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Le BiELLE RECENSIONI
Sulutumana: "Di segni e di sogni"

Un disco "da stropicciarsi il cuore"
di Leon Ravasi

Prendete il disco nuovo dei SULUTUMANa (compratelo, suvvia! Ne vale la pena) e mettetelo nella paglia. Lasciatelo lì qualche settimana. Ah, mi raccomando: togliete subito il cellophane e aprite la copertina per farlo respirare. Dopo di che, se volete, potete anche ascoltarlo … così … una o due volte, ma senza impegno. Indi riponetelo nella paglia e lasciatecelo. Diciamo per … due settimane. A questo punto andate a prendere il curioso oggettino quadrato di plastica e, già al primo sguardo lo vedrete meglio: la copertina dai colori più vivi, qualche germoglio qua e là, un accenno di radici. Il cd è pronto per il trapianto. Aprite il lettore e sistematevi non la copertina quadrata, ma il nocciolo, quello stupido dischetto traslucido con un inutile buco in mezzo. Ecco: vi metterà radici nel lettore e nel cuore!

Non ho ancora capito, dopo due dischi (e mezzo) e dopo infiniti ascolti, dove risieda l'alchimia dei SULUTUMAna. Giuro! Ho cercato, ho guardato, ho frugato tra i miei file musicali, tra i miei ricordi, tra le mie carte, ma niente di simile ai SULUTUMana. Un riferimento, un aggancio, una spiegazione. Qualcosa che me ne racconti la storia passata e l'evoluzione futura. Mentre "Danza", il loro primo lavoro, affondava abbondantemente e senza pudore le mani nel repertorio della canzone d'autore, ispirandosi di volta in volta a Conte, Fossati, De Andrè, persino Max Manfredi, questo "Di Segni e di Sogni" punta più in là o più indietro e si pone come una sorta di piccolo viaggio (su una piccola veliera?) all'interno della musica italiana delle origini.

Ecco se si potesse dire che come esiste un filone musicale che si definisce "americana", i "SULUTUmana hanno aperto il filone dell'"italiana". Dall'operetta al caffè concerto, al suono americano delle grandi orchestre, alla rivista: uno studio sulla melodia che non dimentichi né la musica popolare, né Domenico Modugno e tutto quello che c'è stato dopo di lui. Praticamente un saggio. Ma molto più godibile. Giamba Galli, Michele Bosisio e soci passano volteggiando sulle ali del violino di Andrea Aloisi o del pianismo lirico di Francesco Andreotti, sulle note di basso acustico di Nadir Giori o sul drumming discreto eppur pulsante di Antonello Matzuzi come una sorta di Orchestra del Titanic su cui trovano posto Gorni Kramer, Bixio e Cherubini, Carlo Buti, Odoardo Spadaio, Pippo Barzizza e Alberto Rabagliati.

Musica vecchia? No, musica che tiene conto delle radici, con un piede nella classica e un altro nel cantautorato. All'alchimia forse questo non potrebbe bastare. C'è bisogno ancora di trovare una pietra filosofale e qui ne troviamo almeno tre: le alchimie umoristiche e flautistiche di Angelo "Pich" Galli, i testi e le voci. I SULUTumana credono nel lavoro collettivo, negli arrangiamenti, nelle musiche, nelle scelte artistiche e quindi non specificano più chi scriva i testi. Nel primo disco li scriveva Giambattista Galli e, visto che lo stile non è cambiato, resta il sospetto che Giamba ci abbia dato una zampa più degli altri. I testi dei SULUtumana sono basati su una sorta di minimalismo poetico, di piacevolissimo ascolto, di resa sicura anche senza musica, che narrano di piccolissimi slittamenti dell'anima, di impressioni, di immagini quotidiane rivisitate, di voli di vespe e ronzii di frigoriferi. Temi quotidiani trattati con una grazia e una delicatezza desueta.

La capacità di fare "musica gentile" dei SULutumana si sposa quindi con testi ancora più gentili, delicati, in grado di infiorarsi con parole come "indaco dell'onda", "briciole del mio dolore", "orlo della vita" o frasi come "stare qui ad oziare nel suo cuore bevendo miele caldo e caffè" oppure la meravigliosa "verdure a fette cadono in pentola/ acque salate bollono in pentola". Testi che ti fanno vibrare corde dentro, come da brividi sono le voci: due, almeno, più i cori (tranne Nadir e Francesco cantano tutti i SUlutumana). Michele e Giamba hanno due voci bellissime, in grado di intercambiarsi, intrecciarsi, accavallarsi e, in alcuni passaggi sulle note basse, di emozionare.

Ma questo disco, "Di Segni e di sogni", si apre lento, forse come un sogno e ha bisogno di tempo per lasciare i segni. Ha bisogno dell'habitat giusto, dell'occasione, del microclima interno. "Danza" era trascinante, qui bisogna procedere con calma, però canzoni come "La piccola veliera" non le si trovano tutti i giorni e "L'ultima onda", "Il volo di carta", L'aquilone", "La canzone preferita" (ma dovrei citarle tutte) stanno appena un plissè al di sotto. Insomma compratelo questo "Di segni e di sogni" dei Sulutumana, ma state attenti prima di regalarlo: potrebbe stropicciarsi. E stropicciarvi il cuore.


Sulutumana
"Di segni e di sogni"

Soc. Art. La Corda, 2003
Nei negozi di dischi e su www.lisolachenoncera.it

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Ultimo aggiornamento: 15-03-2004

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