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Le BiELLE RECENSIONI
Tendachent: "La valle dei Saraceni"

La macchina del tempo
di Leon Ravasi

L'effetto reale è quello della macchina del tempo. Ma una macchina sintonizzata su un tempo immobile. Ho messo nel lettore il cd dei Tendachent e dai primi suoni usciti dalle casse sono stato sbalzato direttamente al finire degli anni '70, quando in Inghilterra Pentangle, Fairport Convention e Steeelye Span davano il via al fenomeno del folk revival. Fenomeno che, mutatis mutandis, di lì a pochi pochissimi anni è sbarcato sulle italiche sponde, trovando pronti al lavoro onestissimi gruppi come Cantovivo, la Lionetta, la Ciapa Rusa, tutti di area piemontarda-occitanica. E proprio dalla Ciapa Rusa e dal suo primo motore Maurizio Martinotti nascono i Tendachent.

Nome meno strano di quanto appare a prima vista. Ten-da-chent (e non riesco mai a fare la dieresi! Andrebbe sopra la E di "chent") sta per "tieni-da-conto", ossia conserva. Nome adatto, adattissimo per un gruppo che si propone di conservare le tradizioni musicali della zona che, anche in questo caso è il Piemonte.

La Ciapa Rusa ha "imperversato" dal '77 al '97, anno di nascita dell'attuale formazione. Quello attuale è il terzo disco dei Tendachent, dopo "Ori pari" del 2000 e "Al lung de la riviera" del 2002. Che novità ci sono? Dai dischi precedenti poco, dai tempi della Ciapa Rusa il gruppo ha seguito un po' l'evoluzione naturale di tutti i gruppi del settore neo-folk, con ibridazioni tra le tradizioni locali, quelle provenienti dal folklore francese o anche di più a nord e il nuovo "meticciato" (dai che facciamo venire un coccolone a Pera!) con le ritmiche e i suoni della tradizione araba.

Sottraendo le parole al loro sito, ecco come loro stessi si dipingono: "Danze antiche come gighe e perigurdini, inconsuete melodie modali - modali come i più intriganti riff chitarristici del rock, solo più antiche di qualche secolo - , scale arabeggianti e forme le cui origini si perdono nella notte dei tempi e che pure conservano una forza ed una modernità straordinarie, canti rituali, di derivazione pagana, ritmati e coinvolgenti... Il fascino sottile di un bordone, il gioco ritmico delle percussioni, il rincorrersi ed incrociarsi di timbri e colori, il vibrare delle corde e l`incalzare dei violini...". Al di là dell'esubero di puntini su cui non sono d'accordo, sul resto posso concordare.

Il rischio più grosso, come oramai si sa, è che da questi connubi possano nascere infelici minestroni, ma diciamo che il rischio viene evitato con agilità dai Tendachent che, sostanzialmente danno una lettura abbastanza classica del repertorio. E questo fa sì che il viaggio nel tempo (oh, del tutto piacevole per quanto mi riguarda! Io ero un fanatico del periodo, fino ad acquistarmi infami dischi dei Lindisfarne, delirare per i Malicorne, conoscere Alan Stivell a memoria e non perdere una puntata della sega quasi secolare dei Chieftains!), il viaggio nel tempo, dicevo, è assolutamente realistico. Si trovano tutti gli stilemi di allora: il canto in varie lingue (francese, catalano, occitano, piemontese, italiano e persino napoletano, grazie alla piacevole irruzione di Enzo Avitabile e dei Bottari di Portici), la citazione dei misteri della Passione, l'alternanza di brani suonati e brani cantati e la tendenza a combinare più di un brano in una sola canzone (col risultato di avere titoli che suonano così: "Bianca/La sera della festa/Piccole storie" oppure "Monferrina detta di San Michele/Malatempora/ Luvara").

Una notazione sul titolo, in cui storia e leggenda concorrono e dare ulteriore fascino: nel cuore del Monferrato si trova un luogo chiamato la Valle dei Saraceni: la leggenda vuole che nelle grotte che qui si aprivano facesse base una banda di predoni arabi. Si racconta che gli abitanti dei paesi circostanti, stanchi delle incursioni e delle razie che questi briganti compivano, abbiano fatto crollare nottetempo gli accessi alle caverne, imprigionando per sempre gli occupanti, assieme ad inestimabili tesori. Ancora oggi, di notte, si vedono correre fra i prati e la boscaglia le fiammelle balenanti di piccoli fuochi fatui: la gente dice che sono i Saraceni che ritornano, per danzare al chiaro della luna. I dati storici confermano la presenza in zona, attorno alla metà del '900, di predoni arabi, giunti qui dalla vicina Provenza. La tradizione mescola però questo episodio con un altro di molto posteriore: nel 1600 le milizie dei Gonzaga avrebbero seppellito vivi in quelle grotte dei briganti (piemontesi, però), che dalla Valle dei Saraceni compivano incursioni nei borghi limitrofi.

Pregi e difetti si rincorrono da vicino e il tedio, per chi non è "addict" del settore, è in agguato dietro l'angolo. In particolare se aggiungiamo che, ad esempio, a me personalmente la voce di Maurizio Martinotti non suscita particolari emozioni, nella sua monocorde aderenza al dettato del canto folklorico. Dato sempre rilevato e che, purtroppo, confermo anche per questo disco.

Che però è un bellissimo lavoro! Martinotti infatti sceglie, arrangia e compone fior di canzoni e lui stesso (ghironda, mandola, hurdy gurdy, viola-dij-borgno) e i suoi pards sono musicisti di prima classe. Eccone i nomi: Gigi Biolcati : batteria, percussioni; Sergio Caputo: violino, percussioni, canto; Enrico Negro: chitarra acustica, elettrica e midi, mandola, canto; Bruno Raiteri: violino, viola, canto; Gerardo Savone: basso elettrico.

I brani più interessanti sono però quelli che più rischiano sotto il profilo dell'evoluzione, i meno tradizionali o quelli con più ospiti, soprattutto alle voci. In primo luogo "Som som/ Ninna nanna / Durmigliosa" con Renat Sette alla voce, Paul James al sax soprano, poi "Don-na curon-na (Pietà)" con Enzo Avitabile (voce, sax e tastiere) e i Bottari di Portici (percussioni). Oppure "La lionota" con Toni Toregrosa al canto e "La Pasiun dal nost Signur" sempre con Toni Toregrosa al canto e gli interventi del gruppo vocale femminile catalano De Calaix.

Molto suggestivi anche i due brani in francese: "Quand je sois né" e "Jacoutin", dove, in entrambi i casi, Martinotti è solo ma si doppia alla voce. Difficilmente sostenibile se non per gli addetti ai lavori "Fra Pataluc", penalizzata anche dalla durata-monstre (per un brano tradizionale piemontese!) di 4'10" su un disco che, pur allineando 15 brani, non raggiunge i 50' minuti totali. Una nota di particolare merito alla bellissima copertina disegnata da Giorgio Delmastro e al ricco libretto che accompagna l'opera.


Tendachent
"La valle dei Saraceni"

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Ultimo aggiornamento: 19-09-2005

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