastronomico.
Nutritevi un po' di Les Anarchistes. Vi farà bene!
Les
Anarchistes
"La musica nelle strade!"
Storie di Nota - Suonimusic - 2005
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aggiornamento: 23-06-2005 |