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Le BiELLE RECENSIONI
Folkabbestia: "Pèrche"

Ascolto prevenuto e mi converto prima della fine: mi piace
di Leon Ravasi

Sì, diciamocelo: ero partito prevenuto. Perché i Folkabbestia, dopo un debutto più che interessante ("Breve saggio filosofico sul senso della vita" del 1998) avevano, a mio parere, imboccato una deriva "fancazzista" e demenziale, forse divertente, ma meno significativa di quanto il folgorante debutto avrebbe lasciato intendere. Poi, sono le cose che capitano nella vita, li avevo parzialmente persi di vista, pur continuando a ritenere "Tammurriata a mare nero" una bellissima canzone (e credo che lo ritengano anche loro, visto che continuano a riprpoporla). Non solo, ma mi sembrava anche che il gruppo si fosse un po' avvitato su se stesso, fino al punto da fare canzoni come "La risposta ad Amando Armando", quando "Amando Armando" era già un loro brano. Mi sono così accostato di malavoglia a "Pérche".

E anche il cambio di accento sul noto avverbio non mi faceva impazzire come originalità. Mi immaginavo qualcosa a cavallo tra gli Squallors e i Nuovi Cedrini. Ma poi c'era il sottotitolo, già più simpatico (44 date in fila per 3 col resto di due) che lasciava anche presagire la lunga cavalcata live. Vogliamo proprio dirla tutta? Non mi sono mai piaciuti i titoli chilometrici e "wertmulleriani" dei loro album, tranne il primo per la novità. Anche la copertina del cd non mi piaceva per niente, con il truzzissimo pullmino Orazio che li ha scarrozzati in giro per l'Italia per 500 date e 600 mila chilometri in quattro anni e nemmeno le foto dei 4 Folkabbestia che facevano le boccacce all'interno. Insomma, ero prevenuto e già pregustavo sapor di stroncatura, quand'ecco che ... (c'è sempre un quand'ecco che! Sennò i racconti come andrebbero avanti?) quand'ecco che, per l'appunto, ho sentito il disco e tutto il malumore si è disciolto. Ascolto per ascolto mi sono accorto che la musica dei Folkabbestia mi piaceva ancora e che di storie da raccontare ne avevano. E a poco a poco il piacere è prevalso.

Ora è evidente che non siamo a svolte epocali, perché "Pèrche" è un disco dal vivo, con solo 5 inediti e due brani rifatti in studio (sui 19 del totale), ma in totale mancano solo sei secondi a fare un'ora e venti di musica. E in questi ottanta minuti (che stipano il cd all'inverosimile) i cedimenti ci sono, ma si vedono poco. Il fatto veramente consolante è che reggono, come è logico, le vecchie canzoni, ma tengono ancora meglio le nuove. L'inizio infatti è folgorante con le due canzoni registrate in studio con Finaz (dei Bandabardò) alla chitarra: "Pèrche" e "Un altro giorno", ma il piacere sale ancora con "Cicce Pe", già un classico del gruppo del vivo, ma mai inciso, come anche "Vulesse addiventare nu brigante", classico della tradizione lucana, riscoperto da Eugenio Bennato e qui reso in una grande versione.

Poi ci sono "Azzurro" di Paolo Conte e "Tamburreddu" di Domenico Modugno come omaggi alla grande tradizione della musica d'autore italiana, ma "Azzurro" era già presente sul "Breve saggio filosofico ... etc". Insomma, un totalino di grande generosità, di musica sudista e sudata, come giusto sia, imbastardita e bastarda come meglio non si potrebbe, di grande energia e voglia di cantare divertendo e divertendosi. L'atmosfera del live poi viene mantenuta bene, con i giusti interventi del pubblico che però né predominano, né prevaricano pur sentendosi con calore.

Ma non sono solo i brani nuovi, come si diceva a dare il tono al disco che oscilla tra brani "facili" e immediati e altri più meditati, in un'alternanza di sapori che non guasta, ma anzi insaporisce la zuppa. Certo su diciannove brani i momenti di stanca ci sono anche: "La festa di Gigin" non mi pare si possa annoverare tra i momenti più felici e anche "Il castello ottogonale" non rientra nella mia top list personale. D'altra parte anche la scelta del repertorio per il live praticata dai Folkabbestia mette bene in chiaro le loro preferenze: sette brani derivano dal primo disco, cinque dal secondo ("Se la rosa non si chiamerebbe Rosa ... Rita sarebbe il suo nome") e solo due dal terzo ("Non è mai troppo tardi per avere un'infanzia felice"), quasi a dimostrare che questo disco segna un voltarsi indietro per voler ripartire, dopo gli indubbi successi di questi anni, ma che avevano fatto un po' smarrire la strada maestra.

La miscela fondamentale della loro musica resta sempre la stessa: un folk intenso e passionale che senza misura traversa frontiere e stili, per riunire in un unico melting pot gighe irlandesi, canti sudati, passioncella balcaniche di passaggio, punk, rock e ska. Insomma tutto ciò che serva a far casino, perché i loro concerti "devono" essere una festa e, in realtà, lo sono.

La dimensione dal vivo, quindi, si rivela ovviamente la più adatta alle loro corde e il loro pubblico ce lo ricorda ad ogni canzone. Così come li ricordiamo clowneschi ed eccessivi al Festival di Mantova o esuberanti nello stabilire il record da Guiness dei primati (aiutati, immagino, da fiumi di Guinness-birra) suonando per 30 ore consecutive "Stayla Lollo Manna" (presente anche qui, ma in versione "civile"). Insomma: divertimento e carica. Che ci vuole di più per cacciare un fastidioso preconcetto?


Folkabbestia
"Pèrche"

Uprfolkrock - 2005

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Ultimo aggiornamento: 16-02-2005

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