| Quattordici
canzoni per un viaggio attraverso lo specchio
di Leon Ravasi
Bisognerebbe
farne un’oasi protetta. Come per i panda. La cantautrici,
queste sconosciute. Così poche che quando ne emerge una sembra
di essere davanti alla scoperta del secolo. Se oltre oceano abbiamo
Lucinda Williams, Natalie Merchant, Ani Di Franco, Mary Gauthier
e su su fino a Suzanne Vega e Joni Mitchell, il panorama italiano
ha sempre offerto molto poco: Carmen Consoli, Gianna Nannini, pochissimo
altro. Scrive qualcosa Lalli e, ma in francese, ha esordito quest’anno
Carla Bruni. Adesso arriva Isa e gliene siamo subito immensamente
grati. “Disoriente” è un disco disomogeneo e
difficoltoso. Perciò tanto più bello. E’ bello
perché ci mette a parte di una realtà in cui ci piace
riconoscerci: uno specchio rovesciato attraverso il quale guardare
noi stessi negli occhi di un’altra. Isa forse preferirebbe
la si considerasse “artista” e basta, parola anfibia
per definizione, ma è proprio dal suo essere donna che emerge
il valore delle parole di “Disoriente”.
Non
a tutti gli album ci si può avvicinare allo stesso modo.
Alcuni hanno bisogno di condizioni particolari. Tutti forse hanno
bisogno di crearsi un proprio habitat. E così scopri a poco
a poco che il disco di Lolli e del
Parto delle Nuvole Pesanti va suonato ad alto volume, che ci
sono dischi che hanno bisogno di confusione e rumore interno per
spargere al meglio il loro bouquet come Bandabardò
o Flk o Folkabbestia, quasi si potesse ricreare il clima
di festa e di piazza. Altri sono momenti intimi e di riflessione:
dischi come un vino passito, come un Sauternes. E’ il caso
di Max Manfredi o dei Sulutumana. Giorgio
Conte è un disco da tramonto sul mare, aperitivo
prima di cena. I Baustelle
valgono un Campari Mixx, rigorosamente da sentire in spiaggia.
“Disoriente”
è invece l’ultimo whisky della notte, in quella fase
di bilico in cui le ore, da piccole, ricominciano a farsi grandi.
A basso volume, al buio. E così sfumano anche le imperfezioni
tecniche, il missaggio un po’ impastato che, a volume alto,
rende i suoni tutti uguali. Emerge la chitarra, suonata benissimo
da Isa stessa e da Michele Pucci, risaltano le
percussioni di U.T. Gandhi. E vengono a galla soprattutto
i testi.
Isa
non è una ragazzina: ha avuto tempo per vivere la vita, prima
di farla finire in canzone e la differenza si sente. Il graffio
di un dolore, la dolcezza di un bacio, l’acido di un amore
andato a male, l’incertezza dei giorni. Canzoni dove si parla
(anche) di uomini come “colli sporchi di camicie” o
“lettere nella spazzatura”, di uomini che si occupano
“soltanto della radio e della leva del cambio”, di uomini
“rondine (ma non parliamo del ritorno”), di uomini coi
segni dell’età e gli “occhi da serpente”
o con il cuore trasparente, di donne con gli occhi da lupa, ma il
vestito da angelo, o con le bretelle fatate che “m’impediranno
di calare le braghe”, di donne che vogliono le si pensi bionde,
belle o almeno snelle, di donne stanche che non si fermano mai,
di donne che minacciano (o promettono): “Entrassi nella
tua vita, oh / camminerei selvatica /…/ entrassi nella tua
vita ti regalerei quel demone / ombra sul palmo della mano”.
Quattordici
canzoni, quattordici storie d’amore con un uomo (o quattordici
uomini): dalla storia di lei che correndo in machina verso la Francia,
in un “notturno italiano” capisce che “al
di là di questa notte noi non andremo lontano”,
ma “non devi chiedermi scusa se mi sfiori una gamba”.
Un
romanzo il “Disoriente” di Isa che ci disorienta assieme
a lei, puntando verso un punto immaginario della rosa dei venti
che non è oriente, né occidente, ma quello strato
dell’anima dove uomo e donna cercano di andare almeno un pelo
oltre la superficie del loro comunicare. Un romanzo con momenti
allegri e altri di dolore e una recensione che devo chiudere in
fretta, prima di innamorarmi troppo del disco.
E
allora passiamo alle critiche: molto forte negli incisi, le canzoni
di Isa risentono di un’eccessiva pensosità nelle strofe,
forse difetto indotto dal tentativo di non fare un’opera banale.
Ma sentite dal vivo le canzoni, in concerto, scorrono più
rapide e ficcanti anche nella strofa che qui invece fatica ad aprirsi
la strada verso il puntuale slargo degli accattivanti ritornelli,
alternativamente a ritmo di valzer, samba, blues, jazzy, folk. E
forse anche l’impaginazione dell’intero cd segue una
linea analoga, relegando la canzone più divertita e divertente
(“La buonasorte”) in coda all’album,
preferendo aprire con la “tosta” “Notturno
italiano” che ti annoda vagamente le budella di angoscia,
pur essendo avendo una bellissima tessitura ma che si svela solo
a lungo sentire.
Isa
con la chitarra è “un manico” (ha iniziato a
9 anni a studiare chitarra classica) e gli altri interventi musicali
nel disco sono tutti acustici e delicati, comprese le voci di
Alessio Lega e Gualtiero Bertelli. Oltre alla “Buonasorte”
già citata, “Sirene”, “Rosa
rosèta”. “Dancing”, “Ninnannà”
e “Mongolfiera” hanno qualcosa in più
come canzoni, mentre “Visi” e “L’angelo”
hanno un testo magnifico a cui non fa premio la musica
che le accompagna. Testi troppo intensi per cantarli. Recitarli
forse, visto che la dimensione teatrale a Isa, che dichiara pubblicamente
debiti con Giovanna Marini, non manca.
E
poi un bonus in più per essere una delle ultime dieci persone
in Italia a utilizzare la parola “interiezione” e ad
avere anche il coraggio di metterla in canzone.
Isa
Disoriente
Nota 2003
Nei negozi di dischi e su www.lisolachenoncera.it
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aggiornamento: 31-07-2003 |