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Crediti:
Shel Shapiro (chitarra acustica ed elettrica, 12 corde, voce), Johhny Charlton (chitarra solista, cori); Robert "Bobby" Posner (basso); Mike Shepstone (batteria)



Shel Shapiro: "Io sono immortale"


Tracklist

01. C'e una strana espressione
nei tuoi occhi
02. Io vivrò senza te
03. Bisogna saper perdere
04.
Cercate di abbracciare tutto
il mondo come noi
05. Lascia l'ultimo ballo per me
06. Piangi con me
07. Ricordo quando ero bambino
08. Baby come back
09. Un' anima pura
10. Eccola di nuovo
11. E la pioggia che va
12. Finché c'e musica mi tengo su
13. Che colpa abbiamo noi
14. Ascolta nel vento

15. Quando eri con me
16. Spegni questa luce





Volete trascurare questo disco? Fate pure. Rischiate di non capire assolutamente niente del beat italiano, un fenomeno non marginale, né per la musica, né per il costume e quindi nemmeno per la storia d'Italia, almeno quella contemporanea. I Rokes sono quattro ragazzi inglesi (Norman David Shapiro, detto Shel, Johnny Charlton, Bobby Posner e Mike Shepstone) che negli anni '60 hanno fatto a ritroso il cammino che tutti i gruppi musicali volevano compiere e dall'Inghilterra, patria del beat, sono arrivati in Italia, dove, tra Milano e Roma, hanno collaborato con tutti gli artisti e gli organizzatori su piazza: da Teddy Reno ad Alberico Crocetta, da Mogol a Sergio Bardotti, riuscendo a vendere oltre 5 milioni di dischi tra il 1962 e il 1968, quando la loro stella si esaurirà, portando allo scioglimento del gruppo da lì a due anni.

"I Grandi successi",l'album di cui parliamo qui, ha il pregio di raccogliere in un unico cd le 16 migliori canzoni dei The Rokes. Mancano, oltre ad alcuni lati B dei 45 giri ("Ci vedremo domani", "Il primo sintomo", "Non far finta di no"), i grandi insuccessi degli ultimi anni della carriera, entrambi legati al Festival di Sanremo: "Le opere di Bartolomeo", che aveva qualche pretesa di assomigliare a una canzone di protesta (in fondo cantava dell'alienazione in fabbrica) e "Ma che freddo fa", che è stata sì un grande successo, ma solo nella versione di Nada, la sconosciuta 14enne che cantava il brano assieme a loro a Sanremo nel 1969. L'ultimo 45 giri a loro accreditato è "Ombre blu" del 1970, ma non ha lasciato tracce durature.

Invece qui troviamo una carrellata di tutte stelle. canzoni che hanno contribuito ad efidicare l'immaginario colletivo degli anni '60 e che ancora adesso ricorrono in ogni colonna sonora che accompagni immagini d'epoca (anche del '68, pur se, come Shel ha sempre detto, è stato proprio il '68 a spazzare via il fenomeno Rokes). I loro maggiori successi sono tutti antecedenti. E allora partiamo dagli immortali: "Che colpa abbiamo noi" e "E la pioggia che va", due mantra generazionali, nati dalla penna di un Mogol particolarmente ispirato (la stessa ispirazione la troverà qualche anno dopo con Lucio Battisti) che suggerisce vaghe emozioni protestatarie, partendo dall'originale di due brani americani di Bob Lind (un autore che in pratica ha scritto solo questi due brani, oltre a "Elusive Butterfly", tradotta dalla Caselli come "La farfalla", ma senza raggiungere da noi il successo degli altri due brani).

"Che colpa abbiamo noi" e, ancora di più "E la pioggia che va", riecheggiando Bob Dylan, parlano della presa di distanza della generazione dei ventenni da quella dei padri. Per allora erano già brani di rottura. Più tradizionale "Piangi con me", famosissima perché retro di "Che colpa abbiamo noi" e per il parlato in simil-italiano dell'inglesissimo Shel, che ancora oggi, dopo 40 anni in Italia, parla un italiano ricercatissimo, ma con inossidabile accento british. Altri punti focali del disco sono "C'è una strana espressione nei tuoi occhi" che è stato il primo singolo del gruppo ad arrivare al numero uno in classifica in Italia (i Rokes hanno avuto successo solo da noi. In Inghilterra no). Da non perdere poi una travolgente versione di "Here comes my baby" di Cat Stevens, intitolata in italiano "Eccola di nuovo" e "Cercate di abbracciare tutto il mondo come noi" che, assieme all'altrettanto lunga "Un figlio dei fiori non pensa al domani" rappresentano al meglio l'impronta hippy sulla musica beat.

Ma cosa avevano di speciale i Rokes, oltre al fatto di essere inglesi e cantare in italiano? E cosa ha fatto di loro l'alternativa (e i rivali) dell'Equipe 84, allora gruppo di punta del beat da noi, collocandoli su un piedistallo anche rispetto ai Nomadi che pure avevano un certo Francesco Guccini che scriveva per loro? Tante qualità. Facevano cover, è vero, ed hanno avuto successo con quelle, ma Shel in realtà ha sempre scritto, parole e musica (poi le parole, che lui comunque provava a scrivere in italiano, venivano sistemate da qualcun altro). Ma "C'è una strana espressione nei tuoi occhi", per quanto cover di un brano di Jackie De Shannon, è co-firmata da Shel, come pure "Cercate di abbracciare tutto il mondo come noi", "Ascolta nel vento", "Finché c'è musica mi tengo su", "Spegni questa luce", "Quando eri con me", "Ricordo quando ero bambino", per non parlare di "Piangi con me" che deve essere tutta di Shel, con solo qualche correzione di Mogol. Insomma, otto brani su 16 sono co-firmati dal leader del gruppo, cosa che né Vandelli, né Daolio hanno mai fatto.

E poi i 4 Rokes, con tanti begli anni di gavetta sulle spalle, già a 20 anni, sapevano suonare, come dimostra anche un disco dal vivo, registrato al Parioli di Roma e pubblicato dalla rivista "Raro!" solo negli anni Novanta. E poi in scena ci sapevano stare, studiavano gesti ed atteggiamenti, il look e le partecipazioni televisive (andavano ovunque). Vincevano con qualità e professionalità. Ecco quindi che i "Grandi successi" sono ancora convincenti a 40 anni dalla loro scrittura. E fondamentali per chi vuole capire qualcosa del costume e della vita dell'epoca. Un disco basilare, anche se è solo una raccolta di 45 giri.


The Rokes
"I grandi successi"

Linea Tre / Rca / Bmg - 1990
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Ultimo aggiornamento: 14-08-2010
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