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Le BiELLE RECENSIONI
Sulutumana: "Decanter"

Scaraffatelo, degustatelo, lasciatelo respirare. I tannini si smusseranno
di Leon Ravasi

Sto immobile, coi gomiti appoggiati sul tavolo, di fronte a questo vino di color granato. Immobile ed insondabile. Nemmeno versato nel bicchiere rivela a fondo i suoi piaceri. Poi, quando si convince che chi lo vuole degustare è degno, si apre. Ne scaturiscono sentori di grande finezza ed eleganza, composti da viola, lauro, corteccia di china e tabacco scuro. Poi, mano a mano, emergono note più fruttate (more) frammiste a sentore di caffè. Naso straordinario, che si arricchisce nel tempo di sempre nuove sfumature, nuove sottigliezze, nuove particolarità. Complicato e introverso anche in bocca. Caldo, saporoso, tannico. Ma i tannini, ne sono sicuro, si smusseranno e permetteranno di godere ancor più della sua lunghissima persistenza tutta giocata sui toni della corteccia di china e dei mirtilli. Un vero diamante grezzo, che se ben tagliato (ben affinato) regalerà gioie immense.

E' sempre difficile fare una recensione dei Sulutumana per un Sulu-fan verace. La passione fa velo al supporto critico e la simpatia umana rende difficile usare in modo asettico gli strumenti critici consueti. Eppure "Decanter" è uscito e di Decanter ci tocca parlare. Diciamo subito che NON è un disco sulla scia di "Di segni e di sogni" e tantomeno de "La Danza". Rispetto a quei Sulutumana rappresenta uno "scarto" laterale: né un passo avanti, né un ritorno indietro. Semplicemente un cammino laterale. E non soltanto perché sono cambiati da quei dischi i due settimi della formazione, ossia il 30% circa (Antonello Matzuzi alla batteria e Angelo "Pich" Galli al flauto e agli aggeggi), ma perché i Sulutumana hanno deciso di cambiare stile e genere, forse anche per non restare imprigionati in un Sulutumana style che poteva diventare asfittico o peccare di manierismo. Ma "Decanter"è un buon disco oppure no? Senz'altro frammentario, ma sei canzoni su dieci sono di ottima levatura, due normali e due mi sembrano non altezza. Per ora. Ma sono sono al ventesimo ascolto. Datemi tempo.

“I Sulutumana entrano nel mondo del rock”. Ecco pronta l’etichetta da critici frettolosi, quelli che si meritano l’ironia di Giamba, sul palco del Sociale di Como, la sera del 21 maggio 2005, magica sera in cui ci si ritrova a festeggiare l’atto terzo del cammino dei cavalieri, “Decanter”. I critici frettolosi hanno bisogno di definizioni semplici, di categorie in cui incasellare, inserire, paragonare. E i Sulutumana fanno sapere che ancora una volta non ci stanno, che hanno voglia di continuare a sentirsi chiedere “ma che genere fate?” e a non saper rispondere, se non “il genere Sulutumana”. (segue)
Sulutumana al Sociale Sulutumana files - Canzone per canzone

"Decanter" quindi rappresenta un cambio rotta di non poco conto. E' come se la "piccola enciclopedia della canzone d'autore italiana", nota anche come SULUTUMANa, avesse deciso di continuare la sua corsa di aggiornamento e, dopo aver analizzato la musica delle origini, fino alla nascita e allo sviluppo del gruppo storico dei cantautori italiani, con qualche piccolo cenno di psichedelia, sia approdata ai tempi del progressive rock. Rock e progressive, per l'esattezza. Gli Stormy Six del "Biglietto del tram" e i PFM meno barocchi potrebbero essere dei referenti remoti. In alcune canzoni pare addirittura che vi sia un tentativo di uscire dai canoni armonici tradizionali del cantato, per tentare strade di musica modale. La sfida è quella di riuscire a vedere quanto riescono a essere inventivi sul piano melodico. Non è come basarsi sui soliti accordi dove, alla fine delle trentadue battute, gli accordi sono finiti e non c'è altro da fare che ripetere quello che avevi fatto, con le variazioni.

Che i Sulutumana si siano stancati di essere se stessi (quelli di prima) e basta, lo si intuisce da tante cose: i nuovi arrangiamenti dei vecchi brani che, in alcuni casi, arricchiscono musicalmente anche episodi meno indovinati ("Ribes", "Sarà di più"), ma che in altri casi rischiano di fare strame di gioiellini come "Marisa Puchenia" che noi fan vorremmo inalterata nella sua cristallina e sghemba perfezione. Insomma la rabbia e ammirazioni che suscita Bob Dylan (e in parte De Gregori). Poi ci sono le dichiarazioni un po' di tutti, riportate dai giornali locali, sui "nuovi orizzonti sonori" (percussivi e ritmici) che ha portato l'ingresso di Samuel Elazar Cereghini, il nuovo batterista. Poi la scelta, sul versante dei testi, di accentuare l'ermetismo della scrittura, che porta a volte a risultati di alta suggestione e altre a sfiorare la bufala. Hanno tanta classe i Sulutumana da riuscire sempre a camminare sul filo, ma il filo è sottile. Dove li porterà?

Per ora li porta a un disco frammentario e bellissimo, frammentario ma bellissimo, come "Decanter". Dove, fuor di metafora, bisogna davvero lasciare decantare i canti, farli respirare, prendere tempo. Non avere fretta di berseli e non riempire troppo il bicchiere. Solo dopo una giornata di ascolti intensi sono riuscito a intendere che ci può essere molto di interessante da scoprire sotto "Da grandi", canzone dedicata agli amici che se ne vanno e, in particolare, ad Antonello Matzuzi, l'ex batterista e che, ai primi ascolti risultava ostica.

Rimandando ai prossimi giorni la degustazione, bicchiere per bicchiere, del contenuto di Decanter, posso per ora assegnare i miei "tre bicchieri" in puro stile Gambero Rosso: "La scopa della strega", "Amore d'Egitto", "Anam-ji", "Il tuo culo" e "Il posto che nessuno ha conosciuto", anche se per motivi e con esiti diversi. Per ora mis embra che "sappiano un po' di tappo" "Carosello" e "Inverno in un fiore" che mi lasciano perplesso e insoddisfatto sia come musica che, soprattutto, come testi. Giamba con la mano imballata o un'altra mano?
(segue - Canzone per canzone - dopo il centesimo ascolto)

Sulutumana
"Decanter"

Società artistica La Corda - 2005
Nei negozi di dischi e sul sito

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Ultimo aggiornamento: 23-05-2005

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