| Il destino
del cantautore migrante
di Silvano Rubino
Strano
destino, quello di Pippo Pollina, migrante siciliano della canzone
d’autore, capace di costruirsi una solida fama e un buon successo
al di là della Alpi, in Svizzera (vive a Zurigo ormai da
parecchio tempo) e, invece, in Italia, di finire nella lunga schiera
di cantautori di talento chiusi nella nicchia della nicchia di un
pubblico (e di una discografia) sempre più distratte. Destino
di migrante, dunque, che finisce per permeare in ogni nota e in
ogni verso questo suo primo disco totalmente realizzato in Italia,
“Bar Casablanca”. In origine doveva essere un live,
voluto dalla casa discografica Storie di note, un modo per fare
il punto su una carriera ormai piuttosto lunga. Poi, strada facendo,
Pippo ha deciso di fare un album di canzoni nuove, registrate in
presa diretta (ma senza pubblico). L’atmosfera live, gradevolmente
acustica, è intatta ed è una delle virtù di
questo disco, sorretto da una robusta schiera di ottimi musicisti,
capaci di planare da sonorità jazz e intimiste, ad aperture
sudamericane, sino a ritmi più folk.
Dicevamo del destino di migrante. E non poteva essere che il viaggio
il tema di questo disco, punteggiato di luoghi geografici (Parigi
e la Svizzera, il grande nord e la natia Sicilia e una buona dose
di Sudamerica), condito di una soffusa malinconia, la malinconia
del viaggiatore (a volte nostalgia, a volte desiderio di partire)
e di influenze musicali di diversa provenienza. La malinconia fa
subito capolino in apertura del disco, “La luce di
Norrora” (un’isola della Svezia, “quest’isola
al nord di ogni cosa/ e di ogni pensiero distratto”),
dove il nord diventa metafora della lontananza, mentre gioca sul
desiderio di partire “Bossa in viaggio”,
prima incursione nelle sonorità sudamericane. In mezzo c’è
un delizioso “Organetto di Montmartre”,
un brano strumentale molto “Parigi da cartolina”.
“La pioggia di Vancouver” vira verso
l’impegno civile, servendosi di una melodia vagamente swing,
che ben si sposa con l’ironia del testo: fa la sua comparsa
il Pippo Pollina impegnato, quello che mosse i suoi primi passi
come giornalista ne “I Siciliani” di
Giuseppe Fava e che dal suo osservatorio di italiano all’estero
ci prende garbatamente per i fondelli per “come cambia il
tempo” dalle nostre parti. Si domanda, Pippo, dove sono finiti
tutti quegli italiani che dieci anni fa osannavano i giudici che
scoperchiarono “il pentolone/ di malefatte di potere/
di politica e corruzione”. “Adesso fossi nei
loro panni (dei giudici, ndr)/ c’avrei paura anche
ad uscire/ sembrano loro i malfattori/ che si dovrebbero pentire”.
Parole sante… La parentesi della satira prosegue con
“La ballata della moda”, un brano di Luigi
Tenco che Pippo Pollina prende e prestito e che si rivela
quanto mai attuale.
“Petite chanson d’amour”, è appunto
una piccola canzone d’amore, classica che più classica
non si può (il testo è attribuito Christina Pollina
Roos, direi la gentile consorte del cantautore), seguita dall’atmosfera
jazzata e fumosa di “Bar Casablanca”
e da un tango con tutti i crismi, “Nostalgia de tango”,
appunto. “Chiaramonte Gulfi” è
un ritorno alla natia Sicilia, un’allegra ballata folk, che
racconta di un emigrato a Busto Arsizio che però dice in
giro di vivere in Canada... Nuovo brusco cambio di tono ed ecco
l’intensa “Anche quando”, una
delle più belle del disco. La nostalgia torna ne “Il
pianista di Montevideo”, un canto che da Ginevra
guarda al Sudamerica, usando ancora una volta una melodia tango,
mentre “Il cameriere del principato”
ritrae, sui ritmi sincopati di una marcetta da avanspettacolo, il
desiderio di volare di un uomo stufo della “vita usa
e getta”. Il viaggio prosegue in Ungheria con “Passaggio
a Pecs”, torna in Sicilia con “I versi
per la libertà” (canzone in dialetto, unico
non inedito del disco), cantata a cappella e si chiude con l’unico
brano realmente registrato durante un concerto, “Semiseria
proposta di matrimonio”.
Ospite nel duetto in “Nostalgia de tango”
Claudia Crabuzza, voce dei sardi Chichimeca e autrice
del brano stesso. Con la partecipazione del sax, del clarinetto
e dei fiati andini di Javier Girotto e della batteria
e delle percussioni di Walter Kaiser e poi gli
inseparabili compagni di viaggio di Pollina: Antonello Messina,
fisarmonica e piano; Enzo Sutera, chitarra acustica
e classica, bouzuki e Luca Lo Bianco al contrabbasso,
basso freetless e basso elettrico...
Spento il cd, disfatte le valigie dopo il lungo viaggio, tocca fare
un bilancio: un buon disco, forse non un capolavoro, forse non un
pozzo di trovate, né sul fronte delle musiche né su
quello dei testi. Le sue virtù possono essere anche i suoi
difetti: la diversità di influenze musicali può sconfinare
ed essere percepita come mancanza di unitarietà di ispirazione,
la facilità dei testi può scivolare in qualche banalità
di troppo. Ma intendiamoci: rispetto al livello medio della produzione
discografica italiana - quella promossa, visibile, ascoltabile in
radio - siamo un sacco di spanne sopra. Il disco è piacevole
e racconta con sincerità di un uomo e di un percorso artistico,
di uno strano destino, quello di un migrante della canzone d’autore,
a cui auguriamo più spazi e successo anche in Italia.
Pippo
Pollina
Bar Casablanca
2005 - Storie di note
Nei negozi di dischi e sul sito www.storiedinote.com
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aggiornamento: 07-10-2005 |