|
di Leon Ravasi
Un
vecchio seduto sul pontile, la faccia al lago, la schiena alla piazza,
guarda limmobile distesa dacqua. Pensa? Ricorda? Sogna?
O solo si perde? I suoi pensieri, come fumo, si arrampicano al cielo
dalla sua testa, su fragili corde, su reti di pescatori, su scale
di legno. Passa un giovane e colora con larci-vernice del
professor Alambicchi questi pensieri. E, da lontano, vediamo le
ombre farsi sostanza, i fantasmi perdere il traslucido. Sentiamo
i ricordi farsi parole, farsi suoni, farsi canzoni.
Arrivano
da un punto di un passato imprecisato, ma che mio è stato
di sicuro. Arrivano dal fondo dei magazzini della memoria, rotolano
come barili vuoti e fanno un identico rumore. Le parole hanno un
retrogusto antico, polvere smossa da bauli di ciarpame ingombi,
tira, mola e messeda, i occ del luff quand el
cagna, tarabaj, reguaj. gran catanaij, el
frecc uramai el ma mangiaà el paltò. Frasi che
sentivo da bambino, ma qualcuno le canta ora, nel mio dialetto!
E le canta bene!
Madonna
se le canta bene! Davide Van De Sfroos ha reinventato larci-
vernice, la vernice strepitosa che rende veri i sogni, e ce ne fa
parte in un disco lungo (6648) ma senza un solo momento
di noia. :
e semm partii: dedicato a tutti
quelli che sono partiti e da qualche parte sono arrivati
anche a quelli che sono tornati
ma soprattutto a coloro che
si sono persi per strada aspettando lultimo lancio di dado.
Tenetevi
forte e ancoratevi a questultima frase: eh sì, perché
il paragone che sto per fare porta dritto a Fabrizio De Andrè.
Ecco, 40 anni dopo il Michè, altri assassini, altri pazzi,
altri dropouts, altri lasciati indietro da questa società
dellimmagine, da blazer, convention, briefing e location.
Persone
che non posseggono nemmeno la grazia di una lingua nazionale
e che per raccontare le proprie storie usano il dialetto, la lingua
dei posti dove sono nati. Daltra parte che lingua mai potrebbe
parlare il Sugamara (è Lombardia, la lingua vuole
larticolo davanti ai nomi, con buona pace di Nanni Moretti!)
cuore diesel e con t i zanzar in del cervell (con
le zanzare nel cervello), con gli occhiali da tafano dellautogrill
di Fiorenzuola che va a rapinare una banca e ci trova come
cassiere suo figlio, ma non si ferma e gli si rivolge dicendo: Potet
mia fermà un dado intant che lè dree a girà.
(non puoi fermare un dado quando è stato lanciato), oppure
El bestia che è nato suta na luna
caputada (sotto una luna capovolta), con una faccia che la
faceva pagura ai serpent (faceva paura ai serpenti) e girava
sempre armato con un fulcin (falcetto) col quale el
te tajava el coll comè fa una cicada (ti tagliava il
collo con la stessa facilità con cui sputava).
E
che dire del giardiniere di Me canzun damuur en scrivi
mai (io di canzoni damore non ne scrivo), innamorato
della bella del paese a cui non riuscirà mai a dirlo, nonostante
abbia un sentiment che lè una motosega
e che si sente da giardinier diventaa un restell
e al tramont quand chei l suu el betega/prepari i roos che
riesi mai a datt (al tramonto, quando il sole balbetta/ preparo
le rose che non riesco mai a darti)
perché
perché
io canzoni damore non ne scrivo
mai.
Oppure
vogliamo raccontare anche di El mustru? Il re dei pescatori
che un giorno viene trovato in deliquio dentro la sua barca, dopo
un attacco di diabete, e racconta a tutti di avere incontrato nel
lago un mustru, un mustru, ma lera mea el film de luratori/
lera faa comè una anguilla, lera gros
comè un batel e mangiava tutt i stell (un mostro, un
mostro, ma non era il film delloratorio
. Era fatto
come un anguilla, era grosso come un battello e mangiava tutte le
stelle). E da allora in poi era stato considerato dal paese
il re dei ribambì (il re dei rincoglioniti) e
andavano tutti a prendere il pesce da lui per compatirlo e ridergli
alle spalle, compresi i bambini.
Ma
questo libro dantan da sfogliare non finisce qua: devo parlare
almeno ancora di Lomm de la tempesta, marinaio
dacqua dolce che sceglie di andar per mare e quand che
lè rivaà nel port del Marsiglia/lha cambiaà
il mar cunt una tazza de Pernod (quando è arrivato
nel porto di Marsiglia/ ha scambiato il mare con una tazza di Pernod),
e di naufragio in naufragio (chissà se cè dentro
leco di Izzo e dei suoi Marinai perduti?) incontro
una zingara che gli legge la mano e gli svela che la tempesta più
grossa è quella che si porta dentro: naret in gir o
furestee per tutt el mund/ ma anca el muund de una qualj paart el
finirà / una tempesta lè difficil de nà
a scuund/ resta con me e la tempesta cesserà. (andrai
in giro, o forestiero, per tutto il mondo/ ma anche il mondo da
una qualche parte finirà/ una tempesta è difficile
da nascondere/ resta con me e la tempesta cesserà).
Tanti
personaggi, anacronistici, buffi, tragici, comunque, sempre e in
ogni modo diversi, personaggi non ufficiali, di quelli
che negli album di famiglia si buttano via le foto. Davide Bernasconi,
in Van De Sfroos, invece va in direzione ostinata e contraria
e porta alla luce storie che altri vorrebbero dimenticare, storie
che non andranno mai a la televisiun (quanti dè,
quanti nocc so quii pultruna quanti giorni e quante
notti su quelle poltrone).
Il disco suona bene, ospita la Banda Osiris, i Mercanti di Liquore,
Maurizio Gnola Glielmo, Le Balentes ai cori femminili oltre che
Davide Brambilla, mente musicale del gruppo, alle fisarmoniche,
tastiere e tromba, Claudio Beccaceci alle chitarre, Alessandro Prilli
al basso e Diego Scaffidi alla batteria, percussioni e cori. Chiude
la chitarra e la voce graffiante di Davide Bernasconi in Van De
Sfroos, una voce che nei momenti pacati ricorda il migliore Mimmo
Locasciulli.
Insomma
questa povera terra depressa di Lombardia (musicalmente parlando)
questanno ha fatto len plein: dopo i Sulutumana, dopo
i Mercanti di Liquore, dopo il ritorno alla grande di Enzo Jannacci,
dopo il bellissimo disco di Fado del milanese Eugenio Finardi (lEugenio),
anche la piccola Spoon River lariana di Davide Van De Sfroos.
Il
dialetto? Non sempre è comprensibile per i non-padani, ma,
in fede, chi è che capisce tutte le parole della Nuova
compagnia di canto popolare? O dei Beatles? (un ricordo commosso
al mite George Harrison!). Breva e Tivan era un bel
disco, ma questo se lo mangia! E, per chiudere come dice lui:
londa di ieer, porta londa de incoo/ locc
de un vecc, lera locc de un fioo (Londa
di ieri porta londa di oggi / e gli occhi di un vecchio erano
gli occhi di un bambino).
"...
e semm partii"
Davide Van De Sfroos
Tarantanius - 2001
nei negozi di dischi
Ascolti
collegati
Ultimo
aggiornamento: 23-04-2004 |